Articoli con tag 'musica'

Qualcuno lo dica a sua sorella

Al di là di qualche fugace siparietto e rispetto ai precedenti degli ultimi anni, il nuovo (talk-) show di Adriano Celentano ha perso anche l’ultima caratteristica che li rendeva vagamente degni di essere seguiti: la musica dal vivo. Con la sua voce dal vivo.
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“Clapton - The autobiography”

Clapton - The autobiography, oltre al doppio CD retrospettivo Complete Clapton", è disponibile online.
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James Session

Seguendo su Canale Cinque lo spettacolo del Trofeo Birra Moretti (con una grande Inter) in diretta dal San Paolo di Napoli, ieri sera riusciva impossibile fare a meno di notare, durante il duetto con Jorge Ben in una versione alquanto raffazzonata del classico carioca Mas que nada, l’inquietante stadio di avanzamento della metamorfosi subita da Lucio Dalla dallo stato di cantante a quello di cabarettista, a voler essere di manica larga. "Una grande jam session", aveva annunciato poco prima la conduttrice Barbara D’Urso. Nel precedente intervallo, lo stesso Dalla si era esibito nell’ennesima versione di Caruso. In playback.
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Giacché Sanremo è Sanremo

Roba da far rivoltare nella tomba il povero Luigi Tenco. Un trionfo di demagogia e superficialità da far impallidire “Io, tu e le rose”. Le canzoni “Ti regalerò una rosa” e “Pensa”, con cui Simone Cristicchi e Fabrizio Moro si sono rispettivamente aggiudicati la vittoria nelle sezioni “big” e “giovani” della cinquantasettesima edizione del Festival della canzone italiana erano stonate e fuori luogo quasi quanto la giacca esibita dal primo durante l’ultima serata della Kermesse sanremese. Troppo facile vincere cantando di tematiche dolorose e catalizzatrici di consenso come la follia e l’isolamento sociale di chi soffre di disturbi psichici da un lato e l’assurdità della violenza mafiosa (dichiaratamente ispirata da una fiction su Paolo Borsellino più che dalla tragica realtà dei fatti storici) dall’altro, soprattutto se i pezzi in questione si presentano in senso strettamente musicale desolatamente privi di elementi di vero interesse e originalità. Tematiche affrontate e testi pure poetici non fanno una buona musica se non secondo gli schemi di una mentalità astrattamente e retoricamente incline al “sociale”, dal momento che l’emozione che l’arte deve suscitare prescinde dal valore dei singoli ingredienti per esaltarsi nell’evocatività del risultato complessivo grazie soprattutto alle doti interpretative di chi lo esprime. Molto più difficile (impossibile) è vincere una gara come Sanremo con una canzone apparentemente superficiale ma musicalmente valida, magari suonando personalmente uno strumento insieme all’orchestra e ad un coro, che hanno peraltro il potere di nobilitare anche i vagiti cantautorali manifestamente più sterili e pretenziosi, magari accompagnati da capacità interpretative inesistenti. D’accordo, si può obiettare, è il festival della canzone. Ma allora perché non riconoscere le abilità canore pure e semplici, anziché i temi trattati? In fin dei conti si tratta di due pezzi rap come tali quasi recitati, per cui neanche sarebbe stato quasi necessario essere intonati. L’ombra lunga e neanche tanto dissimulata di Sinistralia su Sanremo: l’impegno sociale e pseudoculturale a favore dei più deboli giustifica qualunque nefandezza o mediocrità creativa e intellettuale.

[ Weekend OpenTrackback @ The Right Nation ][ Update/ Nell’articolarsi della discussione a questo post esterno, un esempio dei motivi per cui vietare canzoncine tanto sceme al Cristicchi di turno ]

Slave to the rythm

Un juke-box semantico che produce assuefazione. Da maneggiare con cura.
Update: deporrà malissimo, ma c’è persino Toto Cutugno.

Equivoci

Secondo le classifiche Fimi/Ac Nielsen del 2006, prosegue odiosa l’ondata di maschilismo nelle preferenze musicali degli Italiani.

