Articoli con tag 'restauro'

Rosso come il travertino

L’attacco dell’uomo dalle simpatie neofuturiste alla Fontana di Trevi ha dato luogo in rete e sulla stampa alle reazioni più diverse e scomposte, spesso infarcite di strumentalizzazioni politiche e di conformismo. Da queste parti le cose si prendono con più calma detestandosi il dover prendere posizione a freddo, ovvero senza sufficiente riflessione. E si pensa che l’arte non si tocca. E non solo quella, perché il discorso sull’atteggiamento contemporaneo nei suoi confronti andrebbe sempre riveduto e corretto sotto le insegne del concetto di beni culturali, che è bene si conservino il più a lungo possibile come risorsa di vitale importanza per le società attuali e future, e che comprendono anche il costruito diffuso, i contesti variamente storicizzati anche in epoca contemporanea, il paesaggio, l’archeologia industriale e i manufatti preindustriali. Mentre il territorio non è altro che il paesaggio nella sua forma antropizzata, ossia segnato materialmente da attività umane d’uso non solo abitativo e produttive nel senso più ampio. Tra i critici del gesto romano dall’apparenza tutta criminale è andata consolidandosi una contrapposizione piuttosto netta e inaspettatamente trasversale agli schieramenti, per quanto almeno in parte viziata dall’orientamento politico-ideologico, tenuto conto anche delle posizioni di destra dichiaratamente assunte dall’autore dello stesso gesto. Da una parte i difensori propensi a celebrare il geniale valore avanguardistico e dimostrativo dell’impresa, di "rottura estetica" collegata al messaggio di protesta politico-sociale di cui l’annesso proclama scritto si faceva portatore. Dall’altra la condanna dei detrattori, ahimé mossa solo nel migliore dei casi dal principio dell’intangibilità dell’opera d’arte e più spesso (ma non sempre) corrotta da motivazioni di contropropaganda politica finalizzate alla censura del presunto "significato" propagandistico ("pubblicitario") di un’impresa compiuta da un "pazzoide di destra" o da un "fascista". In entrambi i casi, per lo più, un’attenzione limitata agli aspetti puramente iconici dell’accaduto, come se del monumento fosse rimasta coinvolta esclusivamente una pura immagine esclusivamente spendibile ad uso e consumo dei media anziché, innanzitutto, un contesto materico di interesse monumentale come tale tragicamente segnato dal tempo e dall’uomo, e dunque degno di protezione.
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Cutty Sark, GMT -1

"Every inch
of
original material
lost is a
little death"
Il Cutty Sark, storico trealberi ottocentesco usato nelle gare per il trasporto del tè dalla Cina all’apposita borsa londinese in tempi precedenti l’apertura del canale di Suez e andato distrutto in un incendio di probabile origine dolosa divampato la notte scorsa in quel di Greenwich, Londra, era oggetto di un massiccio progetto di conservazione dello scafo e di un programma per un nuovo allestimento espositivo, per una spesa totale di 25 milioni di sterline. L’intervento sullo scafo, costituito da una struttura mista per l’epoca rivoluzionaria, in acciaio, lega di zinco-rame e fasciame in legno rivestito sotto la linea di galleggiamento con feltro e piastre metalliche, era volto al risanamento dai danni di corrosione provocati dai sali marini e meteorici e dalle deformazioni provocate dalla precedente struttura espositiva. Il ponte, gli alberi e il sartiame, frutto di precedenti interventi di sostituzione delle parti originali, erano stati preventivamente rimossi e posti al riparo. L’intero veliero era stato oggetto di attento rilievo di ogni elemento costruttivo, e già si parla di un ripristino delle struttue lignee danneggiate dall’incendio, che comunque potrebbero essere in parte recuperate al contrario di quanto inizialmente ipotizzato. Pare che il legname utilizzato per la realizzazione originale e andato distrutto risalisse almeno in parte al 1415. [ Technorati Tags: , , , , , ]

