Articoli con tag 'patrimonio_culturale'

La rete e il lago

Tra le aziende che espongono in questi giorni all’ennesima edizione della Fiera Campionaria di Milano Campionaria di Rho-Pero c’è anche La Rete, solida impresa che si è sviluppata sull’isola di Montisola, Lago d’Iseo, a partire da antichissime attività artigianali legate alla produzione di reti da pesca che datano dal X-XI secolo, l’epoca di Carlo Magno. Un sistema di pratiche economiche evolutosi nei secoli dalla manualità altomedievale attraverso la rivoluzione industriale con l’introduzione dei primi telai e approdata in tempi moderni alla meccanizzazione totale, fino all’attuale offerta di reti utilizzate in pressoché qualunque disciplina sportiva. Un modello virtuoso di economia sostenibile legato al territorio, ma anche del genio imprenditoriale più autenticamente italiano, basato su saperi artigianali collaudati dal tempo. Un motivo in più per la conservazione delle professionalità di origine storica e dei loro riflessi materiali sul patrimonio culturale, sempre unici e irripetibili. Il paradosso è che si dimostri di averlo capito in un luogo che è la prova del disinteresse più totale per quei segni. [ Technorati Tags: , , , ]

Il Cupolone del Bosforo

Cupola a rischio per la Basilica di Santa Sofia ad Istanbul. [ Technorati Tags: , , , ]

Rosso come il travertino

L’attacco dell’uomo dalle simpatie neofuturiste alla Fontana di Trevi ha dato luogo in rete e sulla stampa alle reazioni più diverse e scomposte, spesso infarcite di strumentalizzazioni politiche e di conformismo. Da queste parti le cose si prendono con più calma detestandosi il dover prendere posizione a freddo, ovvero senza sufficiente riflessione. E si pensa che l’arte non si tocca. E non solo quella, perché il discorso sull’atteggiamento contemporaneo nei suoi confronti andrebbe sempre riveduto e corretto sotto le insegne del concetto di beni culturali, che è bene si conservino il più a lungo possibile come risorsa di vitale importanza per le società attuali e future, e che comprendono anche il costruito diffuso, i contesti variamente storicizzati anche in epoca contemporanea, il paesaggio, l’archeologia industriale e i manufatti preindustriali. Mentre il territorio non è altro che il paesaggio nella sua forma antropizzata, ossia segnato materialmente da attività umane d’uso non solo abitativo e produttive nel senso più ampio. Tra i critici del gesto romano dall’apparenza tutta criminale è andata consolidandosi una contrapposizione piuttosto netta e inaspettatamente trasversale agli schieramenti, per quanto almeno in parte viziata dall’orientamento politico-ideologico, tenuto conto anche delle posizioni di destra dichiaratamente assunte dall’autore dello stesso gesto. Da una parte i difensori propensi a celebrare il geniale valore avanguardistico e dimostrativo dell’impresa, di "rottura estetica" collegata al messaggio di protesta politico-sociale di cui l’annesso proclama scritto si faceva portatore. Dall’altra la condanna dei detrattori, ahimé mossa solo nel migliore dei casi dal principio dell’intangibilità dell’opera d’arte e più spesso (ma non sempre) corrotta da motivazioni di contropropaganda politica finalizzate alla censura del presunto "significato" propagandistico ("pubblicitario") di un’impresa compiuta da un "pazzoide di destra" o da un "fascista". In entrambi i casi, per lo più, un’attenzione limitata agli aspetti puramente iconici dell’accaduto, come se del monumento fosse rimasta coinvolta esclusivamente una pura immagine esclusivamente spendibile ad uso e consumo dei media anziché, innanzitutto, un contesto materico di interesse monumentale come tale tragicamente segnato dal tempo e dall’uomo, e dunque degno di protezione.
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Ticosa, ultimo atto/ 2 - il video

Presentatrice della serata-evento con tanto di lustrini e frasi di circostanza, personaggi e autorità cittadine e regionali, laiche e clericali. Folla assiepata delle grandi occasioni per assistere all’evento, giochi di luce variopinti e occhio di bue sulla tenaglia montata sulla gru, che evoca scenari primitivi quando affonda i denti nella materia muta solo per chi non la sa ascoltare. Morente ma parlante, perché segnata dal tempo e dalle tracce degli uomini. Tutto è al posto giusto, tutti pronti per godersi lo spettacolo.

