Articoli con tag 'web'

Chavezzero un problema di democrazia

Il governo del democraticissimo Hugo Chavez ha emesso un decreto presidenziale il cui fine è quello di eliminare “lussi o sprechi superflui” nel bilancio pubblico, e guarda caso la rete ne ha fatto subito le spese. Rendendo conto della campagna online di reazione Internet Prioritaria con una rassegna di siti di colleghi venezuelani, la blogger locale Holanda Castro riassume:

E’ paradossale. Il mio paese è emerso come eroe del software open source e della proprietà sociale di Internet anni prima di altri. Con un decreto presidenziale alquanto rivoluzionario – e non per via della parte politica ma perché era veramente rivoluzionario - nel 2000 si disse che il processo di sistematizzazione nel settore pubblico attraverso Internet era una priorità (… e non lo è ancora?).

Dopo anni di segretezza, sognando come “un nuovo mondo fosse possibile”, i rivoluzionari andarono al potere, e così facendo si accorsero che quella cosa chiamata potere non era quello che sembrava. Il potere non si condivide, o finisce di essere il potere. Sul potere non si indaga, altrimenti si indebolisce; non deve essere messo in discussione, perché è infallibile. Lo sapevano anche i surrealisti, e soffrivano per questo.

[ Technorati Tags: , , , , , , ]

Impiccarsi per amore. Di qualcuno che non esiste

Megan aveva 13 anni, era innamorata e si è impiccata con una cintura in uno stanzino di casa. Josh di anni ne aveva 16, l’aveva conosciuta tramite il sito di MySpace e dopo un mese di tenerezze se ne uscì un giorno con un messaggio di odio ("Il mondo senza di te sarebbe un posto migliore"). Ma dietro la sua identità si nascondeva la madre di un’ex compagna di scuola di Megan, inviperita perché la migliore amica di sua figlia aveva cambiato istituto. Megan conosceva Josh solo grazie alla rete, in realtà le due famiglie risiedevano a quattro abitazioni l’una dall’altra. Ma Lori Drew, all’epoca dei fatti quarantasettenne, non è stata ritenuta dal dipartimento di giustizia della contea di St. Charles, presso St. Louis, responsabile di aver commesso alcun reato, sebbene in seguito ai fatti il consiglio comunale locale abbia approvato una misura che riconosce la molestia via internet punibile con una ammenda fino a 500 dollari e novanta giorni di carcere.
[ New York Times online ] [ Technorati Tags: , , , , ]

Lo scaricabarile del controllo antipirateria in salsa belga, anzi europea

A chi spetta il controllo sulla legalità del materiale musicale o più in generale multimediale che circola quotidianamente sulla rete con migliaia di titoli condivisi tramite applicazioni di scambio peer-to-peer? E’ compito dell’autorità giudiziaria e delle forze dell’ordine oppure va ascritto alla responsabilità che i fornitori di servizi internet (ISP) potrebbero esercitare grazie ai mezzi tecnici di cui dispongono, trasformandoli in autentici guardiani della rete e, di fatto, assegnando loro una funzione poliziesca che esula dai doveri di un’impresa? La sentenza di un tribunale belga ha stabilito che spetti agli ISP la responsabilità legale di implementare le contromisure necessarie per bloccare lo scambio illegale di file soggetti a diritto d’autore sulla rete telematica da questi gestita. Secondo il sito della International Federation of the Phonografic Industry (IFPI), organismo di riferimento di livello internazionale per le organizzazioni di tutela del settore, la sentenza è la prima di questo tipo in ambito europeo rappresentando un importante precedente per la legislazione comunitaria, che essa contribuisce ad integrare nel campo della lotta alla pirateria musicale internazionale. Il giudice belga ha infatti riconosciuto nelle competenze e pertinenze tecniche dell’ISP il criterio necessario per conferire per legge la piena responsabilità di bloccare o filtrare la disponibilità di materiale soggetto a copyright su reti di condivisione peer-to-peer, dando al fornitore Scarlet (ex Tiscali) sei mesi per applicare le misure necessarie. Ma anche fornendo indicazioni pratiche su sette soluzioni tecnologiche valide al filtraggio del materiale in circolazione sulle reti, con particolare riferimento a una di esse. Come dire: quando lo stato fa pubblicità e il privato fa lo Stato.
[ Technorati Tags: , , , , , , , , ]

Tutto OK


 [ Technorati Tags: , , , , ]

Questa classe politica cosmopolita

Recommended: il messaggio di benvenuto di Ru-Telly sul controverso portale Italia.it.

L’appeal di Google Apps

Via Wired, segnalo (in inglese) questa interessante disamina di pro e contro delle Google Apps Premium, per le aziende, rispetto alla suite Office di Microsoft.

… a swift kick to the teeth delivered squarely in the direction of Microsoft.

