Articoli con tag 'terrorismo'

Oh, mia cara

Li chiamavano "guerriglieri".
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E poi ci si lamenta delle extraordinary renditions

Con la cronaca che galoppa macinando eventi, i ripassi saltuari non guastano mai.
Sarebbe quindi bene, prima di emozionarsi troppo per le performance televisive (e non) del g.i.p di Milano Clementina Forleo, che tra le lacrime non esita a rinunciare alla propria scorta tracciando paralleli tra Paolo Borsellino e la propria posizione per essere stata oggetto delle campagne di discredito denunciate durante l’ultima puntata della trasmissione "Annozero", ricordare fatti tanto recenti quanto apparentemente rimossi della carriera del magistrato "milanese".
Ad esempio, che lo stesso giudice un paio di anni prima aveva scarcerato Mohammed Daki e due conterranei maghrebini accusati di aver fatto parte di una cellula terroristica del fondamentalismo islamico, reclutando aspiranti kamikaze per conto del gruppo terroristico iracheno Ansar al Islam. Si trattava di "guerriglieri", si era allora giustificata la Forleo. Il provvedimento fu confermato in appello ma ribaltato dalla sentenza definitiva della Cassazione.
Che arrivò quando Daki era ormai da tempo tornato a piede libero in Marocco.
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(Almeno) 2996 motivi per non dimenticare

Più che occuparsi degli affari che fervevano all’interno delle Torri Gemelle del World Trade Center, il lavavetri Roko Camaj lavorava sulla loro pelle rimanendo spesso sospeso nel vuoto, essendo tra i responsabili della pulizia delle immense superfici riflettenti degli edifici finiti polverizzati dall’attentato newyorkese dell’11 settembre di sei anni fa. Un lavoro sicuramente conquistato e mantenuto con fatica per un immigrato arrivato nella Grande Mela dalla lontana e povera Albania e destinato a legare la propria sorte a quella degli altri newyorkesi rimasti trucidati tra il fuoco e le macerie. Nei giorni dello scontro politico innescato dalla presenza dei suoi "colleghi" attivi agli incroci delle città italiane, aquista forse un senso più grande il ricordo di un uomo che ha accettato le regole dell’integrazione onestamente nel rispetto della legge, partendo dal basso per arrivare fino a 107 piani dal suolo. [ L’uomo che sfidava i giganti ] [Project 2996 ] [ Technorati Tags: , , , , , , , , ]

Magra consolazione

Dopo 114 giorni di prigionia imposta dal gruppo armato che lo aveva rapito nella Striscia di Gaza, il giornalista scozzese della BBC Alan Johnston è stato finalmente liberato e preso in carico dalle autorità di Hamas.
Welcome back to safety. More or less.

It was like being buried alive really, removed from the world and occasionally terrifying…

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Il badge del mujaheddin

Loro, invece, due cittadini londinesi e uno del Kent, nordafricani di cui uno munito di regolare permesso di soggiorno in Gran Bretagna, si divertivano a montare materiale filmato per metterlo a disposizione degli aspiranti "martiri" intenzionati a colpire obiettivi non musulmani, mediante una rete in continua espansione di siti web appositamente allestiti per la propaganda della Jihad. Nei video non mancava niente: scene di decapitazione, istruzioni per la preparazione di ordigni esplosivi e manuali del perfetto terrorista, tradotti per l’occorrenza anche in inglese. Il gruppo era in contatto con un cittadino svedese di etnia slava e residente in Bosnia, arrestato per il possesso di materiale esplosivo assortito e altri video tecnico-propagandistici per la formazione delle nuove leve terroristiche. I 4 svolgevano conversazioni on line criptate. Tema recente: la preparazione di un simpatico badge del mujaheddin commissionato da Al Qaeda per prepararsi al 6° anniversario dell’11 settembre. Festeggiando insieme.
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Lo stato dell’antiterrorismo oggi in Gran Bretagna secondo il NYT

In una cupa valutazione ad ampio spettro della minaccia fronteggiata dal suo stato, il responsabile della massima struttura antiterrorismo della Gran Bretagna Peter Clarke ha dichiarato che Al Qaeda è sopravvisuta ad un "prolungato assalto multinazionale" e che i suoi sostenitori hanno stabilito "una tendenza inesorabile verso la pianificazione di attacchi più ambiziosi e distruttivi". "L’unica conclusione sensata che se ne possa trarre è che subiremo un nuovo attacco", ha aggiunto Clarke martedì sera, specificando che circa 100 sospetti terroristi sono in attesa di processo in Gran Bretagna — in aggiunta a numerosi processi attualmente in corso — i cui casi confermerebbero un trend emerso fin dal 2004 che vede giovani musulmani britannici partire per il Pakistan per addestrarsi e ricevere istruzioni prima di tornare indietro e organizzare attacchi terroristici.

