Articoli con tag 'internet'

Guerre del golfo

La sezione dell’authority per le comunicazioni britannica che si occupa di tutela dei diritti dei consumatori ha messo sotto torchio i responsabili dei sei principali provider di servizi broadband su internet, lamentando il divario tra le velocità di connessione pubblicizzate e quelle effettive.

Its approach comes after a series of events that have highlighted the gulf between the net speeds firms claim and what consumers experience.

Tra le richieste avanzate dai consumatori anche quella di poter provare la connessione prima della firma del contratto. L’iniziativa scaturisce da una ricerca pubblicata a metà settembre dalla rivista Computeractive in cui si evidenziava come il 62% dei lettori avesse riscontrato velocità di connessione inferiori alla metà di quella promessa con contratti broadband. [ BBC ]
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Evangelizzatore Capo

Vinton G. Cerf, considerato uno dei padri fondatori della rete, ha espresso la sua riprovazione per un’idea di Internet diversa da un riflesso della società in cui viviamo in cui venga rifiutato solo quanto manifestamente illegale.

If it’s not illegal, it raises a rather interesting question about where you do draw the line (…). When you have a problem in the mirror you do not fix the mirror, you fix that which is reflected in the mirror.

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Lo scaricabarile del controllo antipirateria in salsa belga, anzi europea

A chi spetta il controllo sulla legalità del materiale musicale o più in generale multimediale che circola quotidianamente sulla rete con migliaia di titoli condivisi tramite applicazioni di scambio peer-to-peer? E’ compito dell’autorità giudiziaria e delle forze dell’ordine oppure va ascritto alla responsabilità che i fornitori di servizi internet (ISP) potrebbero esercitare grazie ai mezzi tecnici di cui dispongono, trasformandoli in autentici guardiani della rete e, di fatto, assegnando loro una funzione poliziesca che esula dai doveri di un’impresa? La sentenza di un tribunale belga ha stabilito che spetti agli ISP la responsabilità legale di implementare le contromisure necessarie per bloccare lo scambio illegale di file soggetti a diritto d’autore sulla rete telematica da questi gestita. Secondo il sito della International Federation of the Phonografic Industry (IFPI), organismo di riferimento di livello internazionale per le organizzazioni di tutela del settore, la sentenza è la prima di questo tipo in ambito europeo rappresentando un importante precedente per la legislazione comunitaria, che essa contribuisce ad integrare nel campo della lotta alla pirateria musicale internazionale. Il giudice belga ha infatti riconosciuto nelle competenze e pertinenze tecniche dell’ISP il criterio necessario per conferire per legge la piena responsabilità di bloccare o filtrare la disponibilità di materiale soggetto a copyright su reti di condivisione peer-to-peer, dando al fornitore Scarlet (ex Tiscali) sei mesi per applicare le misure necessarie. Ma anche fornendo indicazioni pratiche su sette soluzioni tecnologiche valide al filtraggio del materiale in circolazione sulle reti, con particolare riferimento a una di esse. Come dire: quando lo stato fa pubblicità e il privato fa lo Stato.
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Ma che è successo a Google? (a.k.a.: creTin.it/2)

Le pagine del gigante della rete mi risultano inaccessibili e gli Adsense non sono visibili su vari blog, compreso questo. Mi sono perso qualche annuncio importante o è un caso di colossale guasto o atto di pirateria destinato a far discutere?

Update 1:  pare che il problema sia tutto nostro, riguardando forse un router milanese di seabone.net. Se ne parla nei commenti a questo post (grazie a Tackutoha per la segnalazione). Per il momento è bastato resettare la connessione, ma trovo l’episodio discretamente vergognoso oltre che vagamente inquietante.

Update 2: una soluzione più elegante (e definitiva) può essere quella di modificare alcuni parametri della propria connessione Internet relativi agli indirizzi dei server DNS, adottando quelli suggeriti e supportati dal progetto OpenDNS. Questione di un attimo, e funziona. Finora. Chiare istruzioni per le varie piattaforme e configurazioni sono disponibili qui.

Update 3:
un altro suggerimento, più radicale, è disponibile qui.

