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Intanto i gatti di Beirut

Dal giorno in cui, durante la crisi dell’estate 2006, decisi di pubblicare un appello a favore di BETA (Beirut for the Ethical Treatment of Animals), sono diventato un destinatario a dire il vero piuttosto distratto della newsletter regolarmente inviata dall’organizzazione libanese che si prende cura degli animali sofferenti anche a causa delle precarie condizioni politiche del paese mediorientale. Il tempo non è mai abbastanza, ma cerco sempre di dare una seconda chance al materiale normalmente destinato alla cartella spam della mia posta, e la maggioranza delle decine di newsletter cui sono ancora abbonato per l’esclusiva pigrizia di richiedere la cancellazione dalle rispettive liste di destinatari non fanno certo eccezione. Ma stavolta, complice la melensa atmosfera prenatalizia, voglio riportare per intero il contenuto dell’ultimo numero dell’"organo" di BETA. Spesso nelle newsletter, si sa, si lavora (anche) di fantasia, ma mi piace pensare che dietro un testo che sembra studiato apposta per far leva su una causa facile e sul buonismo di questi giorni, ci sia almeno una persona che veramente si prende cura degli angeli a quatto zampe. Vale per Beirut, dovrebbe valere anche per Grosseto o Marcallo con Casone.
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It’s not having what you want, it’s wanting what you’ve got

C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera.

[ Walter Benjamin, Tesi sul concetto di storia (1940) Einaudi, Torino 1997, pp. 35-7 ]

I Francesi la chiamano grandeur. Gli Americani national pride. Noi Italiani, invece, ne siamo pressoché sprovvisti, soprattutto in questi tempi di reflusso scientista e neo storicista di magnifiche sorti e progressive, a cui si applica sempre più volentieri la targhetta di un progressismo comodo, acritico e astratto, ma dietro cui si nasconde l’ignoranza dilagante di una prode italietta tutta marketing e mortadella. Non è generico patriottismo. E’ la consapevolezza dell’importanza della nostra identità culturale prima che individuale, ovvero la coscienza di essere come siamo, con i nostri difetti e i nostri pregi ai livelli e negli ambiti più disparati, da quello politico-istituzionale a quello artistico, da quello sportivo a quello "caratteriale", ammesso che di un carattere nazionale sia possibile parlare, ma sempre in virtù di qualcuno e qualcosa che sono stati prima di noi, plasmandoci indirettamente. Siamo come siamo perché ognuno di noi è fatto psichicamente delle cose che gli sono accadute e che gli succedono, e la cosa vale anche, se non soprattutto, per una nazione. L’identità di un popolo proviene da lontano e, come per l’individuo, è il presupposto per reggere la barra dell’esistenza senza affondare. E guarda caso non può prescindere da ciò che sono stati e hanno fatto i nostri padri.

E’ per questo che ogni volta che si sente gettare fango sul nostro paese o più semplicemente indignarsi per il fatto di non essere omologati agli esempi pratici o politici o legislativi della vita di altri stati, bisognerebbe provare un senso di nausea profonda e ragionare, agendo di conseguenza. Cioè capire innanzitutto che anche le leggi, come altri aspetti della specificità di un paese, sono il riflesso di un contesto storico complesso cui non è possibile appiccicare a piacere la bandiera nazionale preferita, con ansia da primi arrivati e la disinvoltura con cui si condisce l’insalata. Un contesto che rappresenta il nòcciolo di un’autenticità che andrebbe perseguita come valore esistenziale universale ma di volta in volta declinato alla scala di nazione e di individuo, astenendosi dallo scimmiottare l’altro. Avere il senso del passato non significa imbalsamarlo e rinunciare al futuro per migliorare, anzi. Non significa rinunciare alla tecnologia e all’innovazione, ma di certo all’idea che di queste si faccia un pretesto per dimenticare le proprie radici e traguardare l’avvenire con romantica incoscienza anacronistica. Vuol dire arricchire il presente di una dimensione di maggiore significato e spessore che a quel futuro conferisca qualità, di una consapevolezza priva del paraocchi dell’indifferenza che la contemporaneità sembra imporre come vincolo assoluto e privo di riferimenti etici, culturali e sociali, tenendo presenti, come l’Angelus Novus di Walter Benjamin, chi siamo e da dove veniamo. Come un nocchiero che procede nella corrente con la testa volta all’indietro, sospinto verso il futuro mentre il suo sguardo è rivolto al passato. [ Immagine Electa: Agostino di Duccio: Rimini, Tempio malatestiano, rilievo (dett.), ca. 1450 ] [ Technorati Tags: , , ]

La pelle del torso

Scoperta la causa della predisposizione dei rumeni per il furto. [ Technorati Tags: , , , ]

A chiiii?

