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La triste favola di Kampuschetto Rosso e il Lupo / 2

Nuovi sviluppi della saga: purtroppo c’erano anche i sette nani.

La triste favola di Kampuschetto Rosso e il Lupo


Sindrome di Vienna, ovvero quando la realtà supera il reality per trasformarsi in (psico)dramma collettivo. Stoccolma è lontana, ma non poi così tanto. I media si preparano a fare polpette di Natascha, e Natascha, apparentemente, dei media. La macchina dello showbiz è partita, chi la fermerà? Contratti di esclusiva, "bisogna pensare al futuro di Natascha", una casa e studi pagati, perché nel frattempo "è diventata donna". Nell’intervista alla tv nazionale Orf per la quale l’Austria intera stasera si fermerà, ha insistito per parlare del futuro, ma la cosa non deve trarre in inganno. Il futuro di Natascha è un suo problema. La realtà non è fatta solo di progetti intrisi di adultità solo apparente, se va bene. C’è la vita di ogni giorno a bussare alla porta, il rischio è che l’uscio si confonda con quello della prigione di Strasshof, che scricchiola nel presente prima di spalancarsi al futuro. E che i propositi assistenziali siano la spia narcisistica di un disagio inevitabile, con cui bisogna fare i conti oggi. Saltare la realtà a pie’ pari non è possibile né salutare, i voli narcisistici dall’altre parte della barricata servono solo a illudersi di non portare tracce di una vicenda tragica e di poter trasmettere ad altri ciò che non si è ancora assimilato, e che potrebbe richiedere anni di sacrifici e dolori. Il lupo cattivo è morto, ma basteranno questo e un portavoce per proteggere Natascha da se stessa e da ben altri branchi famelici?

L’immaginazione in cantina

Forma e sostanza, cultura visiva e cultura materiale. La storia architettonica italiana del ventesimo secolo oscilla da tempo tra i due estremi. Due estremi che non sempre vanno interpretati come poli contrapposti e inconciliabili, a condizione di non ridurre l’architettura ad arte visiva, perdendo di vista i valori storici e culturali depositati sul tessuto materiale stratificato di tutto il patrimonio costruito che le epoche precedenti ci hanno consegnato, vero banco di prova del valore dell’architetto. Una disciplina che in Italia ha avuto, dall’epoca greco-ellenistica e romana in avanti, la possibilità unica di misurarsi con il lascito delle epoche precedenti, sviluppando una sensibilità unica per l’antico e la sua tutela, intesa spesso con esiti contraddittori. E producendo risultati altrettanto contraddittori, ma non per questo meno affascinanti e meritevoli di attenzione conservativa. Un lascito che l’architettura contemporanea ha il dovere di rispettare con interventi compatibili e nel segno dell’autenticità.

Certo a più riprese è stata forte, nella storia della disciplina e delle elaborazioni teoriche volte a interpretare e giustificare la pratica del costruire, la tentazione di cosiderare l’architettura come forma pura, una tentazione rafforzata sul versante filosofico all’inizio del Novecento da una cultura idealista che tendeva a ridurre la complessità attualmente riconosciuta a tutti i manufatti storici, isolando le emergenze monumentali come opere d’arte la cui fruizione doveva essere prevalentemente iconica e distaccata, affidata alla riproduzione fotografica e bibliografica, come oggetto dall’aura nobile estraneo alla realtà e all’uso quotidiano. L’avventura del razionalismo funzionalista, che tendeva da una lato a rafforzare i valori formali e dall’altro a valorizzare le opportunità della produzione seriale e di altri aspetti dell’industrializzazione del processo edilizio, ha lasciato spazio ad un periodo di dispersione della cultura architettonica internazionale, incerta tra il revival del repertorio storicista riscoperto attraverso la libera citazione di elementi stilistici attinti dal passato e lo sperimentalismo avanguardista, che ha aperto la strada a una variegata ed eterogenea cultura architettonica contemporanea. Nel cui alveo ricadono atteggiamenti molto diversi, diversamente sensibili al fascino dell’antico ma regolarmente indifferenti all’esigenza della conservazione delle sue tracce materiali, anche a causa della progressiva internazionalizzazione del ruolo del’architetto. Continua a leggere ‘L’immaginazione in cantina’

