Articoli con tag 'piergiorgio-welby'

O salti ’sta finestra. Ops

Non c’è che dire, fa sempre piacere accingersi a celebrare il Natale in un paese che ha le idee chiare in fatto di religiosità. Tema paradossalmente tra i più laici, ma non per questo legittimamente assumibile, sempre che si aspiri ad un briciolo di credibilità, come riserva personale di caccia alle farfalle del paravento ideologico, nella speranza di poterne eventualmente fare, a sinistra come a destra, qualcosa di più o meno confacente ai propri bisogni personali, vezzi intellettualistico-politici o mai imprescindibili urgenze editoriali, a seconda del piede con cui ci si è alzati la mattina. Perché di fronte alle reazioni scatenate dalla dichiarazione con cui il Vicariato di Roma negava il consenso alle esequie di Piergiorgio Welby, è spontaneo chiedersi come e perché ci si voglia ergere a maestri di pensiero in ambiti a cui nello stesso tempo si tenga a dichiararsi ben estranei, se non apertamente avversi nella propria visione del mondo. E sarebbe farsesco, se non avvenisse sulla scia di eventi dolorosi per chiunque, il fatto di riuscire a razzolare nel letame ideologico anche a spese di un defunto cui si deve solo il più rispettoso silenzio. Ma è così difficile capire che accettare di essere cattolici comporta il riconoscimento dell’autorità della relativa Chiesa, che un funerale è cattolico solo se celebrato dalla suddetta e che la fede è un fatto del tutto facoltativo, ben lungi dall’essere prescritto dal medico come farmaco salvavita? Decisamente un paragone avventato, ma probabile acqua fresca di fronte alla faccia tosta delle strumentalizzazioni più indifferenti ai valori della spiritualità della vita e della morte. Anche di chi se ne infischia o, peggio, li ritenga di esclusiva pertinenza di una visione non laica delle stesse. Il che la dice già molto lunga. Prendere o lasciare, l’uscita è (generalmente) in asse con l’altare: fa anche rima. Buon Natale. [ Weekend OpenTrackback @ The Right Nation ]

La morte di Welby, tra Ippocrate, Ovidio e Cappato

Nell’era della comunicazione globale, si comunica troppo e male. Davanti alla morte ci vuole rispetto, e il silenzio ne è da sempre una componente fondamentale. Invece il dibattito politico e mediatico è stato e sarà per lo più strumentale, sebbene in certi casi il rischio di non condurlo in modo sensato sia sempre dietro l’angolo anche per chi ha le migliori intenzioni, e la retorica contestazionistica anche. Fermo restando che davanti alla morte la politica debba fare un passo indietro contando solo la relazione medico-paziente per gestire un rapporto troppo grande e complesso per la dimensione umana, che paradossalmente è l’unica a doverlo affrontare. A condizione, beninteso, che il medico si trovi al posto giusto. D’altra parte, mi sembra che lo stesso dibattito legato al caso Welby sia scaturito per decisione dello stesso Welby, che per questo va ringraziato, nonostante le speculazioni di chi ha cavalcato la sua sofferenza per portare avanti un progetto partitico. Ed è vero anche che la politica non può abbandonare i medici nella solitudine di decisioni troppo grandi per tutti loro, soprattutto per quei non pochi che tra loro chiaramente non lo sanno. Ma le leggi degli uomini sono davvero tutto? Tra le chiamate arrivate in diretta a Radio Radicale dopo la conferenza stampa, mi pare comunque degno di riflessione sempre aperta e dubitativa, e mai scontato, lo spunto relativo alle responsabilità da qualunque medico qualunque vero medico assunte nei confronti dei propri simili mediante il giuramento di Ippocrate e l’ideale lascito della Scuola Medica Salernitana, che fin dagli albori della società umana hanno illuminato le tenebre del rapporto vita-morte dell’uomo attraverso decine di secoli di storia non solo medica, ma anche e soprattutto civile, culturale e morale. Anche a prescindere dall’influenza della tradizione spirituale cristiana, tanto per capirsi. Tempus edax rerum.