Fiumi di babbione

E’ iniziata. Con l’annuncio da parte del Pippo nazionale, durante la puntata di Domenica in dello scorso 7 gennaio, dell’elenco dei partecipanti alla cinquantasettesima edizione del più seguito Festival italico, quello della canzone italiana, è stato ufficialmente inaugurato il rito della quaresima laica più nazionalpopolare del mondo, in attesa di un evento mediatico totale a cui qualunque connazionale, persino il più snob degli intellettuali nostrani, finirà per interessarsi in qualche modo. Insieme agli immancabili rappresentanti della stampa e di prestigiosi governi esteri, rigorosamente dagli occhi a mandorla e profumatamente prezzolati, pur di garantire il più improbabile dei gemellaggi artistico-culturali.

Ma da qualche ora è arrivata la doccia fredda: Lei non ci sarà. Dopo intensi contatti arcani dai risvolti tra il carbonaro e l’esoterico, la Commissione dei Saggi preposta alla selezione dei partecipanti alla micidiale kermesse ha sonoramente trombato il pezzo dei Jalisse. Il duo, già vincitore dell’edizione ‘97 nonostante o per merito di un nome arabo sfortunato, dal significato ("siediti e ascolta") destinato dalla storpiatura buongiornesca ad una prematura trasfigurazione kitsch, aveva pensato di portare una ventata di freschezza nella propria musica negoziando una storica partecipazione autoriale. Rivolgendosi nientemeno che al Senatore Rita Levi Montalcini, pasionaria del governo Prodi e fulgido esempio di ingegno razionale solo apparentemente sottratto alle sregolatezze di un talento artistico denunciato da sconcertanti slanci poetici (*). E solo apparentemente estraneo alle compromissioni o ai giochi di potere. Perché si sa: l’artista, come lo scienziato, è libero. Anche di essere bocciato da Dario Salvatori.

(*) Nei giardini dell’infanzia si racconta che/ ogni uomo è uguale all’altro perché amore è amore se/
riesci a guardare tra le stelle e capire come puoi/ essere libero nell’universo.

Update: via Wittgenstein, apprendo della bocciatura eccellente di un altro fresco virgulto.

Like a Soul Machine

Anatomia di un assolo

Direttamente dal trasmettitore wireless montato sulla chitarra di Eric, l’assolo di Kind Hearted Woman dalla serata del 30 novembre 2003: scarica il file mp3. Si tratta della traccia sonora non filtrata prodotta a partire dall’impulso elettrico emesso dai pickup e catturata prima che essa arrivi all’amplificatore della chitarra. E’ possibile apprezzare non solo il ricco fraseggio di Slowhand, ma anche il dinamismo del suo tocco, con la diversa sollecitazione impressa di volta in volta dal plettro sulle corde. Per una versione integrale dello stesso pezzo, confrontarla con quella della serata del successivo 10 dicembre: scarica il file m4a (eseguibile con Winamp).

Madison Square Garden live e intervista nipponica

Durante ogni tour mondiale, le date dedicate al pubblico dell’estremo Oriente, e giapponese in particolare, hanno sempre assunto per EC un significato particolare. Ciò è dovuto sia al calore che da quelle parti gli è sempre stato tributato - calore che ha tra l’altro prodotto uno sviluppo a sé stante del mercato discografico locale, sempre pronto a sfornare straordinarie ‘chicche’ difficilmente accessibili agli appassionati occidentali - sia ad una predilezione personale del musicista per la cultura e il popolo del Sol Levante, che lo ha portato a sviluppare con i fan di quel paese un rapporto quasi privilegiato. Sono purtroppo lontani i tempi dell’amicizia con Gianni Versace prima e Giorgio Armani poi, in cui, a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta, Clapton non si sarebbe perso un evento mondano milanese per nulla al mondo… Eric ha comunque da sempre dichiarato il proprio apprezzamento per l’attenzione e il rispetto dimostrati dal pubblico giapponese durante i suoi concerti, aspetto che lo ha portato a registrare alcuni live memorabili (come il doppio Just One Night del 1980) negli impianti avveniristici e nei teatri di quel paese, dando vita a performance dagli standard particolarmente elevati. Ammesso, beninteso, che per Clapton sia possibile parlare di standard e sfumature qualitative…
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TRTE, ovvero il Vento e il Leone