San Pietroburgo, 77 piani di ignoranza

Il progetto per il nuovo grattacielo previsto a San Pietroburgo come sede della Gazprom prevede un edificio di 77 piani alto poco meno di 400 metri. La discussione tra autorità locali e sostenitori dell’iniziativa ferve: le posizioni appaiono come sempre inconciliabili tra sostenitori politici dell’urgenza di uno sviluppo non chiaramente identificato ed autorità locali, che asseriscono il bisogno di preservare il carattere orizzontale di una tra le più incantevoli città barocche del mondo. Putin, tra i più insigni nativi della città dell’Hermitage, se ne lava le mani già fin troppo indaffarate e imbrattate, ma propende come è ovvio per le prime. E’ interessante quanto avvilente notare che, nonostante le dichiarazioni e le etichette spesso inopportunamente quanto frettolosamente assegnate, persino le ragioni addotte da chi rifiuta un edificio come quello proposto risiedano in motivazioni che hanno ben poco a che fare con le istanze della Conservazione architettonica, giacché appiattite su considerazioni che trascurano del tutto l’unica permanenza del contesto costruito preesistente che si possa chiedere ad un cantiere previsto sul sito, ovvero quella materiale. Considerazioni imperniate, cioè, sull’immagine dell’architettura, sia questa nuova o storica, pretesto in nome del quale si sono da sempre compiute le peggiori devastazioni ai danni del costruito più o meno recente, spesso sacrificando patrimoni inestimabili solo perché non rispondenti al gusto o all’ideologia di pochi o di molti, e declassandoli ad esempi di arte figurativa cui neanche le cautele del restauro pittorico fossero dovute.

Anziché, dunque, sparare facilmente a zero sui promotori di operazioni imprenditoriali comunque deleterie, quale esempio migliore va citato, per questa concezione visibilistica dell’architettura, dello stesso riferimento addotto dai presunti fanatici della permanenza ad una astratta città orizzontale, ridotta ad altrettanto astratta categoria dello spirito priva di una consistenza fisica segnata dall’uomo con cui fare i conti caso per caso con scrupolo da vecchio medico condotto, anziché essere vista come materia stratificata da tutelare nella sua autenticità, problematica perché invano riconducibile ai modelli mentali degeneri del "Restauro" più o meno ufficiale ed istituzionale? Questo è il vero passatismo da cui guardarsi quanto dagli eccessi architettonici, e da evitare perché spesso altrettanto distruttivo che le operazioni speculative, ma spesso ancora più subdolamente ostile ai valori culturali della città ricca dei segni del passato. E ancora: "La nuova torre non sarà visibile dalla piazza Dvortsovaya", dice Sergei Kupriyanov per conto di Gazprom, insistendo che il sito si trova all’esterno del centro storico di San Pietroburgo. Il che equivale a considerarlo un’entità amministrativa imbalsamata, immaginando il rimanente tessuto urbano come terreno di frontiera del tutto sacrificabile alle scelte politiche più ciecamente indifferenti alla complessità storica di una città come San Pietroburgo. E ancora, si spiega: "La città non deve trasformarsi in un museo. La città deve svilupparsi". Non sorprendentemente, l’informazione per cui

"The site is one of the oldest in the city. It was a Swedish fortress before Peter the Great established St. Petersburg."

viene riportata dal Washington Post ma anche dai partecipanti al dibattito quasi di sfuggita, come una postilla riservata a topi di biblioteca ossessionati dal fascino delle anticaglie. Dimenticando che la fortezza svedese sarà semplicemente spazzata via, demolita, distrutta, abbattuta al sorgere del nuovo edificio, comunque esso venga immaginato e a prescindere dal numero dei piani e dalle eventuali citazioni di pezzi del "centro storico" che gli si vorranno dare, pezzi a cui guardare come zavorre nei confronti di un ideale anacronistico di "magnifiche sorti e progressive" di leopardiana e storicistica memoria. Ovvero, nel migliore dei casi, come polverosi vincoli anziché come preziose risorse.

La cultura di Ru-telly: “Grandi Restauri S.p.A.”

L’evento è quello ufficiale e azzimato dell”ennesimo "Restauro-di-Stato-finanziato-dal-Ministero", e il Ministro della cultura Rutelli non rinuncia all’occasione per rispolverare il consueto frasario vetusto e stereotipato: restituire ‘uno dei luoghi piu’ belli del mondo - per stratificazione storica, artistica e architettonica’. Manca solo la solita, disumana e oggi scientificamente inaccettabile formula del ritorno all’antico splendore ancora oggi scelleratamente in auge nell’ambito giornalistico più inconsapevolmente indifferente alla storia della cultura e inaugurata durante la stagione ottocentesca del "restauro stilistico", in cui si decretava arbitrariamente la sopravvivenza delle membrature architettoniche a seconda dello stile e quindi dell’epoca che altrettanto arbitrariamente si intendeva privilegiare, cancellando senza scrupolo di sorta qualunque altra traccia di cultura artistica stratificata esistente sul manufatto, e liquidandola come inutile superfetazione.
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Ah, the simple pleasures in life