Sì, ridete. Ma mentre i probiviri schiamazzavano, gracchiavano e deliberavano, la vecchia torre, così a lungo incrollabile, si sentiva tremare nelle sue fondamenta. Ecco d’un tratto che dalle finestre, dalle porte, per le feritoie, dai barbacani, dagli abbaini, dalle grondaie, dappertutto, i demolitori escono da lei come vermi da un cadavere. Essa trasuda di muratori. Questi pidocchi la pungono. Questi parassiti la divorano. La povera torre comincia a cadere pietra dopo pietra; le sue sculture si sbriciolano sul selciato; sporca le case con i suoi frammenti; il suo fianco si sventra; il profilo si sbreccia; e l’inutile borghese, che le passa accanto senza troppo sapere di ciò che le si fa, si stupisce di vederla caricata di corde, di pulegge e di scale, più di quanto non lo sia mai stata durante un assalto di inglesi o di borgognoni.
[ Victor Hugo, Guerra ai demolitori!, 1825]

Ticosa, ultimo atto. Gatti permettendo

Durante la Seconda guerra mondiale, l’operaia comasca Ines Figini subì gli orrori della deportazione nei campi di concentramento del Terzo Reich proprio in seguito ad uno sciopero nella vecchia fabbrica. Oggi, giornata della Memoria dedicata alle vittime della Shoah, sarà presente alla cerimonia di inaugurazione dei lavori di demolizione integrale degli edifici dello storico insediamento industriale Ticosa, descritti da molti come "una vergogna" per la città di Como. Dal 1982, anno della chiusura, il degrado cui i capannoni sono andati incontro è stato di fatto proporzionale all’uso come discarica pubblica e ricovero per senzatetto e clandestini, con l’aggravante dell’inquinamento da materiali nocivi come l’amianto, utilizzato largamente nell’edilizia industriale all’epoca della costruzione.

Ma una campagna di bonifica e risanamento ambientale e tecnologico, seguita da accorta ridestinazione funzionale, sarebbe stata insufficiente ad attivare la grancassa dei media e della politica. I capannoni insistono su un’area di importanza considerata strategica per il futuro sviluppo cittadino, e come tali resi oggetto puntuale di un vasto intervento progettuale con cui "restituirla" alla città. Seguendo uno schema logico curioso, secondo cui il nuovo apparterrebbe alla città e alla sua gente più del suo tessuto storico. Il progetto previsto per l’area vede così trascurate per l’ennesima volta le ragioni della conservazione e di un riuso compatibile dell’esistente, cui si nega qualunque dignità di documento materiale di una fase storica e sociale importante della vita di Como e dei suoi abitanti, ma più in generale della storia del capitalismo e del lavoro italiani. Come sempre, la via della demolizione è ritenuta la più facile, con buona pace di ragioni ecologistico-animalistiche funzionali alla gestione politica e alla resa mediatica della "celebrazione".

Prima di procedere con le vere e proprie operazioni di bonifica e quindi con la chiusura di tutta l’area di cantiere, l’assessorato alla Sanità e l’Asl con il responsabile del servizio veterinario hanno attivato un piano di trasferimento della colonia di 23 gatti che, a seguito dell’abbandono dell’edificio, si era insediata nell’area. I 23 gatti saranno catturati con gustose trappole gastronomiche, quindi trasferiti da personale Asl nel compendio comunale di via Stazzi dove dovranno essere tenuti in un locale per 10 giorni per poterli acclimatare evitando così di farli tornare al luogo di origine.