J.J. Cale ha sempre aleggiato nella musica di Eric Slowhand Clapton come un sospiro discreto e costante nel mix di ispirazioni del musicista di Ripley, fino a The Road to Escondido, lavoro dal profumo artigianale appena uscito che ha il sapore di una serata tra amici di lunga data, passata tra ricordi osceni e whisky stagionato. La presenza del vecchio asceta di Tulsa esalta la chitarra di Clapton attraversando ogni brano dell’album con una musicalità discreta dalla vena maliziosa e malinconica, come tipico del suo stile deliziosamente indolente. Rock, blues, folk e country sono sapientemente miscelati in un cocktail musicale di rare spontaneità ed eleganza grazie ad un arrangiamento equilibrato che non toglie spazio ai soliti riff incontenibili in pezzi dal respiro quasi epico, come Ride The River, Don’t Cry Sister e soprattutto Anyway The Wind Blows, con sonorità mature e intenzionalmente stringate arricchite dai caldi fraseggi "scivolati" e dagli assoli laceranti che solo la chitarra di Eric sa regalare. Ma da tempo, dopo aver deciso di rinunciare ai servigi dello storico amico-manager Roger Forrester che tanta parte aveva avuto nel suo recupero da anni di abusi, Clapton ha intrapreso una vena più intimistica e spontanea che lo ha anche portato a registrare i propri album in studio provando il meno possibile e senza sovraincisioni, grazie ad un team musicale affiatato e all’esperienza pluridecennale e pressoché quotidiana di esibizioni dal vivo sui palchi di tutto il mondo. Svolta che ha coinciso in parte con le vicende personali dell’artista, finalmente approdato al nuovo matrimonio e alle gioie di una paternità in gran parte negatagli in passato da tragiche vicissitudini familiari e sentimentali. Tutto questo aveva trovato espressione per un verso nella riscoperta delle radici blues con due album interamente dedicati alla figura quasi mitica del maestro Robert Johnson, ma anche nel precedente album Back home. In The Road to Escondido, Clapton non trascura questa vena introspettiva tipicamente bluesy che già era stata alla base di capolavori come Tears in Heaven, dedicata al piccolo Conor Loren (scomparso nel 1991), lasciando ora spazio a perle come Hard to thrill, Who am I telling you e alla tenera Three little girls, dedicata alle piccole Ella Mae, Julie Rose e Sophie Belle. Un disco che migliora con l’ascolto e con il tempo, come le grandi opere e il buon vino.
[ Il video della registrazione ] Continua a leggere ‘TRTE, ovvero il Vento e il Leone’

“The Road to Escondido”

E’ in arrivo "The Road to Escondido", nuovo disco di Eric Clapton disponibile on line a partire dal 7 novembre (nei negozi italiani chissà quando). Il CD è una collaborazione con il mitico J.J.Cale, amico di Slowhand di vecchia data e autore, oltre che di 11 dei 14 pezzi dell’album, anche delle versioni originali di due tra i classici più famosi che Clapton abbia portato al successo grazie alla propria interpretazione, come After Midnight e Cocaine. L’album, registrato nell’estate del 2005 in California anche a seguito della partecipazione di JJ al Crossroads Guitar Festival organizzato a Dallas da Clapton l’anno precedente, è stato coprodotto in ugual misura dai due musicisti, lasciando spazio sia al tipico e stringato Tulsa-sound low-key della musica di Cale, sia alla maestria interpretativa e strumentale di Slowhand, dando luogo ad un affascinante ibrido a metà tra blues, rock, folk e country. Clapton ama definire J.J. Cale un "artigiano della musica", uno dei più importanti musicisti degli ultimi trent’anni e uno dei suoi maestri artistici oltre che un importante punto di riferimento anche in termini di doti caratteriali e personalità, per la sua umiltà, lo stile di vita riservato e la tendenza a sottrarsi agli onori mondani della grande ribalta internazionale. Un tratto, quest’ultimo, che Clapton ha sempre per molti aspetti malvolentieri mancato di emulare, intrattenendo con la propria fama un rapporto ambivalente che spesso sfugge ad una conoscenza superficiale dell’artista. Per contro, J.J.Cale ha dichiarato che gli sarà sempre grato per la fama conquistata indirettamente grazie alle due famose cover registrate da Clapton, aggiungendo che "se non fosse stato per lui, adesso starei vendendo scarpe". L’album è dedicato alla memoria del grande Billy Preston e a Brian Roylance, amico personale di Eric.