[ leggi creTin.it ]

Le buone azioni cubane di Telecom Italia

Ci sono alcune cosette, nel Corrierino di oggi, che l’autore dell’articolo "Code, censura e mezzo stipendio per un’ora sul web a Cuba" ha trascurato di ricordare del resoconto pubblicato dalla giornalista free lance Claire Voeux, coraggiosa giornalista di "Reporter Senza Frontiere", dopo un soggiorno di varie settimane nella terra di Fidel. Per esempio che, per essere accreditati dal regime ad usare Internet  in ottemperanza ai "principi morali e alle leggi dello stato", è necessario non soltanto essere autorizzati da un’apposita commissione, ma anche sottostare ad un contratto-capestro con una compagnia telefonica, unico operatore di stato deputato al controllo totale delle telecomunicazioni, la ETEC SA, che ci riguarda estremamente da vicino. ETEC è infatti posseduta, oltre che dal regime, da nientepopodimeno che Telecom Italia, che detiene il 29,3% delle azioni. E’ importante ricordare che ETEC SA detiene il controllo completo del web cubano ed è usata dal governo per monitorare l’attività on line dei cittadini e degli operatori dell’informazione dell’isola, ed eventualmente risalire ai possibili dissidenti o estensori di denunce di violazione dei diritti più basilari, rei di "coospirare contro la rivoluzione".

Fu quindi l’ETEC partecipata dalla Telecom Italia tanto a cuore al nostro caro esecutivo fin dai suoi primi vagiti a fornire al regime castrista i tabulati usati durante il processo celebrato nel 2003 contro un gruppo di giornalisti e intellettuali cubani finiti in carcere per attività "controrivoluzionaria", colpevoli soltanto di aver tentato di informare il mondo in barba alle misure di repressione delle libertà non solo di stampa, contattando ad esempio testate giornalistiche o siti web ubicati e gestiti all’estero. Scrive la Vouex:

Nel 2004, Reporter Senza Frontiere scrisse all’amministratore delegato di Telecom Italia per fare presenti le conseguenze della partecipazione della sua azienda in ETEC SA. Gli chiedemmo "di intervenire per tentare di cambiare la politica del regime cubano verso Internet e per chiedere il rilascio dei giornalisti incarcerati". La società rispose spiegando di non potersi ritirare da Cuba per ragioni finanziarie, ma affermando di non partecipare direttamente alla sorveglianza e al controllo del web cubano. [ leggi la lettera, dal blog di Beppe Grillo ]

Molto pittoresco. Chissà cosa ne pensano i nostri portavoce, portaborse e manager di stato, chissà cosa ne pensano Prodi e il mammasantissima dell’imprenditoria pubblica italica. E il Presidente della Camera Bertinotti. E poi c’è la questione relativa al giornalismo indipendente più o meno professionale, più o meno autorevole, ma sempre animato dall’inquieto bisogno di esprimere liberamente i propri pensieri e comunicare sulla realtà vissuta quotidianamente, a volte tragicamente. Cioè quando "vissuta" rischia di diventare un’iperbole. Una questione epocale, se viene avvertita in modo pressante persino a Cuba. Ad essa nessun regime dittatoriale potrà mai riuscire a opporsi del tutto. Perché non tutti i giornalisti cubani sembrano essere precisamente allineati, come sembra lasciare intendere il Corriere, alla secca posizione assunta in merito alla denuncia di RSF dall’"Unione dei giornalisti di Cuba" (Upc) per voce del "Granma", organo ufficiale del partito comunista cubano. Che assegna tutte le colpe per le pastoie del web locale unicamente all’embargo sulle infrastrutture tecnologiche e alla propaganda americani.