La Tintoria Comense SA, più nota come Ti.Co.Sa o Ticosa, nacque nell’estate del 1871 con 90 operai per "dare l’avvio ad una industria tintòria di servizio per l’industria serica comasca e milanese". Così vide la luce l’idea imprenditoriale che porterà alla costituzione di quella che diventerà una delle più grandi ed importanti tintostamperie italiane e la maggiore delle realtà produttive comasche. Ironia della sorte, l’"evento" sarà accompagnato dalla proiezione su di un enorme maxischermo collocato sul corpo a “c” (il cuore antico del manufatto da abbattere) e visibile da via Grandi, di alcune testimonianze inedite ed esclusive sulla storia della fabbrica tessile. I lavori di demolizione erano in realtà iniziati nello scorso novembre, con lo smantellamentto delle parti pericolanti e degli impianti delle ali secondarie e più recenti dell’opificio. La cerimonia sarà trasmessa in diretta streaming a partire dalle 16:45 sul sito del Comune di Como. [ La storia della Ti.Co.Sa. ]

“Ecomostri”: la non-cultura della demolizione

Dopo Punta Perotti, sono tornati alla carica i fanatici della demolizione. Vecchia progenie sempre presente sul luogo dei peggiori danni inferti in passato al patrimonio costruito nelle sue stratificazioni storiche sempre pronte a negare l’irriducibilità della cultura a versioni emendate e consolatorie, si sono riproposti attraverso le sembianze inquietanti del ministro Pecorario Scanio e del presidente della regione Calabria Loiero, ritrovatisi ai piedi dello scheletro di un nuovo alveare da demolire a Copanello, sulla costa ionica in provincia di Catanzaro. Per celebrare l’ennesima, squallida messinscena dell’avvio dei "lavori" di abbattimento con tanto di lancio della bottiglia di spumante. Dove non arriva la dinamite arriva il delirio onanistico delle protesi meccaniche chiamate ruspe, perché - garantisce Loiero - "il calcestruzzo sarebbe potuto finire in mare con conseguenze gravi e irrimediabili sull’ inquinamento delle acque".

E sotto le insegne della rassicurante parola chiave buona per qualunque contesto si rade al suolo l’ennesimo ecomostro, alla faccia delle specificità locali troppo impegnative per essere affrontate in anticipo con l’efficienza di un vecchio medico condotto anziché all’ombra della grancassa mediatica, nella loro datata e seccante complessità. Enfatizzare la vicinanza dello scheletro in calcestruzzo con il sito archeologico della presunta tomba di Cassiodoro diventa quindi il pretesto per un provvedimento troppo comodo di presunta attenzione al contesto, ignorando che proprio la presenza di quei resti avrebbe reso necessari ben altri provvedimenti di tutela, prima che lo scempio prendesse forma e consistenza materiale. La retorica dell’"ecomostro" di Pecoraro-Scanio è una patacca politico-mediatica utile soltanto a praticare un lifting all’ingrosso innanzitutto al proprio consenso, un trattamento estetico volgare che abbandona nell’incuria abissi inesplorati e realtà ben più urgenti del nostro paese, oppure ne esalta le emergenze monumentali trascurando vergognosamente il continuum storico e paesaggistico che le circonda. Continua a leggere ‘“Ecomostri”: la non-cultura della demolizione’

La Nave degli Architetti

  "Questo evento, oggi, è ormai scomparso: dopo il varo dell’ultimo transatlantico della Società "Italia", la Michelangelo, lo scalo di Genova è stato demolito e, quello che era uno degli spettacoli più attesi, è stato sostituito da un rito affrettato nei moderni ‘bacini ad allagamento’".

"Alle 23:10, finita la telefonata, Carstens si accorgeva, girandosi di nuovo verso prua, della sagoma enorme e illuminata dell’ammiraglia italiana a cui stava andando addosso".


"L’Italia incerta e tentennante del dopoguerra aveva avuto la meglio: l’Andrea Doria era della società Italia di Navigazione che era della "Finmare", che era proprietà dell’"Iri", che era di proprietà dello Stato. Possiamo immaginare la catena di cariche politiche e ministeriali che si trovò a proteggere l’evento: troppe poltrone e rischio, che portarono a silenzi, reticenze, ’scaricabarile’".

