Articoli con tag 'italia'

The day after Prodi: Prodi

Dopo una nottata di bagordi e sacrosanti festeggiamenti dovuti alla mai precoce caduta inevitabile di un governo costruito a spese degli Italiani, è doveroso passare ad alcune già scontate riflessioni ed accorati interrogativi sul senso dell’azione di governo farsesca appena spirata. Un fatto assodato ma mai abbastanza ripetibile è ovviamente che la coalizione delle forze politiche nominalmente raccolte sotto l’insegna dell’Ulivo ha rappresentato una tragica forzatura fin dall’inizio. E’ troppo facile proporsi come maggioranza nascondendo peraltro goffamente, ovvero negando platealmente, divisioni interne che sono apparse da sempre incolmabili su quell’intero repertorio di iniziative realizzabili solo in un regime di tipo sovietico che è stato spacciato per programma politico da Prodi e compagni di sventura. Ma è soprattutto disonesto, nei confronti del paese che si aspira a governare, che ciò si sia tradotto in uno stratagemma volto a presidiare tutte le le posizioni di potere istituzionale e civile catalizzando la raccolta dei voti dell’elettorato che non si riconosce(va) nella Casa delle Libertà. Ma anche l’elettorato di sinistra ha, naturalmente, le sue colpe nel disastro in cui la carretta dell’Ulivo ha sprofondato l’Italia in pochi giorni, 280 — un istante in termini di democrazia parlamentare dell’alternanza — di avventurismo politico.

Perché è troppo facile e ipocrita accusare Prodi di "non aver mantenuto le promesse del programma" e aver tradito le aspettative dell’elettorato comunista o paracomunista, ovvero di centrosinistra. Perché erano promesse destinate a cadere nel vuoto, che racchiudevano in sé un destino patetico e servivano soltanto come giustificazione per inseguire un’identità politica inesistente all’insegna della menzogna, innanzitutto davanti a se stessi. D’altra parte, a poco servono l’ilarità e la tenerezza suscitate dagli elettori di entità da Ds e Margherita in giù, ma anche dei più finti radicali, nel tentativo di legittimare scelte che arrivano a stridere anche pesantemente con certe dichiarazioni di principio. La situazione è talmente semplice da non richiedere troppi giri di parole. Mentre l’immagine dell’Italia si risolve anche e soprattutto sullo scenario internazionale in un ennesimo zimbello di cialtroneria politica, culturale e istituzionale che non ha pari nella storia mondiale se non nei più scalcinati regimi dittatoriali del terzo mondo, da ieri sera l’Italia attuale si dibatte in una melma di infantile e verboso rassicurazionismo che sembra cercare nei passaggi costituzionali previsti durante le crisi di governo la ragione d’essere e la cifra di una stagione politica tra le più tristi della Repubblica: quella dell’instabilità del cambiamento perenne ma mai risolutivo. Sinceramente trovo che non ci sia da invidiare Napolitano: penso che il suo sia uno tra i compiti più gravosi dai tempi di D’Azeglio. Elezioni subito si impongono, per evitare di risuscitare un cadavere che già emana esalazioni mefitiche.

[ Update: va be’, è l’Unione. Cambia poco. Anzi, molto: non resta necessario molto fegato per chiamarla così? ]

New Trolls

Quando si dice il dialogo. Molto meglio essere tutti d’accordo, usare le stesse parole per esprimere idee rigorosamente condivise, insieme al loro supporto organico. Casomai ci fosse la remota evenienza che se ne possano avere di proprie e distinte dal coro. Casomai ci fosse un’occasione per esprimere individualità e unicità anziché aspirare a partecipare con lo stampino dell’omologazione mentale, che è l’anticamera dell’idiozia e l’evoluzione dell’ignoranza. Nell’Italia del "rispetto delle differenze" ("però siamo tutti uguali"), la dissonanza conta meno dell’allineamento. Mentre l’ovile si staglia all’orizzonte, anzi è dentro di noi.

Il senso dell’irreality

(…) Ma il pubblico non è d’acciaio, e dunque non ne può più, abbandonando Wild West, Reality Circus, L’Isola dei famosi, Unan1mous, La pupa e il secchione al loro destino più o meno sfavorevole, e comunque inferiore alle aspettative. Il Codacons, l’associazione consumatori, chiede che l’Authority per la comunicazione stabilisca un tetto di programmi-realtà in palinsesto, e il settimanale Chi pubblica i costi di produzione: Reality Circus, 930 mila euro a settimana tutto compreso; Wild West, 5,5 milioni di euro; L’Isola dei famosi, meno di 6 milioni di euro ma quasi 10 quando si aggiungono i costi Rai. (…)