Il difficile ritorno del lupo grigio

Il richiamo della foresta, in Svezia e in Norvegia, può essere ancora sentito mentre riecheggia l’annuncio del ritorno del lupo grigio. Il lupo era stato portato all’estinzione durante il secolo scorso, e il suo ritorno a partire dagli anni ‘80 ha tutti gli elementi per una storia a lieto fine di conservazione della specie. Ma la presenza crescente del lupo in Scandinavia ha polarizzato le posizioni della popolazione locale e messo in forse, nel lungo periodo, il futuro del mammifero nella regione. Molte comunità rurali ne hanno fortemente ostacolato la conservazione, spiegando che i predatori selvatici uccidono i loro animali da allevamento e i cani da caccia. In Norvegia, dove massiccia è la popolazione rurale, l’opinione pubblica si è tendenzialmente schierata contro il lupo, e anche in Svezia il carnivoro sembra perdere sostenitori. Si sta assistendo all’uccisione illegale di un numero crescente di lupi grigi, dicono i ricercatori. Allo stesso tempo la popolazione è stata isolata e, come conseguenza, indebolita dalla riproduzione tra individui geneticamente affini. Continua a leggere ‘Il difficile ritorno del lupo grigio’

Integralismi? Mai Pew

Sempre sul "Corriere" leggo l’interpretazione di Magdi Allam ai risultati del sondaggio recentemente realizzato dal "Pew Global Attitudes Project": "Le comunità musulmane emergono in Europa come un iceberg in preda a una schizofrenia identitaria, in bilico tra l’aspirazione a realizzarsi come entità islamica distinta dalla popolazione autoctona e la preoccupazione a non essere assimilata all’estremismo islamico. Condividendo tuttavia le medesime posizioni radicali degli estremisti islamici e dei musulmani residenti nei paesi islamici (…)". In pratica, la "schizofrenia identitaria" rappresenta la causa principale dei problemi dei musulmani e "il principale fattore di discrepanza rispetto alla popolazione autoctona".

Il che significa anche che gli immigrati musulmani presenti nei principali paesi europei si sentono prima di tutto portatori di un’identità vissuta in termini di contrapposizione tendenzialmente netta rispetto alla nazionalità locale. Tutto ciò mi sembra dipinga un quadro molto triste che probabilmente è alla base di molte delle incomprensioni tra immigrati musulmani e resto della popolazione dei vari paesi europei, compreso il nostro. Ma basta capire come vive una qualunque comunità di immigrati di un qualunque ceppo etnico o fede religiosa per accorgersi che il concetto di identità è molto vago a prescindere dal modo in cui viene percepito, assimilato o trasmesso, e sicuramente privo delle rigidità che gli vengono attribuite da entrambe le parti, ammesso e non concesso che i paesi europei possano costituire un insieme omogeneo, ma soprattutto dall’Islam. Generalizzando l’analisi possiamo osservare che i cinesi di New York non parlano come quelli di Pechino. Gli iraniani di Madrid non hanno le stesse abitudini alimentari di quelli di Teheran. I marocchini di Milano non vestono come quelli di Rabat. I turchi di Dortmund non ridono delle stesse cose di cui ridono i connazionali di Ankara. Gli egiziani di Londra non abitano come quelli del Cairo. Ovvero, le identità risentono inevitabilmente delle influenze esercitate dai contesti locali: è un fenomeo storico inevitabile. Continua a leggere ‘Integralismi? Mai Pew’

