Articoli con tag 'marketing'

Marchetta spinta

Sarà per la forma unica, il packaging rétro o gli indimenticabili spot anni ‘80 con Paolo Hendel, ma sono tanto buone
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Ossimori rosso scuro

E’ sempre tenero e divertente leggere, tra i teorici e i fautori delle varie declinazioni della disciplina del marketing, chi si riconosce da sempre, e a volte si dichiara con compiacimento, come appartenente alla mezza mela della popolazione nazionale, e non solo, definibile come Sinistralia, spesso nella forma più estrema del comunismo militante. E’ una contraddizione in termini: sarà banale ma non lo dice più nessuno. Perché, sebbene il materialismo contemporaneo sia trasversale agli schieramenti e alle ideologie, il marketing, come il consumismo, il capitalismo e il concetto e la pratica stessi della gestione aziendale, sono quanto più "di destra" si possa immaginare. "Eh, ma noi siamo per una sinistra moderna"; "Beh, ma vorrei vedere te a campare una famiglia", ci si sente obiettare. E la pallida vocina interiore della logica collettivistica e "statale", cui non si manca di appellarsi ad ogni invasione di disperati sulle nostre coste, viene prontamente e sapientemente zittita come Oriella Dorella ad un concerto metal. Decidere cosa e come fare per spingere uomini, donne, anziani e bambini a consumare di più adescandoli in cambio della promessa di un valore aggiunto tanto effettivo quanto effimero è di destra, perché è la base della logica del profitto aziendale. Ma rappresenta un comodo armamentario di pratiche all’occasione capaci di calzare a pennello sul più massimalista dei leoncavallini. Non dimentichiamolo, ogniqualvolta sentiamo i presunti soloni della comunicazione digitale con la bandiera rossa al posto della maglia di lana. E neanche quando riflettiamo sul fatto che il livello culturale medio di questa nazione è sceso a livelli imbarazzanti, perché alla richiesta di mettere per iscritto le eventuali idee, quegli stessi professionisti della comunicazione, quei manager dall’aperitivo facile e dal cuore in tuta blu, quegli stessi sedicenti eroi dell’imprenditoria "volta al bene delle masse" così come i loro sostenitori tutti minuscole e antiamericanismo, tutti informale e diritti-ma-non-doveri, tutti blogosfera e retorica social, sprofondano nel ridicolo alla prima emergenza da consecutio, al primo tranello da subordinata di secondo grado, per estrarre dal cilindro frasi preconfezionate nella lingua più smart (fedeli alla mission suggerita dal proprio business model), sordi agli inviti a parlare e soprattutto scrivere, se ne sono capaci, una lingua per volta con decenza (anche ed eventualmente diversa da quella madre). O quando ci soffermiamo sulla difficoltà di questo paese a coltivare aspirazioni, ideali e valori diversi da quelli del profitto più ipocrita paludato da solidarismo sociale o dell’illusoria rivoluzione tecnologica mascherata da democrazia effettiva, che di democratico non ha neanche le basilari possibilità di accesso. [ Technorati Tags: , , , , ]

Update 21/10: C.V.D.:


[ Courtesy of Maestrinipercaso.it ]

Non guardarmi: non ti seguo

Ancora a proposito di "meme" e dell’uso puramente strumentale della rete attuale, ovvero di quello promozionale delle tecniche di SEO, come giustamente osserva Stefano Gorgoni vanno fatte alcune distinzioni. Una cosa è la circolazione delle idee stimolata da una sorta di invito alla discussione tramite il collegamento ipertestuale e reciproco tra siti diversi. Ben venga finché questo rimane un meccanismo utile alla divulgazione di contenuti apprezzabili anziché di rantoli di vuoto mentale pneumatico cui si voglia dare una parvenza di presentabilità nell’inseguire un’ansia mal riposta di aggiornamento fine a se stesso del proprio sito. Ma come già rilevato, trovo ben diversamente che l’aspetto più fastidioso della comunicazione tramite blog sia rappresentato attualmente dai cosiddetti contest, ovvero l’offerta di beni e prodotti commerciali ottenibili in cambio del solito inserimento di un collegamento all’interno di un post verso il sito dell’offerente. La cassa di bottiglie piuttosto che il paio di scarpe alla moda (magari rigorosamente fake) in cambio di un obolo travestito da link disinteressato, anche se spesso dichiarato. Il che mi sembra non si differenzi affatto dalle caterve di spamming più brutale che vediamo calare quotidianamente sui nostri blog, salvo nel fatto di fare leva sull’appeal del prodotto commerciale in questione in termini disimpegnati e spesso esteticamente accattivanti, perché tendono a confondersi con la massa e il tenore delle informazioni circolanti, cavalcando uno stile comunicativo solo apparentemente coniugato secondo i più candidi intenti filantropici.
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Blog aziendali. Se li (ri)conosci, li eviti.