Per ragioni personali ho avuto il piacere speciale e graditissimo di leggere in anteprima questa snella ma penetrante monografia dedicata, nel cinquantesimo anniversario del suo affondamento al largo delle coste statunitensi, alle virtù e alle disgrazie dell’Andrea Doria e alla sua vicenda per molti versi ancora attuale. Una turbonave dal fascino indiscusso, che negli anni Cinquanta ha rappresentato il vanto della marineria civile italiana grazie anche all’opera unica e irripetibile dei maggiori architetti e artisti dell’epoca, tra i quali Giò Ponti, in una stagione rimasta ineguagliata non solo della storia del design e del gusto italiani, ma dell’intera cultura europea. [ In copertina: locandina del lancio pubblicitario della Società "Italia" per l’ingresso dell’A. Doria sulla linea per il Nord America ]

Ma allora è un vizio

Dopo una disputa legale durata dieci anni, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles ha accettato di restituire al governo greco alcuni reperti archeologici rinvenuti in terra achea e illegalmente trafugati prima di essere acquistati dal museo americano nel 1993. Altro che Timeo Danaos et dona ferentes

La cultura di Ru-telly: “Grandi Restauri S.p.A.”

L’evento è quello ufficiale e azzimato dell”ennesimo "Restauro-di-Stato-finanziato-dal-Ministero", e il Ministro della cultura Rutelli non rinuncia all’occasione per rispolverare il consueto frasario vetusto e stereotipato: restituire ‘uno dei luoghi piu’ belli del mondo - per stratificazione storica, artistica e architettonica’. Manca solo la solita, disumana e oggi scientificamente inaccettabile formula del ritorno all’antico splendore ancora oggi scelleratamente in auge nell’ambito giornalistico più inconsapevolmente indifferente alla storia della cultura e inaugurata durante la stagione ottocentesca del "restauro stilistico", in cui si decretava arbitrariamente la sopravvivenza delle membrature architettoniche a seconda dello stile e quindi dell’epoca che altrettanto arbitrariamente si intendeva privilegiare, cancellando senza scrupolo di sorta qualunque altra traccia di cultura artistica stratificata esistente sul manufatto, e liquidandola come inutile superfetazione.
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L’uomo di Trafalgar Square

Un sarcofago contenente lo scheletro di un antico romano privo del teschio risalente al quinto secolo dopo Cristo è stato ritrovato a Londra durante i lavori in corso in un cantiere edile adiacente la chiesa di St-Martin-in-the-Fields, nella centralissima Trafalgar Square. Il sarcofago, scavato in un blocco di calcare del peso di una tonnellata e mezzo, si trovava sepolto nel terreno situato lungo il fianco destro della chiesa, al di fuori dei confini da tempo assegnati dagli storici alla cinta muraria romana. I resti, che erano privi di alcune dita e presentavano sulle costole i segni di fratture guarite, appartenevano a un uomo di età compresa tra i 40 e i 50 anni. Si pensa che il cranio possa essere stato trafugato come trofeo in epoca vittoriana da alcuni operai che lavoravano alle fognature dell’area. Oltre al sarcofago sono stati ritrovati anche gioielli, denti posticci, suppellettili e una fornace per mattoni, il che fa pensare agli archeologi che sul sito dovesse sorgere una villa romana o un edificio religioso. [ Guarda il filmato –> ]