–> LaStampaWeb

Ridateci il giurato cieco

L’immaginazione in cantina

Forma e sostanza, cultura visiva e cultura materiale. La storia architettonica italiana del ventesimo secolo oscilla da tempo tra i due estremi. Due estremi che non sempre vanno interpretati come poli contrapposti e inconciliabili, a condizione di non ridurre l’architettura ad arte visiva, perdendo di vista i valori storici e culturali depositati sul tessuto materiale stratificato di tutto il patrimonio costruito che le epoche precedenti ci hanno consegnato, vero banco di prova del valore dell’architetto. Una disciplina che in Italia ha avuto, dall’epoca greco-ellenistica e romana in avanti, la possibilità unica di misurarsi con il lascito delle epoche precedenti, sviluppando una sensibilità unica per l’antico e la sua tutela, intesa spesso con esiti contraddittori. E producendo risultati altrettanto contraddittori, ma non per questo meno affascinanti e meritevoli di attenzione conservativa. Un lascito che l’architettura contemporanea ha il dovere di rispettare con interventi compatibili e nel segno dell’autenticità.

Certo a più riprese è stata forte, nella storia della disciplina e delle elaborazioni teoriche volte a interpretare e giustificare la pratica del costruire, la tentazione di cosiderare l’architettura come forma pura, una tentazione rafforzata sul versante filosofico all’inizio del Novecento da una cultura idealista che tendeva a ridurre la complessità attualmente riconosciuta a tutti i manufatti storici, isolando le emergenze monumentali come opere d’arte la cui fruizione doveva essere prevalentemente iconica e distaccata, affidata alla riproduzione fotografica e bibliografica, come oggetto dall’aura nobile estraneo alla realtà e all’uso quotidiano. L’avventura del razionalismo funzionalista, che tendeva da una lato a rafforzare i valori formali e dall’altro a valorizzare le opportunità della produzione seriale e di altri aspetti dell’industrializzazione del processo edilizio, ha lasciato spazio ad un periodo di dispersione della cultura architettonica internazionale, incerta tra il revival del repertorio storicista riscoperto attraverso la libera citazione di elementi stilistici attinti dal passato e lo sperimentalismo avanguardista, che ha aperto la strada a una variegata ed eterogenea cultura architettonica contemporanea. Nel cui alveo ricadono atteggiamenti molto diversi, diversamente sensibili al fascino dell’antico ma regolarmente indifferenti all’esigenza della conservazione delle sue tracce materiali, anche a causa della progressiva internazionalizzazione del ruolo del’architetto. Continua a leggere ‘L’immaginazione in cantina’

Brutto fino in fondo

E’ morto ieri a 73 anni Telesforo Iacobelli, il presidente mondiale del Club dei Brutti. In lutto gli oltre 30 mila soci, sparsi in tutto il mondo: tra loro anche molti volti noti, da Pippo Franco a Mike Bongiorno e Bruno Lauzi. I funerali si svolgeranno domani alle 18 nella cattedrale di Piobbico. –> [ ADNKronos.com ] Clubdeibrutti.com

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Palio dell’Assunta: è Selva!

Integralismi? Mai Pew

Sempre sul "Corriere" leggo l’interpretazione di Magdi Allam ai risultati del sondaggio recentemente realizzato dal "Pew Global Attitudes Project": "Le comunità musulmane emergono in Europa come un iceberg in preda a una schizofrenia identitaria, in bilico tra l’aspirazione a realizzarsi come entità islamica distinta dalla popolazione autoctona e la preoccupazione a non essere assimilata all’estremismo islamico. Condividendo tuttavia le medesime posizioni radicali degli estremisti islamici e dei musulmani residenti nei paesi islamici (…)". In pratica, la "schizofrenia identitaria" rappresenta la causa principale dei problemi dei musulmani e "il principale fattore di discrepanza rispetto alla popolazione autoctona".

Il che significa anche che gli immigrati musulmani presenti nei principali paesi europei si sentono prima di tutto portatori di un’identità vissuta in termini di contrapposizione tendenzialmente netta rispetto alla nazionalità locale. Tutto ciò mi sembra dipinga un quadro molto triste che probabilmente è alla base di molte delle incomprensioni tra immigrati musulmani e resto della popolazione dei vari paesi europei, compreso il nostro. Ma basta capire come vive una qualunque comunità di immigrati di un qualunque ceppo etnico o fede religiosa per accorgersi che il concetto di identità è molto vago a prescindere dal modo in cui viene percepito, assimilato o trasmesso, e sicuramente privo delle rigidità che gli vengono attribuite da entrambe le parti, ammesso e non concesso che i paesi europei possano costituire un insieme omogeneo, ma soprattutto dall’Islam. Generalizzando l’analisi possiamo osservare che i cinesi di New York non parlano come quelli di Pechino. Gli iraniani di Madrid non hanno le stesse abitudini alimentari di quelli di Teheran. I marocchini di Milano non vestono come quelli di Rabat. I turchi di Dortmund non ridono delle stesse cose di cui ridono i connazionali di Ankara. Gli egiziani di Londra non abitano come quelli del Cairo. Ovvero, le identità risentono inevitabilmente delle influenze esercitate dai contesti locali: è un fenomeo storico inevitabile. Continua a leggere ‘Integralismi? Mai Pew’