La conferenza di Clarke presso la sede del Policy Exchange, un gruppo privato di ricerca politica, è stata significativa sia per i contenuti che per il momento in cui è giunta, offrendo una rara veduta d’insieme dello sviluppo delle minacce terroristiche e delle contromisure segrete di intelligence maturati dall’11 settembre 2001 fino ad oggi. Si è inoltre svolta mentre sta per essere pronunciata la sentenza relativa ad un processo per terrorismo che ancora una volta focalizzerà l’attenzione nazionale sulle complessità insite nel dover fronteggiare ciò che Clarke ha definito "reti interne ad altre reti, connessioni interne ad altre connessioni e collegamenti tra individui che travalicano i confini locali, nazionali e internazionali". Usando un linguaggio insolitamente acceso, Clarke ha inoltre preso posizione contro individui non meglio identificati — presumibilmente ufficiali governativi — che lascerebbero trapelare "elementi di intelligence operativa altamente sensibili, spesso già classificati". Citando come esempio le azioni di polizia avvenute a Birmingham nello scorso febbraio, in occasione delle quali cronisti di Londra erano a conoscenza dei dettagli di un presunto piano per decapitare un militare britannico di religione musulmana quasi prima che i detenuti fossero arrivati nelle stazioni di polizia presso le quali li si stava conducendo per gli interrogatori".
Continua a leggere ‘Lo stato dell’antiterrorismo oggi in Gran Bretagna secondo il NYT’

Progressisti coraggiosi


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Pasquette alla Romana

Con la bocca ancora impastata di tortellini in brodo, besciamella e fette di dolce pasquale, ché tanto lo stato è laicista ovunque tranne a tavola, il governo esecra l’uccisione dell’ennesima vittima dei tagliagole talebani, quell’Adjmal Nasqebandi interprete e giornalista indipendente che chiude una triste trilogia criminale con l’ennesimo sacrificio all’incompetenza e alla dabbenaggine del reportismo nostrano. Cose che succedono quando un esecutivo confonde l’opera dei servizi segreti con quella di una manica di criminali nemici dello Stato e un gruppo di medici votati all’avventura con un avamposto dell’Onu. Spontaneo l’accostamento alle chiacchiere profuse in materia di divagazioni deontologiche nella condotta di un Renato Farina che si impipa della tessera di giornalista, trovando il coraggio per schierarsi contro l’etica del tritolo e della scimitarra. Sempre meglio che usarla per nasconderci la falsa neutralità, il buonismo di maniera e l’avventurismo cari a troppo inviatume nostrano. Tanto si trova sempre qualcuno che paga. Magari con la testa. [ Technorati Tags: , , , ]

Ci mancherebbe

Il Ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, indagato per abuso d’ufficio dalla Pocura di Roma per l’incarico di esperta in materia di tossicodipendenze affidato all’ex brigatista rossa Susanna Ronconi nell’ambito della Consulta nazionale sulle droghe, spiega che "la vicenda ha carattere giuridico e non politico", precisando inoltre che la Ronconi "non percepisce alcun emolumento".

Quel sottile filo rosso tra Abu Omar e Renato Curcio

"Queste cose
per
la verità
le abbiamo già
sentite dire
in passato durante
i processi alle Brigate rosse"
Quando Bob Seldon Lady, capocentro della Cia a Milano, diresse l’operazione di extraordinary rendition ai danni dell’imam Abu Omar nel febbraio 2003, era convinto di agire nell’interesse politico supremo della lotta al terrorismo internazionale, e ne aveva tutti i motivi. Al di là di certi eccessi censurabili nei metodi applicati al trattamento dei prigionieri oggetto di procedure tanto straordinarie quanto gli eventi e la tensione che li avevano resi necessari, nessuno in un paese civile e democratico dovrebbe legittimamente sorprendersi che i servizi segreti dello stesso collaborino con quelli di altri governi nazionali nella gestione di operazioni di polizia internazionale. Continuando a ipotizzare di far parte di una nazione ragionevolmente interessata a seguire un percorso di continua evoluzione delle proprie istituzioni in senso libero e democratico, verrebbe naturale pensare che, se la Costituzione investe i servizi segreti del compito di operare a tutela della sicurezza nazionale garantendo anche la segretezza delle loro operazioni (lo dice la parola stessa) e dovendosi renderne conto esclusivamente agli organi del potere esecutivo, l’operato svolto sulla base di questo mandato andrebbe considerato primario e di esclusiva pertinenza della sfera politica. E come tale totalmente estraneo all’azione inquirente degli organi giudiziari. Ma l’Italia di oggi è ben diversa.