C’è ad esempio Guillermo "El Coco" Fariñas, capo dell’agenzia di stampa indipendente Cubanac n Press, che dopo aver iniziato nello scorso febbraio uno sciopero della fame a supporto della richiesta di offrire libero accesso ad Internet a tutti gli isolani, è stato ricoverato con la forza per zittirne la protesta, che cominciava ad attirare l’attenzione dei media internazionali. Da allora, tutto ciò che il regime gli ha offerto a dispetto di un lungo periodo trascorso in terapia intensiva è stato un accesso alla rete "ristretto", ovvero filtrato dal governo. Con il rischio di 20 anni di galera in caso di denunce inviate al mondo esterno durante costosissime chiamate telefoniche internazionali, unico mezzo disponibile per la nuova leva di reporter indipendenti sorta intorno al 2003, laddove rete e fax sono un’utopia. Ed è alquanto improbabile che si riconoscano nella risposta ufficiale dell’Upc anche Héctor Maseda Gutiérrez, Adolfo Fernández SainzJulio César Gálvez Rodríguez o qualcun altro dei 24 tra quei giovani giornalisti indipendenti che sono attualmente detenuti nelle prigioni cubane, condannati a trascorrervi fino ad un massimo di 27 anni. Principalmente per aver collaborato con siti web animati da dissidenti fuoriusciti e impegnati nell’attività di denuncia sulla terraferma, come Cubanet, Nueva Prensa Cubana o Encuentro en la Red. Siti Che restano ovviamente, per il regime di Fidel, uno strumento "usato direttamente o indirettamente dal governo statunitense per continuare la sua politica di aggressione verso Cuba".

Mentre sono proprio questi spazi sul web a dare il senso dei soprusi all’ordine del giorno nei regimi della "rivoluzione del popolo". Come quando Cubanet, nel gennaio 2005, riportò che grazie a un accordo con la stessa ETEC, nella provincia di Santa Clara era stata messo a punto un sistema di spionaggio elettronico da parte di esperti cinesi, dopo che la visita del premier Hu Jintao nel novembre dell’anno precedente aveva posto le basi per una partnership della Repubblica Popolare con Cuba. Che andava ad aggiungersi agli acquirenti delle specifiche tecnologie della sorveglianza informatica in un bouquet di vari regimi autoritari ad esse interessati, comprendente anche Zimbabwe e Bielorussia.

Neutralizzare la neutralità, per rendere il Web meno libero

In questo caso non è in gioco il buono stato di salute del mercato, che è uno dei presupposti per lo sviluppo di una società che rifiuti di rimanere imbrigliata dai laccioli di uno statalismo di maniera troppo incline ai generici richiami moralistici ad un "conflitto di interessi" giuridicamente fumoso, dovuto più a ragioni di propaganda elettoralistica che ad autentico scrupolo etico. Quella che in questi giorni si prospetta per la realtà statunitense, e di riflesso per il modo intero, è una vera e propria minaccia ad una parte fondamentale della libertà come da tempo siamo abituati a viverla, ossia al Web così come lo abbiamo inteso fino ad oggi, ovvero come un territorio immenso e tutto sommato ancora vergine in cui ogni soggetto può (ancora per quanto tempo?) godere potenzialmente della stessa visibilità a prescindere dalle proprie dimensioni e dalle proprie intenzioni o propensioni: il sito di una potente mutinazionale come l’ultimo diario on line arrivato nella blogosfera. Fino ad oggi, chiunque poteva ancora farsi notare a prescindere dai mezzi economici e, sostanzialmente, dal bagaglio di conoscenze informatiche che deteneva, all’interno di un circuito in grado di alimentare innovazione, opportunità di partecipazione democratica e crescita economica. Ma è già stato approvato alla Camera dei Rappresentanti, e dopo la pausa estiva aspetta la discussione nel Senato a stelle e strisce in questi giorni, un provvedimento tristemente storico che mira a riconoscere alle grandi compagnie di telecomunicazioni via cavo e telefoniche, quali AT&T, Verizon e Comcast, il diritto al trattamento differenziato dei dati che transitano sulle proprie infrastrutture tecnologiche, con la possibilità di introdurre criteri di preferenza sui relativi contenuti. In altre parole, i grandi fornitori di accesso ai servizi web che possiedono in America le reti fisiche su cui appunto viaggiano le più svariate espressione della rete globale potrebbero mettere in atto un approccio che tecnicamente è sempre stato possibile anche se mai, finora, concretamente applicato: la diversificazione della velocità con cui i contenuti web vengono instradati e trasmessi, a seconda della loro origine o proprietà. E quindi l’introduzione di un "pedaggio", fatto di tariffe differenziate sulla base degli equilibri di mercato, che permetta ai titolari di testi, immagini, filmati, software, servizi e prodotti vari di aggirare l’ostacolo e non vedersi drasticamente ridotte le possibilità di raggiungere l’utente finale con un sensibile ritardo rispetto, poniamo, ad un’azienda concorrente (si pensi al danno che potrebbe derivare ai grandi motori di ricerca).
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Quindici anni di web