I 23 sintomi del “design geek”

Come individuare in tempo i segnali d’allarme. [ via Crestock.com ]
Si sa di poter diventare un design geek quando:

  1. si ride come deficienti ogni volta che si usano i colori F0CCED, EFF0FF e 44DDDD
  2. ci si guarda intorno alla ricerca di un drop shadow (effetto ombra) mentre si prende il sole
  3. si tiene una lezione ai parenti sui campi di colore e i contorni mentre si inviano loro via email le foto delle vacanze
  4. vedere qualcuno usare l’effetto lens flare o il font Comic sans incide negativamente sulla propria pressione sanguigna
  5. si segue uno schema a griglia nella disposizione dei magneti sul frigorifero
  6. si organizza la propria collezione di CD in base alla scala Pantone
  7. si rimane seduti a lavorare per otto ore consecutive con gli occhi sul monitor, in attesa di una scintilla di ispirazione che non arriva
  8. si rimane in piedi fino alle 5 del mattino perché la miglior idea possibile è venuta lavandosi i denti la sera
  9. il sogno più erotico mai fatto è stato del tipo "Traccia i contorni… trova i margini… cattura… estrudi… usa lo smudge stick… offusca… spruzza…"
  10. si conosce a memoria Lorem Ipsum

Continua a leggere ‘I 23 sintomi del “design geek”’

New Trolls

Quando si dice il dialogo. Molto meglio essere tutti d’accordo, usare le stesse parole per esprimere idee rigorosamente condivise, insieme al loro supporto organico. Casomai ci fosse la remota evenienza che se ne possano avere di proprie e distinte dal coro. Casomai ci fosse un’occasione per esprimere individualità e unicità anziché aspirare a partecipare con lo stampino dell’omologazione mentale, che è l’anticamera dell’idiozia e l’evoluzione dell’ignoranza. Nell’Italia del "rispetto delle differenze" ("però siamo tutti uguali"), la dissonanza conta meno dell’allineamento. Mentre l’ovile si staglia all’orizzonte, anzi è dentro di noi.

Whetting appetite

Scrittomisto comunica la chiusura del concorso letterario aperto a tutti i blogger sette mesi fa. [ I vincitori ]

Piccone risanatore

Si erano conosciuti on line, discutendo sulla religione musulmana in una chatroom chiamata Yahoo, Islam 10 e poi parlando tramite un collegamento audio. Ed erano volate parole grosse. Il quarantasettenne britannico Paul Gibbons non ci ha quindi pensato due volte a percorrere le settanta miglia che lo separavano dall’abitazione di John Jones, nell’Essex, per aggredirlo con il manico di un piccone, accompagnato da un amico armato di machete. La vittima, che ha riportato ferite da taglio alla testa, al collo e alle mani, ha potuto essere identificata dall’autore del raid punitivo grazie alle foto di famiglia che aveva pubblicato su Internet. Secondo la polizia inglese si tratterebbe del primo caso di "rabbia da web". [ BBC News ]

Fatti, non parole

Da uno studio condotto presso la Stanford University su un campione di 2.400 internauti adulti, è emerso che il 14% presenta i sintomi di una dipendenza dal web, o almeno di una qualche forma di uso compulsivo della rete. Sebbene i ricercatori abbiano precisato che "il tema richiede studi più approfonditi", i sintomi riferiti dagli utenti sarebbero paragonabili a quelli di un abuso di sostanze stupefacenti. Ovvero, presumo, oltre alla dipendenza, assuefazione e crisi di astinenza. Come dire che non solo si registra una tendenza inquietante a presentare segni di disagio psicofisico in condizioni di deprivazione dall’uso della rete, ma anche un progressivo incremento delle variabili che tale uso descrivono. In altre parole, estrapolando i risultati della ricerca, saremmo tutti destinati a dover usare il web sempre di più o sempre più intensamente, pena un peggioramento almeno apparente della qualità della nostra vita. Non che l’informazione non fosse già piuttosto intuitiva, ma avere il conforto della scienza è sempre rassicurante.