La cultura di Ru-Telly

Dunque è assodato: la performance offerta da Padoa-Schioppa durante la puntata di Che tempo che fa dell’altra sera non era un evento isolato, ma faceva parte di un’offensiva più vasta e mirata a scuotere alle fondamenta il comune senso della decenza del pubblico televisivo italico, nell’ennesimo slancio di arrogante presunzione inflitto da un governo farsesco a una nazione considerata chiaramente d’intralcio alla libera espressione del proprio delirio di onnipotenza. La conferma è giunta tempestiva stasera, quando dai microfoni della ribalta giornalistica offerta da Ballarò (naturale espressione ulteriore di un distillato di obiettività cristallina nei giudizi e negli atteggiamenti degli operatori dell’informazione nostrani nella normale interazione con le diverse parti politiche), il ministro della cultura Francesco Rutelli si è esibito nella scoppiettante (TPS docet) valutazione critica secondo la quale "Non Si Può Chiedere A Piacenza Di Essere Anche Una Città D’Arte".
Questo perché, ha analizzato,

pur avendo quella bella piazza,

trattasi di città che "riveste un ruolo e una vocazione primari di snodo logistico" per l’erogazione di "servizi" - sic - al paese. E’ evidente che al ministro poco importa (per usare un sontuoso eufemismo) che, in quest’Italia stremata dall’ignoranza di una classe dirigente convinta che una bella fronte spaziosa basti a conferire il diritto di fare il bello e il cattivo tempo, proprio in quel patrimonio culturale diffuso da lui trascurato, proprio nella provincia solo apparentemente più anonima perché sprovvista di immediato appeal turistico degno dei peggiori stereotipi da istituto alberghiero stia invece, non meno che nelle solite emergenze monumentali, la principale risorsa del paese anche in termini economici (visto che con le ragioni della cultura non si batte chiodo). A condizione di gestire correttamente questo patrimonio, e quindi esserne quantomeno vagamente al corrente. Santa Maria di Campagna, San Sisto, San Sepolcro, Alessio Tramello, le architetture farnesiane (tra gli altri) ringraziano doloranti.

La palla sinistra di Mozart

Siamo alla frutta. Quando persino l’arte a Berlino viene umiliata e offesa da decisioni che muovono dalla più gretta demagogia e da un perbenismo conciliatore che appiattiscono le specificità culturali nel volgare calderone di un politically correct banalmente sottomesso alla legge del più arrogante, la perdita culturale riguarda tutti e resta davvero poco in cui sperare per il risveglio della civiltà. E non solo di quella occidentale: più in generale, per il risveglio dell’umanità. Quando la politica del "rispetto delle differenze" di un ipocrita e incosciente progressismo da strapazzo, tale solo a parole e a corrente alternata, sente il bisogno di censurare per motivi di ordine pubblico e di sicurezza una messa in scena dell’"Idomeneo" di Mozart solo perché mostra le teste mozzate di Gesù Cristo e di Poseidone, di Buddha e di Maometto, significa che il senso del rispetto per le culture è ormai diventato un concetto puramente soggettivo per non dire dimenticato, e che il genere umano è allo sbando definitivo. Siamo alle solite.
Non solo ci tocca preoccuparci dei rapporti tra arte e religioni, dei terroristi che vogliono sfregiare con le bombe gli affreschi "blasfemi" di Giovanni da Modena a San Petronio e delle posizioni più sconcertanti assunte al riguardo anche a casa nostra, ma anche prevenirne le mosse, acquisirne la mentalità, interiorizzarne l’oscurantismo teocratico più becero. Dimenticando che l’arte è di tutti, anche di quanti da essa si sentono offesi, e che le battaglie da sempre combattute in nome del pregiudizio ideologico contro le sue manifestazioni più scomode ma comunque più autentiche non hanno mai mancato di rivelarsi perdenti. Perché arte è innanzitutto autenticità e come tale estranea all’ideologia, e la vera cultura di una civiltà si misura con la sua capacità di accettare le espressioni più varie di identità culturale, finché appunto espresse con autenticità.
Idee, queste, che sono oggi peraltro alla base del concetto di conservazione del patrimonio culturale mondiale e che sono state spesso strumentalizzate, evidentemente senza successo, da certa cultura politica di sinistra e dalle correnti ad essa organiche del panorama intellettuale nazionale, spesso con finalità ed esiti tutt’altro che nobili o apprezzabili. Sarebbe interessante capire in base a quale arcana logica la stessa parte politica osi battersi oggi a spada tratta in nome di un laicismo più statalistico che statuale che nulla ha a che fare con una sacrosanta laicità, scagliandosi contro l’altrettanto sacrosanto diritto delle autorità religiose nazionali al dibattito sui grandi temi civili e morali, quando non mostra incertezze nel calarsi le braghe al cospetto delle istanze spirituali altrui imposte col terrore, che quindi cessano di essere persino degne di curiosità.
Alla chiusura ipocrita e opportunistica persino al dialogo con la propria identità in barba alla logica più elementare delle stesse affermazioni di principio, che pure peraltro sembrano latitare da un pezzo nel dibattito politico e culturale di un sinistrismo imborghesito e spaccone, fa dunque da contraltare, per l’ennesima volta, la vigliacca connivenza con le ragioni di una presunta superiorità razzista affermata con gli argomenti distorti di un lascito spirituale alla deriva e di una civiltà sempre più contraddittoria e perdente, nonostante le apparenze. Perché non esita a piegarlo ai fini più barbari anche nei rapporti con l’esterno, salvo poi sottrarsi alla discussione interna tra le proprie componenti alla perenne ricerca di un’anima, senza mai rinnegare e condannare qualunque cosa la riguardi anche nel senso più spregevole. Quale rispetto, quale morale, quale identità per l’Internazionale rossa dello stesso sangue che imbratta le mani dei tagliatori di teste e del cotto dei nostri centri storici, che orde ignoranti di bombaroli invasati vedrebbero volentieri polverizzato?