Ossequi alla Siniora

Leggere i giornali in questi giorni è uno spasso. C’è gente che pensa davvero che si possa governare un paese infilandosi fiori tra i capelli e facendo girotondi avvolti in bandiere arcobaleno attorno ad un falò (a proposito di Ferragosto). La realtà invece è fatta di tragedie, tensioni, morti, minuti contati. Non c’è spazio per le fantasiose custodie di occhiali vezzosamente ostentate e l’intercalare ossessivo, diciamo. La posizione delle sinistre italiane (non ce l’ho con Wanna Marchi e figlia) è un trionfo di equilibrismi e contraddizioni. Levantinismi, data la situazione. Loro sono contro la guerra, per la pace… Infatti avallano una "forza di interposizione" tra Israele e Libano che non sembra esattamente destinata a distribuire palloncini colorati al confine tra i due paesi. Lo ha detto l’ONU, d’altra parte. Quella vera, mica quella farlocca. Lo ripetono loro, che tengono a evitare qualunque spargimento di sangue: infatti manderebbero Polizia e Carabinieri a combattere il crimine tramite offerte di noccioline e scatole di cioccolatini agli incroci. "Mani in alto, nel nome della Nestlé!". Custodie vuote di biro con pallina di carta a mo’ di cerbottana per i più facinorosi. Perché "quando si ha un’arma si finisce per usarla", e "qui non siamo nel farwest" (rigorosamente minuscolo e tuttoattaccato, se no fa troppo occidentale e Cossutta s’incazza). Ma tanto la proprietà privata è un’opinione, salvo quando non è loro. Già che ci siamo, potremmo mandare i nostri in Medioriente disarmati: "scusi, signor Hezbollah, mi consegnerebbe il suo AK-47? Me lo ha detto il signor Diliberto, che è culo-e-camicia con il suo capo". Continua a leggere ‘Ossequi alla Siniora’

Dimenticare Venezia

Non perché non piaccia, anzi. Lo storico dell’arte e dell’archeologia Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, neopresidente del Consiglio superiore dei Beni culturali ed autore, tra gli altri, del celebre pamphlet "Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale" (Einaudi, 2002), lancia un grido di dolore sull’uso spesso sconsiderato che viene fatto delle piazze di molte città italiane. La memoria corre subito a quel luglio del 1989 in cui, per un concerto (indimenticabile - lo seguii da Rimini) dei Pink Floyd, si allestì un mega-palco galleggiante di fronte a piazza San Marco a Venezia. L’evento fu un grande spettacolo non solo musicalmente ma anche "sul piano mediatico", visto che fu trasmesso in diretta internazionale e coglieva la band in un momento di particolare splendore, se non vado errato dopo la pubblicazione di A momentary lapse of reason. L’organizzazione locale fu però una catastrofe: nessun bagno pubblico o punto di ristoro, tafferugli tra la folla con rischio di gravi incidenti per mancanza di significative zone cuscinetto, montagne di rifiuti e sporcizia. Unica soluzione alla ressa, un bagno in laguna. Il giorno seguente offrì un panorama che sintetizzava l’indifferenza italica per il nostro patrimonio culturale, ridotto a latrina a cielo aperto. Viene spontanea l’immagine di una affascinante nobildonna stuprata nonostante l’età, o forse proprio per questa. Altri esempi e testimonianze sono nell’articolo-intervista, in cui risalta, credo, la considerazione  dell’urgenza che la nostra società massificata anteponga le esigenze della civiltà a quelle dello spettacolo, ovvero dei celebrati media, il cui codice pare oggi indispensabile adottare se si vuol essere ascoltati. Ma non è facile parlare di corda in casa dell’impiccato. Continua a leggere ‘Dimenticare Venezia’

La “manovrina” di TPS/ aggiornamento

E poi non si capisce perché abolire quasi tutti gli ordini professionali, tranne quelli di medici e giornalisti. Perché dovrebbe porsi per loro un problema di garanzia di professionalità inesistente invece per l’architetto, l’ingegnere o l’avvocato? E’ vero che il grado di difficoltà degli esami di stato, sostanziale anticamera per l’iscrizione all’ordine, varia spesso in modo grottesco da una sede universitaria all’altra, e anche che i costi di iscrizione sono spesso troppo onerosi per un neolaureato.
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Blondet ambition

La repubblica di Vanna Marchi.