…invece di stelle si accendono parole…
(Umberto Saba)

Esiste uno stretto legame tra linguaggio pubblicitario e restauro. Entrambi tendono a sostituire alla realtà nuda e cruda, complessa e articolata, spesso sgradevole e per niente consolatoria, un "ideale" di realtà, un desiderio, un sogno credibile solo a patto di chiudere uno o anche tutti e due gli occhi. La vita felice, al di fuori del tempo, dove nulla turba il regolare e tranquillo svolgersi delle giornate, che vediamo nelle pubblicità, ha il suo corrispettivo nelle perfette ricostruzioni (più o meno filologicamente corrette) di castelli, chiese, borghi e conventi, operate dai restauratori negli ultimi due secoli.

Questa sorta di parentela, queste affinità elettive sono appurate. La pubblicità e il restauro si sono riconosciuti vicendevolmente e intraprendono un percorso che li porta sempre più spesso ad affiancarsi e incrociarsi. Perché la loro è una battaglia comune che lascia sul campo tutto ciò che non è conforme alle regole del buon gusto e del decoro: che si tratti di rughe o di macchie, di crepe o di licheni. Insieme costruiscono mattone su mattone, fotogramma su fotogramma, un universo parallelo dove il sole è sempre splendente, il cielo sempre blu, e non si invecchia mai; dove lo scorrere del tempo è da fermare e la vita moderna è da abolire o addomesticare.

Sono ormai storici gli spot dell’Ariston diretti da Wim Wenders. Lo spot della lavabiancheria mostra un imponente affresco "tiepolesco" ingrigito e sbiadito dal tempo, i cui personaggi scendono dalla parete, si liberano dai vecchi drappi, li mettono in lavatrice e li rindossano più smaglianti e colorati che mai. Nell’inquadratura finale si rivede l’affresco con tutti i personaggi tornati alloro posto puliti e coloratissimi; come nuovi. Il medesimo criterio si ritrova nello spot della lavastoviglie dove i personaggi, invece che dall’affresco, scendono da un’antica maiolica; si spogliano, si lavano, si rivestono e tornano a nuovo. La metafora è chiara e l’associazione assolutamente calzante: lo stesso consenso lo troviamo infatti di fronte al "lavaggio" della Cappella Sistina e dell’Ultima Cena. Continua a leggere ‘Ah, the simple pleasures in life’

Dimenticare Venezia

Non perché non piaccia, anzi. Lo storico dell’arte e dell’archeologia Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, neopresidente del Consiglio superiore dei Beni culturali ed autore, tra gli altri, del celebre pamphlet "Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale" (Einaudi, 2002), lancia un grido di dolore sull’uso spesso sconsiderato che viene fatto delle piazze di molte città italiane. La memoria corre subito a quel luglio del 1989 in cui, per un concerto (indimenticabile - lo seguii da Rimini) dei Pink Floyd, si allestì un mega-palco galleggiante di fronte a piazza San Marco a Venezia. L’evento fu un grande spettacolo non solo musicalmente ma anche "sul piano mediatico", visto che fu trasmesso in diretta internazionale e coglieva la band in un momento di particolare splendore, se non vado errato dopo la pubblicazione di A momentary lapse of reason. L’organizzazione locale fu però una catastrofe: nessun bagno pubblico o punto di ristoro, tafferugli tra la folla con rischio di gravi incidenti per mancanza di significative zone cuscinetto, montagne di rifiuti e sporcizia. Unica soluzione alla ressa, un bagno in laguna. Il giorno seguente offrì un panorama che sintetizzava l’indifferenza italica per il nostro patrimonio culturale, ridotto a latrina a cielo aperto. Viene spontanea l’immagine di una affascinante nobildonna stuprata nonostante l’età, o forse proprio per questa. Altri esempi e testimonianze sono nell’articolo-intervista, in cui risalta, credo, la considerazione  dell’urgenza che la nostra società massificata anteponga le esigenze della civiltà a quelle dello spettacolo, ovvero dei celebrati media, il cui codice pare oggi indispensabile adottare se si vuol essere ascoltati. Ma non è facile parlare di corda in casa dell’impiccato. Continua a leggere ‘Dimenticare Venezia’