L’immaginazione in cantina

Forma e sostanza, cultura visiva e cultura materiale. La storia architettonica italiana del ventesimo secolo oscilla da tempo tra i due estremi. Due estremi che non sempre vanno interpretati come poli contrapposti e inconciliabili, a condizione di non ridurre l’architettura ad arte visiva, perdendo di vista i valori storici e culturali depositati sul tessuto materiale stratificato di tutto il patrimonio costruito che le epoche precedenti ci hanno consegnato, vero banco di prova del valore dell’architetto. Una disciplina che in Italia ha avuto, dall’epoca greco-ellenistica e romana in avanti, la possibilità unica di misurarsi con il lascito delle epoche precedenti, sviluppando una sensibilità unica per l’antico e la sua tutela, intesa spesso con esiti contraddittori. E producendo risultati altrettanto contraddittori, ma non per questo meno affascinanti e meritevoli di attenzione conservativa. Un lascito che l’architettura contemporanea ha il dovere di rispettare con interventi compatibili e nel segno dell’autenticità.

Certo a più riprese è stata forte, nella storia della disciplina e delle elaborazioni teoriche volte a interpretare e giustificare la pratica del costruire, la tentazione di cosiderare l’architettura come forma pura, una tentazione rafforzata sul versante filosofico all’inizio del Novecento da una cultura idealista che tendeva a ridurre la complessità attualmente riconosciuta a tutti i manufatti storici, isolando le emergenze monumentali come opere d’arte la cui fruizione doveva essere prevalentemente iconica e distaccata, affidata alla riproduzione fotografica e bibliografica, come oggetto dall’aura nobile estraneo alla realtà e all’uso quotidiano. L’avventura del razionalismo funzionalista, che tendeva da una lato a rafforzare i valori formali e dall’altro a valorizzare le opportunità della produzione seriale e di altri aspetti dell’industrializzazione del processo edilizio, ha lasciato spazio ad un periodo di dispersione della cultura architettonica internazionale, incerta tra il revival del repertorio storicista riscoperto attraverso la libera citazione di elementi stilistici attinti dal passato e lo sperimentalismo avanguardista, che ha aperto la strada a una variegata ed eterogenea cultura architettonica contemporanea. Nel cui alveo ricadono atteggiamenti molto diversi, diversamente sensibili al fascino dell’antico ma regolarmente indifferenti all’esigenza della conservazione delle sue tracce materiali, anche a causa della progressiva internazionalizzazione del ruolo del’architetto. Continua a leggere ‘L’immaginazione in cantina’