Guarda il video della registrazione:
   

Guarda il trailer:
                                       
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Al di qua dell’arte

Non basta, alla Rai dei Grandi Epuratori, un palinsesto che pare il programma di una festa dell’Unità. Ora ci spetta anche la lezione di estetica musicale a "Che tempo che fa" del Fazio nazionale (quello più vivo). Ma procediamo con ordine. Per avere una prova della nuova colonizzazione della biosfera televisiva, basta sintonizzarsi sulle prime due reti pubbliche il giovedì sera.

Due giorni fa, ad esempio, ad allietarci c’erano esemplari e situazioni che rappresentavano il meglio della cultura ma anche della paccottiglia rubiconde, con Morandi e De Gregori in prima serata sulla rete ammiraglia, e intanto su Rai 2 la premiata ditta di "Anno Zero" capitanata dalla grande vittima San Toro col degno collega Travaglio, che ormai ostenta un’agenda televisiva da velina e un’allure da rockstar, che non gli impedisce una saltuaria (e soprattutto proletaria) smorfia tremula schifata dai ripetuti primi piani utili ad una pur doverosa beatificazione atea, per così dire da vivo. Di qua un trionfo di autorialità da volemosebbene degno del più trito 1°-maggio-con-bestemmia, di là un apoteosi di dibbattiti da Cinema Nuovo Sacher alternato a un arabesco di patetici e sempre meno sottili sfottò unidirezionali. Insomma, il solito vecchiume del "progressismo" stalinista più scontato, con l’aggravante di uno snobismo paradossale che aleggia su ogni atteggiamento e situazione, perché fa tanto intellettuale. Infine, sempre su Rai 2, "La grande notte", con le irresistibili battute dal presunto umorismo, tra l’infantile e il surreale, di un Gene Gnocchi ormai perso tra i fumi di un comunismo dichiarato, e spalleggiato dall’imprescindibile vestale dell’imprenditoria di regime. Che sguazza notoriamente tra le strette di un proletariato sempre più opprimente, asfissiante. Ma poco fa è arrivato lui.

Stasera ospite della risaputamente apolitica striscia di Fazio, Gianmaria Testa è un cantautore relativamente poco noto nel suo/nostro paese, che ha sempre snobbato a favore della Parigi bohémienne culla dell’arte più schietta, pronta a glorificare il menestrello di strada innalzandolo agli onori ed oneri dell’Olympia. Ma appena annusato il lezzo di un’aria nuova, il figliol prodigo è tornato a illuminarci con la sua ispirazione disinteressata da artista spinto esclusivamente dal desiderio di suscitare emozioni, come dev’essere. E ha scelto di proporre dal vivo, con una performance dalla musicalità artigianalmente costruita con sapienza a dire il vero più che rispettabile, un brano tratto dal suo Al di qua del mare, sorta di novello concept album che, ci informa, è appena uscito dopo un’incubazione della bellezza di 14 anni. Tra i pezzi non manca Miniera, canzone popolare degli anni Venti a suo tempo già interpretata da Claudio Villa. Un CD, insomma, che tratta di un tema che sfugge chiaramente ad ogni facile strumentalizzazione politica: le immigrazioni contemporanee ("cinquant’anni fa emigravamo anche noi"). Ma il Nobile Artista non ha accettato di buon grado la pubblicità, ingiungendo al bravo presentatore-Peter Pan di astenersi dall’enunciare tutte le tappe del suo prossimo tour ("sennò mi arrabbio"), rigorosamente nazionale.

Come si dice a Paris, "chapeau!": com’è difficile, oggi, essere artista in Italia, e lavorare esclusivamente sulle emozioni.
Weekend OpenTrackback @ The Right Nation