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E lo chiamano ‘disassemblaggio’

Con la realizzazione del nuovo, immenso polo fieristico di Rho-Pero e le vicende seguite alla vendita del vecchio insediamento espositivo caro alla memoria di generazioni di milanesi, il destino degli edifici della sede storica della Fiera Campionaria di Milano è segnato, e sta per partire il cantiere per la ‘riqualificazione’ di una delle zone del centro urbano più appetibili dal punto di vista del valore economico associato alla rendita di posizione, quindi di quello commerciale finale di ognuno dei singoli metri quadrati su cui alla fine si edificherà su quell’area. Per il progetto si sono mobilitate alcune tra le più grandi firme dell’architettura contemporanea, e questo è sempre un bene una volta che si ritenga inevitabile il ricorso al progetto del nuovo. Lo è molto meno in quanto il piano in questione, a sua volta suddiviso in singoli progetti di studi internazionali coordinati dalla nuova proprietà, prevederà una trasformazione radicale dell’area, priva come al solito, come avviene in questi casi, di qualsiasi rispetto per decenni di segni di cultura sociale, industriale e tecnologica della vita non solo cittadina variamente depositati sulla materia costruita stratificata del contesto già esistente. Che, solo perché consistente in edifici con funzione prevalentemente espositiva, è ritenuto non meritevole di alcuna pratica conservativa, privo di storia, indegno di memoria, estraneo alla qualità. Un cumulo di padiglioni ridotti a capannoni, da sgomberare in fretta per liberare suolo di cui "riappropriarsi" per la solita, ineffabile riqualificazione. [ Una prospettiva inedita sul nuovo progetto per l’area Fiera ] [ Documenti ]