Arriveranno. Li sento. Anzi, sono già tra di noi. Perché i tempi sono maturi e il genere attira una quantità crescente di risorse intellettuali, creative, finanziarie ed economiche. E così, mentre forse in molti staremo ancora pensando di averla fatta franca, ci vedremo anche noi subissati da corporate blog, i temutissimi e famigerati blog aziendali. Il dibattito sulla loro capacità di attecchire nella nostra fetta di blogosfera ferve da diversi mesi anche in ambito specialistico, ma in America esistono già da tempo, perché è là che la materia prima si è sviluppata e non poteva essere diversamente, dato che qualunque cosa nasca come un passatempo, sia pure rivestito dei significati sociali e culturali più nobili, non può che vedere la luce nei paesi più avanzati, o meglio ricchi. E poi c’è il Fattore P, il pragmatismo americano che impedisce di stabilire confini precisi tra ciò che negli Stati Uniti è pubblico, statale, nazionale, istituzionale, comunitario, e ciò che è privato, aziendale, individuale, elitario. Tutte distinzioni che sfumano alla luce di una logica del business che trova il terreno ideale, e così anche per chi apre sul web uno spazio personale per mostrare le foto del primogenito o del gatto di casa diventa inevitabile l’adozione di un linguaggio o per lo meno un tono più o meno vago da venditore o almeno da pubblicitario, in cui la lingua del mercato per eccellenza fa la parte del leone. E così quel sito diventa occasione per vendere sistemi per educare il gatto a fare i bisogni nel water, o per evitare di sporcare i pannolini. Il che finisce per impedire qualunque valutazione moralistica: nel paese del mercato perfetto e del capitalismo fisiologico non c’è spazio per una coscienza della cosa pubblica, non a caso di estrazione tipicamente mediterranea ed europea. Qui il mercato è un fatto economico, non di vita. Esiste l’economia, di cui il mercato e le sue derive sono parte fondamentale, ma non la esauriscono, per lasciare spazio a un’anima sociale che del continente europeo è il tratto più caratteristico. Ma allo stesso tempo il punto critico, l’anello debole di una catena comunque necessaria. Quello da cui possono dipendere la dannazione o trionfo, la svolta o il senso del ridicolo. E’ qui che si inserisce la differenza tra il corporate blog americano e quello nostrano. Perché se in America tutto è business, da noi tutto può diventarlo, quindi niente lo è. Se oltreoceano le foto del pupo sono solo una premessa per fare company, sebbene in modo spontaneo, naturale, organico, da noi le cose stanno diversamente.
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Ladri di merendine

Leggo che le facoltà scientifiche delle nostre università sono in crisi. Fisica, Chimica e Matematica in particolar modo fanno fatica a reclutare nuove leve per preparare la futura classe dirigente. Soluzione trovata: i magnifici rettori si lanciano in un ardito programma di marketing accademico che ha come provvedimenti di punta non solo il risarcimento di parte della retta annuale ma anche l’elargizione di prestigiosi benefit quali sostanziosi crediti per messaggini SMS, sconti sui biglietti del treno e altre simili amenità. Il Politecnico di Milano arriva allo strabiliante programma che vede fitti agevolati per gli studenti disposti a condividere un alloggio con un anziano. Misure dalle quali un aspirante universitario con le idee poco chiare sul proprio futuro (male: significa che non ha ricevuto un’educazione, cosa di cui non è ovviamente responsabile) dovrebbe trovare uno stimolo per studiare. I rettori abdicano così al proprio ruolo di amministratori della classe didattica d’élite del paese per trasformarsi in direttori vendite di una multinazionale della grande distribuzione organizzata. Come non avviene neanche in America, o forse avviene soltanto negli incubi dei pastori delle chiese avventiste del settimo giorno per racimolare nuovi "fedeli". Soltanto che mentre in America la cosa ha un senso dato il differente e sostanzialmente meritocratico contesto socio-economico e culturale, noi siamo in Italia e la cosa fa senso. Continua a leggere ‘Ladri di merendine’

A-O-hell, o della Customer Scare

Un esilarante articolo del NYT segnala la storia di Vincent Ferrari, blogger americano avventuratosi in una telefonata al call center del provider Internet AOL per chiedere la cancellazione del proprio account. E’ stato tenuto inchiodato alla cornetta per 21 minuti da un addetto fermamente convinto di poter "salvare" il cliente, recitando un copione da modesto addetto vendite totalmente disinteressato al senso delle sue parole e convinto di poter mantenere accesa una qualche forma di contratto con l’azienda. Fin qui, niente di nuovo.

La novità, se vogliamo, sta nell’aver registrato la telefonata per poi renderne disponibile il file audio tramite il proprio sito, attirando l’attenzione della blogosfera e della Nbc e obbligando il provider a lettere di scuse e alla ridefinizione formale delle clausole di disimpegno dai servizi offerti. John, l’addetto al call center che avrebbe percepito un bonus in caso di "salvataggio" del cliente guardandosi però dal soddisfarne le esigenze, è stato prontamente licenziato per aver ignorato la richiesta di cancellare l’account ripetutagli almeno 21 volte nel corso della telefonata. Altro caso di customer dissatisfaction è quello di Brian Finkelstein, altro blogger, che ha filmato il tecnico Comcast intervenuto al suo domicilio di Washington per la sostituzione di un modem e addormentatosi al telefono in attesa di risposta dalla propria ditta. Il video, intitolato "A Comcast Technician Sleeping on My Couch", è disponibile tramite You Tube a questo link. Per la cronaca, pare che il tecnico sia stato anch’egli licenziato.
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