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Lo scaricabarile del controllo antipirateria in salsa belga, anzi europea

A chi spetta il controllo sulla legalità del materiale musicale o più in generale multimediale che circola quotidianamente sulla rete con migliaia di titoli condivisi tramite applicazioni di scambio peer-to-peer? E’ compito dell’autorità giudiziaria e delle forze dell’ordine oppure va ascritto alla responsabilità che i fornitori di servizi internet (ISP) potrebbero esercitare grazie ai mezzi tecnici di cui dispongono, trasformandoli in autentici guardiani della rete e, di fatto, assegnando loro una funzione poliziesca che esula dai doveri di un’impresa? La sentenza di un tribunale belga ha stabilito che spetti agli ISP la responsabilità legale di implementare le contromisure necessarie per bloccare lo scambio illegale di file soggetti a diritto d’autore sulla rete telematica da questi gestita. Secondo il sito della International Federation of the Phonografic Industry (IFPI), organismo di riferimento di livello internazionale per le organizzazioni di tutela del settore, la sentenza è la prima di questo tipo in ambito europeo rappresentando un importante precedente per la legislazione comunitaria, che essa contribuisce ad integrare nel campo della lotta alla pirateria musicale internazionale. Il giudice belga ha infatti riconosciuto nelle competenze e pertinenze tecniche dell’ISP il criterio necessario per conferire per legge la piena responsabilità di bloccare o filtrare la disponibilità di materiale soggetto a copyright su reti di condivisione peer-to-peer, dando al fornitore Scarlet (ex Tiscali) sei mesi per applicare le misure necessarie. Ma anche fornendo indicazioni pratiche su sette soluzioni tecnologiche valide al filtraggio del materiale in circolazione sulle reti, con particolare riferimento a una di esse. Come dire: quando lo stato fa pubblicità e il privato fa lo Stato.
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La riscossa dello scaricatore

Una sentenza della Terza sezione penale della Corte di Cassazione ha appena sancito un importante precedente nella vicenda delle implicazioni legali, giuridiche e giudiziarie relative all’accesso a contenuti multimediali coperti da diritto d’autore, provenienti dalla rete e scaricati sul proprio computer per fini di fruizione personale e quindi diversi dal lucro. Una sentenza che ha già sollevato le scontate repliche dell’associazione degli autori e degli editori, ma che può realmente rivoluzionare il panorama italiano dell’uso personale di musica e software provenienti dai circuiti di scambio peer-to-peer, finora avvenuto almeno formalmente al di fuori dei limiti di legge attinenti alla tutela del copyright.

Degno di nota è anche lo spessore "pubblico" della presunta violazione, legato al fatto che essa fosse collegata alla disponibilità di attrezzature informatiche in uso ad un’associazione interna al Politecnico di Torino, utilizzate da due studenti per "creare" una rete di condivisione di file via Internet. Ammesso che i due imputati non si siano semplicemente inseriti in un circuito di scambio già esistente mediante l’uso di semplici programmi e l’accesso a siti anch’essi liberamente disponibili al pubblico della rete anziché creare personalmente una piattaforma di scambio ex novo, la sentenza della Cassazione stabilisce dunque un precedente di importanza storica per il futuro degli scaricatori italiani "amatoriali" o privati, il cui rilievo si gioca su un duplice fronte e denota una disponibilità a colmare il divario esistente tra il paese e un apparato giuridico spesso inadeguato a recepire le istanze del cittadino in possesso di una sensibilità tecnologica media. [ Weekend OpenTrackback @ The Right Nation ]