Ufficialmente, e per l’ennesima volta, scende in piazza "contro il precariato" ma "non contro il Governo". Ma quello che oggi affollerà le strade e le piazze della capitale è un popolo della sinistra che nega persino l’evidenza di un esecutivo in cui non si riconosce più, o forse mai si è riconosciuto. Ufficialmente, nonostante l’esito contrario del referendum promosso per mettere in discussione l’accordo firmato sul Welfare con i sindacati, i manifestanti chiedono uno stato sociale e un mercato del lavoro più favorevoli agli interessi dei lavoratori. Insistenti voci di corridoio intendono insinuare che le proteste di oggi si rivolgano in realtà all’opposizione. [ Technorati Tags: , , ]

Ossimori rosso scuro

E’ sempre tenero e divertente leggere, tra i teorici e i fautori delle varie declinazioni della disciplina del marketing, chi si riconosce da sempre, e a volte si dichiara con compiacimento, come appartenente alla mezza mela della popolazione nazionale, e non solo, definibile come Sinistralia, spesso nella forma più estrema del comunismo militante. E’ una contraddizione in termini: sarà banale ma non lo dice più nessuno. Perché, sebbene il materialismo contemporaneo sia trasversale agli schieramenti e alle ideologie, il marketing, come il consumismo, il capitalismo e il concetto e la pratica stessi della gestione aziendale, sono quanto più "di destra" si possa immaginare. "Eh, ma noi siamo per una sinistra moderna"; "Beh, ma vorrei vedere te a campare una famiglia", ci si sente obiettare. E la pallida vocina interiore della logica collettivistica e "statale", cui non si manca di appellarsi ad ogni invasione di disperati sulle nostre coste, viene prontamente e sapientemente zittita come Oriella Dorella ad un concerto metal. Decidere cosa e come fare per spingere uomini, donne, anziani e bambini a consumare di più adescandoli in cambio della promessa di un valore aggiunto tanto effettivo quanto effimero è di destra, perché è la base della logica del profitto aziendale. Ma rappresenta un comodo armamentario di pratiche all’occasione capaci di calzare a pennello sul più massimalista dei leoncavallini. Non dimentichiamolo, ogniqualvolta sentiamo i presunti soloni della comunicazione digitale con la bandiera rossa al posto della maglia di lana. E neanche quando riflettiamo sul fatto che il livello culturale medio di questa nazione è sceso a livelli imbarazzanti, perché alla richiesta di mettere per iscritto le eventuali idee, quegli stessi professionisti della comunicazione, quei manager dall’aperitivo facile e dal cuore in tuta blu, quegli stessi sedicenti eroi dell’imprenditoria "volta al bene delle masse" così come i loro sostenitori tutti minuscole e antiamericanismo, tutti informale e diritti-ma-non-doveri, tutti blogosfera e retorica social, sprofondano nel ridicolo alla prima emergenza da consecutio, al primo tranello da subordinata di secondo grado, per estrarre dal cilindro frasi preconfezionate nella lingua più smart (fedeli alla mission suggerita dal proprio business model), sordi agli inviti a parlare e soprattutto scrivere, se ne sono capaci, una lingua per volta con decenza (anche ed eventualmente diversa da quella madre). O quando ci soffermiamo sulla difficoltà di questo paese a coltivare aspirazioni, ideali e valori diversi da quelli del profitto più ipocrita paludato da solidarismo sociale o dell’illusoria rivoluzione tecnologica mascherata da democrazia effettiva, che di democratico non ha neanche le basilari possibilità di accesso. [ Technorati Tags: , , , , ]

Update 21/10: C.V.D.:


[ Courtesy of Maestrinipercaso.it ]

Ricorrenze

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Fu-fu (a.k.a: “Hai visto, stronzo!”)

Fondamentalmente

Chi se ne frega?

Howlin’ at Time(s)

Buh!

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Amazing maths…

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Esseri sensibili

Adesso sta bene ma questa notte qualcuno ha tentato di disfarsi di lui: l’ha gettato dal finestrino dell’auto mentre correva sulla superstrada Sassari-Alghero. L’ha salvato un turista spagnolo che seguiva la macchina: è un meticcio di tre mesi; è stato ricoverato nel canile che la Lida, un’associazione per la difesa degli animali, ha costruito nelle campagne intorno a Sassari. Aperta la caccia al padrone del cucciolo. Il testimone spagnolo ha riferito agli agenti modello, colore e targa dell’automobile incriminata. In Questura, a Sassari, sperano presto di mettere le mani addosso al colpevole. Secondo la legge sull’abbandono e il maltrattamento degli animali, l’imputato rischia da tre mesi ad un anno di prigione oltre ad una multa di 15.000 euro. –> [ Repubblica.it ]

Per te, che vaghi nel sole o al buio con lo sguardo ferito, senza un tetto o qualcuno da annusare.

Homo videns videns

(…) Ma la tesi contraria dell’"intelligenza decrescente" è anche sostenuta da forti prove. La prima è nel mio argomento dell’homo videns che soppianta l’homo sapiens sapiens confinandolo al piccolo mondo delle cose visibili, rendendolo incapace di astrazione, e anche ormai di capacità di concentrazione. (I nostri ragazzi non sanno stare attenti per più di 15 minuti e sfuggono al loro tedium vitae con un incessante divagare e svagarsi) (…).

(Giovanni Sartori, "L’intelligenza decrescente", "Corriere" di oggi)