Neutralizzare la neutralità, per rendere il Web meno libero

In questo caso non è in gioco il buono stato di salute del mercato, che è uno dei presupposti per lo sviluppo di una società che rifiuti di rimanere imbrigliata dai laccioli di uno statalismo di maniera troppo incline ai generici richiami moralistici ad un "conflitto di interessi" giuridicamente fumoso, dovuto più a ragioni di propaganda elettoralistica che ad autentico scrupolo etico. Quella che in questi giorni si prospetta per la realtà statunitense, e di riflesso per il modo intero, è una vera e propria minaccia ad una parte fondamentale della libertà come da tempo siamo abituati a viverla, ossia al Web così come lo abbiamo inteso fino ad oggi, ovvero come un territorio immenso e tutto sommato ancora vergine in cui ogni soggetto può (ancora per quanto tempo?) godere potenzialmente della stessa visibilità a prescindere dalle proprie dimensioni e dalle proprie intenzioni o propensioni: il sito di una potente mutinazionale come l’ultimo diario on line arrivato nella blogosfera. Fino ad oggi, chiunque poteva ancora farsi notare a prescindere dai mezzi economici e, sostanzialmente, dal bagaglio di conoscenze informatiche che deteneva, all’interno di un circuito in grado di alimentare innovazione, opportunità di partecipazione democratica e crescita economica. Ma è già stato approvato alla Camera dei Rappresentanti, e dopo la pausa estiva aspetta la discussione nel Senato a stelle e strisce in questi giorni, un provvedimento tristemente storico che mira a riconoscere alle grandi compagnie di telecomunicazioni via cavo e telefoniche, quali AT&T, Verizon e Comcast, il diritto al trattamento differenziato dei dati che transitano sulle proprie infrastrutture tecnologiche, con la possibilità di introdurre criteri di preferenza sui relativi contenuti. In altre parole, i grandi fornitori di accesso ai servizi web che possiedono in America le reti fisiche su cui appunto viaggiano le più svariate espressione della rete globale potrebbero mettere in atto un approccio che tecnicamente è sempre stato possibile anche se mai, finora, concretamente applicato: la diversificazione della velocità con cui i contenuti web vengono instradati e trasmessi, a seconda della loro origine o proprietà. E quindi l’introduzione di un "pedaggio", fatto di tariffe differenziate sulla base degli equilibri di mercato, che permetta ai titolari di testi, immagini, filmati, software, servizi e prodotti vari di aggirare l’ostacolo e non vedersi drasticamente ridotte le possibilità di raggiungere l’utente finale con un sensibile ritardo rispetto, poniamo, ad un’azienda concorrente (si pensi al danno che potrebbe derivare ai grandi motori di ricerca).
Continua a leggere ‘Neutralizzare la neutralità, per rendere il Web meno libero’

Blog aziendali. Se li (ri)conosci, li eviti.

Arriveranno. Li sento. Anzi, sono già tra di noi. Perché i tempi sono maturi e il genere attira una quantità crescente di risorse intellettuali, creative, finanziarie ed economiche. E così, mentre forse in molti staremo ancora pensando di averla fatta franca, ci vedremo anche noi subissati da corporate blog, i temutissimi e famigerati blog aziendali. Il dibattito sulla loro capacità di attecchire nella nostra fetta di blogosfera ferve da diversi mesi anche in ambito specialistico, ma in America esistono già da tempo, perché è là che la materia prima si è sviluppata e non poteva essere diversamente, dato che qualunque cosa nasca come un passatempo, sia pure rivestito dei significati sociali e culturali più nobili, non può che vedere la luce nei paesi più avanzati, o meglio ricchi. E poi c’è il Fattore P, il pragmatismo americano che impedisce di stabilire confini precisi tra ciò che negli Stati Uniti è pubblico, statale, nazionale, istituzionale, comunitario, e ciò che è privato, aziendale, individuale, elitario. Tutte distinzioni che sfumano alla luce di una logica del business che trova il terreno ideale, e così anche per chi apre sul web uno spazio personale per mostrare le foto del primogenito o del gatto di casa diventa inevitabile l’adozione di un linguaggio o per lo meno un tono più o meno vago da venditore o almeno da pubblicitario, in cui la lingua del mercato per eccellenza fa la parte del leone. E così quel sito diventa occasione per vendere sistemi per educare il gatto a fare i bisogni nel water, o per evitare di sporcare i pannolini. Il che finisce per impedire qualunque valutazione moralistica: nel paese del mercato perfetto e del capitalismo fisiologico non c’è spazio per una coscienza della cosa pubblica, non a caso di estrazione tipicamente mediterranea ed europea. Qui il mercato è un fatto economico, non di vita. Esiste l’economia, di cui il mercato e le sue derive sono parte fondamentale, ma non la esauriscono, per lasciare spazio a un’anima sociale che del continente europeo è il tratto più caratteristico. Ma allo stesso tempo il punto critico, l’anello debole di una catena comunque necessaria. Quello da cui possono dipendere la dannazione o trionfo, la svolta o il senso del ridicolo. E’ qui che si inserisce la differenza tra il corporate blog americano e quello nostrano. Perché se in America tutto è business, da noi tutto può diventarlo, quindi niente lo è. Se oltreoceano le foto del pupo sono solo una premessa per fare company, sebbene in modo spontaneo, naturale, organico, da noi le cose stanno diversamente.
Continua a leggere ‘Blog aziendali. Se li (ri)conosci, li eviti.’