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San Pietroburgo, 77 piani di ignoranza

Il progetto per il nuovo grattacielo previsto a San Pietroburgo come sede della Gazprom prevede un edificio di 77 piani alto poco meno di 400 metri. La discussione tra autorità locali e sostenitori dell’iniziativa ferve: le posizioni appaiono come sempre inconciliabili tra sostenitori politici dell’urgenza di uno sviluppo non chiaramente identificato ed autorità locali, che asseriscono il bisogno di preservare il carattere orizzontale di una tra le più incantevoli città barocche del mondo. Putin, tra i più insigni nativi della città dell’Hermitage, se ne lava le mani già fin troppo indaffarate e imbrattate, ma propende come è ovvio per le prime. E’ interessante quanto avvilente notare che, nonostante le dichiarazioni e le etichette spesso inopportunamente quanto frettolosamente assegnate, persino le ragioni addotte da chi rifiuta un edificio come quello proposto risiedano in motivazioni che hanno ben poco a che fare con le istanze della Conservazione architettonica, giacché appiattite su considerazioni che trascurano del tutto l’unica permanenza del contesto costruito preesistente che si possa chiedere ad un cantiere previsto sul sito, ovvero quella materiale. Considerazioni imperniate, cioè, sull’immagine dell’architettura, sia questa nuova o storica, pretesto in nome del quale si sono da sempre compiute le peggiori devastazioni ai danni del costruito più o meno recente, spesso sacrificando patrimoni inestimabili solo perché non rispondenti al gusto o all’ideologia di pochi o di molti, e declassandoli ad esempi di arte figurativa cui neanche le cautele del restauro pittorico fossero dovute.

Anziché, dunque, sparare facilmente a zero sui promotori di operazioni imprenditoriali comunque deleterie, quale esempio migliore va citato, per questa concezione visibilistica dell’architettura, dello stesso riferimento addotto dai presunti fanatici della permanenza ad una astratta città orizzontale, ridotta ad altrettanto astratta categoria dello spirito priva di una consistenza fisica segnata dall’uomo con cui fare i conti caso per caso con scrupolo da vecchio medico condotto, anziché essere vista come materia stratificata da tutelare nella sua autenticità, problematica perché invano riconducibile ai modelli mentali degeneri del "Restauro" più o meno ufficiale ed istituzionale? Questo è il vero passatismo da cui guardarsi quanto dagli eccessi architettonici, e da evitare perché spesso altrettanto distruttivo che le operazioni speculative, ma spesso ancora più subdolamente ostile ai valori culturali della città ricca dei segni del passato. E ancora: "La nuova torre non sarà visibile dalla piazza Dvortsovaya", dice Sergei Kupriyanov per conto di Gazprom, insistendo che il sito si trova all’esterno del centro storico di San Pietroburgo. Il che equivale a considerarlo un’entità amministrativa imbalsamata, immaginando il rimanente tessuto urbano come terreno di frontiera del tutto sacrificabile alle scelte politiche più ciecamente indifferenti alla complessità storica di una città come San Pietroburgo. E ancora, si spiega: "La città non deve trasformarsi in un museo. La città deve svilupparsi". Non sorprendentemente, l’informazione per cui

"The site is one of the oldest in the city. It was a Swedish fortress before Peter the Great established St. Petersburg."

viene riportata dal Washington Post ma anche dai partecipanti al dibattito quasi di sfuggita, come una postilla riservata a topi di biblioteca ossessionati dal fascino delle anticaglie. Dimenticando che la fortezza svedese sarà semplicemente spazzata via, demolita, distrutta, abbattuta al sorgere del nuovo edificio, comunque esso venga immaginato e a prescindere dal numero dei piani e dalle eventuali citazioni di pezzi del "centro storico" che gli si vorranno dare, pezzi a cui guardare come zavorre nei confronti di un ideale anacronistico di "magnifiche sorti e progressive" di leopardiana e storicistica memoria. Ovvero, nel migliore dei casi, come polverosi vincoli anziché come preziose risorse.