Fu dagli uffici del CERN, il più grande laboratorio di Fisica delle particelle al mondo, che esattamente quindici anni fa, il 6 agosto 1991, lo scienziato Tim Berners-Lee pubblicava per la prima volta file digitali tramite protocollo HTTP (Hyper Text Transfer Protocol), evento poi passato alla storia come la nascita del World-Wide Web. Sir Berners-Lee, nominato baronetto nel 2003, presentò formalmente il Web al mondo sul newsgroup alt.hypertext come "un progetto che mira a consentire collegamenti a qualunque informazione in qualunque luogo" e sul sito del CERN, www.cern.ch, come

a wide-area hypermedia information retrieval initiative aiming to give universal access to a large universe of documents

("un sistema di reperimento di informazioni ipermediale su vasta area orientato a permettere accesso globale a un grande universo di documenti"). Le tappe del web sul sito della BBC

A-O-hell, o della Customer Scare

Un esilarante articolo del NYT segnala la storia di Vincent Ferrari, blogger americano avventuratosi in una telefonata al call center del provider Internet AOL per chiedere la cancellazione del proprio account. E’ stato tenuto inchiodato alla cornetta per 21 minuti da un addetto fermamente convinto di poter "salvare" il cliente, recitando un copione da modesto addetto vendite totalmente disinteressato al senso delle sue parole e convinto di poter mantenere accesa una qualche forma di contratto con l’azienda. Fin qui, niente di nuovo.

La novità, se vogliamo, sta nell’aver registrato la telefonata per poi renderne disponibile il file audio tramite il proprio sito, attirando l’attenzione della blogosfera e della Nbc e obbligando il provider a lettere di scuse e alla ridefinizione formale delle clausole di disimpegno dai servizi offerti. John, l’addetto al call center che avrebbe percepito un bonus in caso di "salvataggio" del cliente guardandosi però dal soddisfarne le esigenze, è stato prontamente licenziato per aver ignorato la richiesta di cancellare l’account ripetutagli almeno 21 volte nel corso della telefonata. Altro caso di customer dissatisfaction è quello di Brian Finkelstein, altro blogger, che ha filmato il tecnico Comcast intervenuto al suo domicilio di Washington per la sostituzione di un modem e addormentatosi al telefono in attesa di risposta dalla propria ditta. Il video, intitolato "A Comcast Technician Sleeping on My Couch", è disponibile tramite You Tube a questo link. Per la cronaca, pare che il tecnico sia stato anch’egli licenziato.
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Wikipedibus calcantibus

Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, scoraggia gli studenti dal fare affidamento a scopo di ricerca sulla famosa enciclopedia multilingue on line compilata su base volontaria. Intervenuto ad una conferenza dal titolo "The hyperlinked society", ha dichiarato di ricevere una decina di email di protesta al giorno da parte di studenti di college insoddisfatti per un brutto voto rimediato a causa di inesattezze riportate dal sito. Niente di sorprendente, in un’epoca ed un ambiente in cui la condivisione dell’informazione è istantanea, la conoscenza si confonde con la notizia e si perde sempre più di vista la capacità di rielaborarla a favore del miraggio dello scoop, così come di attingere a fonti di prima mano. Wikipedia è un sito web spesso insostituibile per una rapida consultazione, e come tale solo una delle tante fonti a disposizione di chi (ri)cerca informazioni seriamente. E il web è solo un mezzo di comunicazione e di informazione, ma da molti è sempre più considerato come la quintessenza del sapere in quanto trionfo delle possibilità di trasmetterlo, non solo in ambito scolastico e spesso in nome di un neo-socialismo di protesta contro il sapere tradizionalmente inteso, come se i costi di collegamento ad Internet fossero un pettegolezzo o almeno più a buon mercato di un salto in biblioteca o in libreria. Che tristezza.