Ben lungi dall’essere un paese civilmente e democraticamente evoluto, è infatti dominata da chi nega presupposti tanto basilari. Perché In Italia è considerato non solo necessario ma anche indispensabile che un magistrato debba e possa decidere di rinviare a giudizio agenti e rappresentanti di istituzioni che dovrebbero agire nel perfetto anonimato a salvaguardia del bene del proprio paese e di quelli con cui esso collabora. Ed è considerato perfettamente normale e anzi motivo di soddisfazione il fatto che altri magistrati pronuncino sentenze indecenti che paiono studiate a tavolino per acuire tensioni sociali già altissime, per esempio lasciando a piede libero individui al centro di campagne di reclutamento di aspiranti kamikaze pronti a sconvolgere le vite di decine di ignari frequentatori di locali pubblici o fermate d’autobus e dei loro cari. Sentenze che sembrano fatte apposta per stimolare il ricorso a operazioni di emergenza quali le extraordinary rendition, magari al solo scopo di poterle condannare, e che comunque finiscono per renderle l’unica mossa a disposizione per fronteggiare concretamente sia le infiltrazioni del terrorismo internazionale nella vita civile e privata, sia le gravi collusioni consumate con esse da magistrati convinti di agire nell’agone politico. E ciononostante indegnamente sostenuti da un’opinione pubblica ormai all’oscuro di qualunque ipotesi di civiltà e rispetto del proprio Stato, oltre che dei valori basilari della pacifica convivenza. Continua a leggere ‘Quel sottile filo rosso tra Abu Omar e Renato Curcio’

Uomini col Torsello

Il terrore in burqa, versione British

Come è possibile pensare di riuscire a ragionare seriamente di terrorismo islamico e rapporti tra Islam e società occidentali fino a quando si addurrano argomenti simili a quelli usati da Shahid Malik, parlamentare del Labour britannico, per relativizzare il rischio di altri casi simili, dopo che Scotland Yard ha arrestato un terrorista che aveva nascosto la propria identità indossando un burqa?

If this is true, then it is the first case of its kind in Britain and an isolated incident. We must not get hysterical about it. There have been many hundreds of cases where robberies have been committed by men wearing women’s stockings on their heads — but no one is talking about banning stockings

Traduco: "Se è vero, è il primo caso del genere in Gran Bretagna e un incidente isolato. Non dobbiamo diventare isterici al riguardo. Ci sono state molte centinaia di casi di rapine commesse da uomini che portavano calze da donna sulla testa - ma nessuno parla della necessità di abolire le calze da donna". Gianni e Pinotto sono morti da un pezzo (almeno credo), purtroppo resta poco da ridere. Continua a leggere ‘Il terrore in burqa, versione British’

L’uomo che sfidava i giganti

Era arrivato nella Grande Mela dall’Albania per cercare fortuna, e a suo modo l’aveva trovata grazie a un impiego sicuro nella ABM, una grande impresa attiva nel settore della manutenzione edilizia. Quando non era addetto al controllo remoto dei sistemi automatizzati per la pulizia delle enormi vetrate degli edifici del World Trade Center, che tanta parte avevano nel fascino indiscusso del grande complesso architettonico, Roko Camaj passava le sue giornate di lavoro sospeso in un abisso di 400 metri di altezza dal suolo. Un’imbragatura lo assicurava al 107° piano dei grattacieli, a soli tre piani dalla vetta, laddove le superfici erano troppo estese e troppo in alto perché i bracci meccanici potessero arrivarci. Ma a sua moglie, Roko aveva mentito. Per anni le aveva lasciato credere che il suo lavoro non presentasse rischi svolgendosi soltanto all’interno dei giganti di vetro e acciaio, e a nulla erano valse le sue rassicurazioni quando lei, furiosa, aveva scoperto la verità dai giornali.

"Non aveva paura di niente", dice il fratello Kole, mentre il figlio Vincent ricorda come Roko amasse il proprio lavoro considerandolo una fuga. Diceva sempre: "Siamo io e il cielo sopra di me. Nessuno mi disturba e non disturbo nessuno". Pochi giorni prima dell’11 settembre 2001, Roko era tornato a Manhasset, NY, da una vacanza in Montenegro, regalo di compleanno della figlia. I cinque fratelli Camaj, che vivevano sparsi per il mondo, si erano ritrovati per fare il viaggio insieme e avevano trascorso ore felici. L’ultimo viaggio di Roko Camaj, 60 anni. Forse l’unico modo per uccidere certi uomini è il ricorso alla catastrofe più vile, quella del terrorismo. Ma, di certo, il coraggio sconfinato mostrato da questo Davide contro i Golia della vita quotidiana, come dalle migliaia di altri eroi morti quella mattina al suo fianco, non è stato sconfitto dallo schianto del secondo aereo, quando Roko si trovava al 105° piano della Torre Sud.