Dimenticare Venezia

Non perché non piaccia, anzi. Lo storico dell’arte e dell’archeologia Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, neopresidente del Consiglio superiore dei Beni culturali ed autore, tra gli altri, del celebre pamphlet "Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale" (Einaudi, 2002), lancia un grido di dolore sull’uso spesso sconsiderato che viene fatto delle piazze di molte città italiane. La memoria corre subito a quel luglio del 1989 in cui, per un concerto (indimenticabile - lo seguii da Rimini) dei Pink Floyd, si allestì un mega-palco galleggiante di fronte a piazza San Marco a Venezia. L’evento fu un grande spettacolo non solo musicalmente ma anche "sul piano mediatico", visto che fu trasmesso in diretta internazionale e coglieva la band in un momento di particolare splendore, se non vado errato dopo la pubblicazione di A momentary lapse of reason. L’organizzazione locale fu però una catastrofe: nessun bagno pubblico o punto di ristoro, tafferugli tra la folla con rischio di gravi incidenti per mancanza di significative zone cuscinetto, montagne di rifiuti e sporcizia. Unica soluzione alla ressa, un bagno in laguna. Il giorno seguente offrì un panorama che sintetizzava l’indifferenza italica per il nostro patrimonio culturale, ridotto a latrina a cielo aperto. Viene spontanea l’immagine di una affascinante nobildonna stuprata nonostante l’età, o forse proprio per questa. Altri esempi e testimonianze sono nell’articolo-intervista, in cui risalta, credo, la considerazione  dell’urgenza che la nostra società massificata anteponga le esigenze della civiltà a quelle dello spettacolo, ovvero dei celebrati media, il cui codice pare oggi indispensabile adottare se si vuol essere ascoltati. Ma non è facile parlare di corda in casa dell’impiccato. Continua a leggere ‘Dimenticare Venezia’

Dall’Europa con Dolceta

Per chiarire le idee sui rapporti tra Unione Europea, area di Schengen per la libera circolazione delle persone, commercio e diritti dei consumatori in ambito europeo è stato presentato a Bruxelles il portale DOLCETA, acronimo di Developments of On Line Consumer Education Tools for Adults (Sviluppo di strumenti d’educazione online per il consumatore). Il sito, disponibile in ognuna delle 25 lingue dei paesi dell’Unione e ideato dall’Università cattolica di Lovanio e da quella dell’Alta Alsazia, è organizzato per aree tematiche e livelli graduali di approfondimento. Non si fanno più gli acronimi di una volta.

La (tu)tela di Penelope

Agghiacciante. Prima di essere distribuite, certe opere andrebbero lette. E’ come la tela di Penelope: gli esiti rischiano di cancellare contraddittoriamente le premesse in un vortice di speculazione finanziaria ma anche politica che mortifica e umilia quella intellettuale. Naturalmente la speculazione politica è innanzitutto delle sinistre, che cavalcano il giusto sdegno della parte sana e avveduta della cittadinanza asservendolo a biechi tornaconti di immagine e, in altri tempi, elettoralistici, spesso senza essere culturalmente attrezzate per farlo. I partiti di centro-destra fanno nella gestione della questione Ponte semplicemente il loro mestiere, ovvero, in soldoni, favorire prevalentemente gli interessi anche economici del ceto medio e imprenditoriale. Secondo un’idea di sviluppo che, va da sé, in questo caso mostra crepe profonde, a cominciare da un’ignoranza che resta però patrimonio ampiamente condiviso dallo sgangherato baraccone progressista. Spero che almeno uno dei volumi distribuiti, verosimilmente ad esponenti eccellenti del bel mondo zancléo, serva a conquistare almeno una persona in più alle ragioni della tutela, sempre che quei volumi vengano sfogliati. Purtroppo tra i Messinesi la consapevolezza in questo senso scarseggia (detto con dispiacere, non ci sono più i Messinesi di una volta).

[ Domenico Beccafumi, Penelope, olio su tela, 1519, Venezia, Pinacoteca manfrediniana ]