Articoli con tag 'società'

I dubbi di Bruno

Al di là dei limiti dichiaratamente anagrafici di Bruno Vespa, che gli impediscono di provare autentica curiosità per il fenomeno blogosfera e quindi di capirlo con tutti gli strumenti tecnici del caso, e al di là di alcuni eccessi criminologici raggiunti nel dibattito, ancora più povere di significato mi sono apparse le indignate reazioni di Professionisti Della Rete che mi sembra non abbiano perso l’occasione per approfondire ulteriormente (salvo poi piangersi addosso) il fossato esistente rispetto ai media tradizionali grazie ad un atteggiamento sgradevolmente qualunquista e approssimativo verso chi non faceva altro che sottolineare il pericolo di schemi e modalità di comunicazione in cui la ricerca della visibilità spesso fine a se stessa la fa da padrona per lo sviluppo della personalità di minorenni chiamati a vivere tempi, quelli del Web 2.0, non esattamente caratterizzati da un uso adeguato del sempre eventuale senso critico individuale.
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It’s not having what you want, it’s wanting what you’ve got

C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera.

[ Walter Benjamin, Tesi sul concetto di storia (1940) Einaudi, Torino 1997, pp. 35-7 ]

I Francesi la chiamano grandeur. Gli Americani national pride. Noi Italiani, invece, ne siamo pressoché sprovvisti, soprattutto in questi tempi di reflusso scientista e neo storicista di magnifiche sorti e progressive, a cui si applica sempre più volentieri la targhetta di un progressismo comodo, acritico e astratto, ma dietro cui si nasconde l’ignoranza dilagante di una prode italietta tutta marketing e mortadella. Non è generico patriottismo. E’ la consapevolezza dell’importanza della nostra identità culturale prima che individuale, ovvero la coscienza di essere come siamo, con i nostri difetti e i nostri pregi ai livelli e negli ambiti più disparati, da quello politico-istituzionale a quello artistico, da quello sportivo a quello "caratteriale", ammesso che di un carattere nazionale sia possibile parlare, ma sempre in virtù di qualcuno e qualcosa che sono stati prima di noi, plasmandoci indirettamente. Siamo come siamo perché ognuno di noi è fatto psichicamente delle cose che gli sono accadute e che gli succedono, e la cosa vale anche, se non soprattutto, per una nazione. L’identità di un popolo proviene da lontano e, come per l’individuo, è il presupposto per reggere la barra dell’esistenza senza affondare. E guarda caso non può prescindere da ciò che sono stati e hanno fatto i nostri padri.

E’ per questo che ogni volta che si sente gettare fango sul nostro paese o più semplicemente indignarsi per il fatto di non essere omologati agli esempi pratici o politici o legislativi della vita di altri stati, bisognerebbe provare un senso di nausea profonda e ragionare, agendo di conseguenza. Cioè capire innanzitutto che anche le leggi, come altri aspetti della specificità di un paese, sono il riflesso di un contesto storico complesso cui non è possibile appiccicare a piacere la bandiera nazionale preferita, con ansia da primi arrivati e la disinvoltura con cui si condisce l’insalata. Un contesto che rappresenta il nòcciolo di un’autenticità che andrebbe perseguita come valore esistenziale universale ma di volta in volta declinato alla scala di nazione e di individuo, astenendosi dallo scimmiottare l’altro. Avere il senso del passato non significa imbalsamarlo e rinunciare al futuro per migliorare, anzi. Non significa rinunciare alla tecnologia e all’innovazione, ma di certo all’idea che di queste si faccia un pretesto per dimenticare le proprie radici e traguardare l’avvenire con romantica incoscienza anacronistica. Vuol dire arricchire il presente di una dimensione di maggiore significato e spessore che a quel futuro conferisca qualità, di una consapevolezza priva del paraocchi dell’indifferenza che la contemporaneità sembra imporre come vincolo assoluto e privo di riferimenti etici, culturali e sociali, tenendo presenti, come l’Angelus Novus di Walter Benjamin, chi siamo e da dove veniamo. Come un nocchiero che procede nella corrente con la testa volta all’indietro, sospinto verso il futuro mentre il suo sguardo è rivolto al passato. [ Immagine Electa: Agostino di Duccio: Rimini, Tempio malatestiano, rilievo (dett.), ca. 1450 ] [ Technorati Tags: , , ]

Altro che il Molleggiato

Un’idea contemporanea di architettura (altro che il Molleggiato) [ Technorati Tags: , ]

Una marmellata di cellulari

Stanchi di ascoltare conversazioni telefoniche sgradevoli? C’è sempre il blocca-cellulari, dispositivo verosimilmente ovunque illegale in grado di isolare con la semplice pressione di un tasto qualsiasi telefono mobile presente entro un raggio variabile da 5 a 300 metri di distanza dall’apparecchio, a seconda del modello. Disponibile anche - soprattutto - in versione portatile. In USA le compagnie telefoniche hanno già sguinzagliato i propri agenti segreti per rilevarne l’uso. [ Technorati Tags: , , ]

Evangelizzatore Capo

Vinton G. Cerf, considerato uno dei padri fondatori della rete, ha espresso la sua riprovazione per un’idea di Internet diversa da un riflesso della società in cui viviamo in cui venga rifiutato solo quanto manifestamente illegale.

If it’s not illegal, it raises a rather interesting question about where you do draw the line (…). When you have a problem in the mirror you do not fix the mirror, you fix that which is reflected in the mirror.

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Dalla Lapis nigra a “nigger”: quando l’ideologia si fa epurazione culturale

La National Association for the Advancement of Colored People, organismo statunitense per la difesa dei diritti della popolazione afroamericana, ha celebrato il funerale simbolico della parola nigger, negro. Un evento che ha visto la partecipazione gioiosa di centinaia di persone, presumibilmente non solo di colore. Il termine è considerato infatti degradante in quanto associato alle radici della gente nera nel periodo dello sfruttamento razziale in cui la schiavitù era normale prassi funzionale al reperimento di manodopera economicamente ideale per il lavoro nelle sterminate piantagioni di cotone e tabacco del sud degli States. Al punto che nessuno ha ormai più il coraggio, nell’America liberal e nei paesi di cultura anglosassone del politically-correct ad oltranza che certo italiume si sforza di importare selettivamente, di pronunciare quel termine considerato inaccettabile, sostituendolo con la più neutra ed asettica denominazione di N-word. Continua a leggere ‘Dalla Lapis nigra a “nigger”: quando l’ideologia si fa epurazione culturale’