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Quo usque tandem, Rifondazione?

Se non fosse per il rischio di essere accusati di strumentalizzare una tragedia come quella di Catania, non si potrebbe fare a meno di stupirsi. Non tanto delle gesta di una coppia che è già collaudata. E che, in un contesto meno doloroso e prescindendo dal ruolo politico dei suoi componenti, cosa che risulterebbe quantomai naturale e spontanea, renderebbe in qualche modo degne del miglior avanspettacolo sia le parole comunque a dir poco vergognose pronunciate da Heidi Giuliani nel commento pubblicato oggi in prima pagina su Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, sia la loro difesa ad opera di quel delicato virgulto e modello di probità civica che risponde al nome di Francesco Caruso. No, ci sarebbe da stupirsi più che altro della disinvoltura con cui un politico astuto e di lungo corso come Fausto Bertinotti riesce a farsi scivolare addosso, sull’elegante completo in tweed o velluto del momento, la vergogna di condividere i seggi del suo partito in Parlamento con personaggi simili, e con cui è convinto di poter insultare i connazionali stanchi di un’Italia in balìa di un’ideologia criminale.

Essere Anna Finocchiaro

E’ un curioso profilo antropologico, quello che spicca dall’osservazione del rappresentante medio del governo Prodi e del suo immaginario istituzionale di riferimento. O meglio, dall’analisi dei pattern comportamentali dei suoi esponenti più radicali non necessariamente dichiarati. Tra cui ad un’Anna Finocchiaro che si guarda bene dall’abbaiare nella sconfitta di ieri in Senato un motivo di delegittimazione dell’esecutivo fa riscontro un Bertinotti pronto a spiegare la situazione gingillandosi, tra una reverenza antimperialista e l’altra, in esilaranti distinzioni che veleggiano con il solito tono saccente tra l’aura rassicurante della difficoltà e il macigno remoto della crisi.

Soprattutto se quel profilo manifesta una contemporanea incapacità corale di svincolarsi da un’attenzione malsana per le beghe coniugali della coppia princeps dell’opposizione, che sembra fatta apposta per catalizzare il bisogno morboso di certo italianume di guardare attraverso il buco della serratura, chiaramente in funzione prevalente se non esclusiva della più opportunistica delle urgenze di altrui gogne mediatiche. Ma che, dietro l’apparenza di un accorato appello al decoro domestico e civile, serve prevalentemente a rappresentare l’obiettività delle testate giornalistiche come definite esclusivamente dallo spazio variamente dedicato all’innalzamento delle stesse gogne sulla pubblica piazza, come se queste rappresentassero un problema di gravità inferiore alle molte e troppe contraddizioni che già affliggono una maggioranza sempre più rissosa, ipocrita e ormai ampiamente farsesca. Serve decisamente un "chiarimento".

Innanzitutto da parte del Capo dello Stato. Inutile chiedersi cosa sarebbe successo se la situazione paradossale verificatasi ieri in Senato avesse coinvolto a parti rovesciate l’attuale opposizione, e non solo perché al Quirinale avrebbe seduto qualcuno di diverso da un garante degli interessi di un governo di sinistra come quello attuale. Avremmo come minimo assistito ad una sommossa informativo-mediatica, ad una sollevazione popolare a base di lamentele senza fine sulla necessità di soddisfare le istanze democratiche di un paese civile, in cui la governabilità va garantita attraverso il rispetto dei rapporti e delle forze realmente attive in un Parlamento che esprima compiutamente la volontà popolare. Saremmo stati travolti da una retorica della grave crisi istituzionale indifferente alla necessità di subordinare la legittimità del governo alla tenuta delle sue dinamiche interne e di quelle parlamentari generali, rasentando lo scandalo costituzionale. Invece, tutto tace e viene affogato nel più gommoso dei relativismi politici e in un’allure presidenziale mai così borghese, almeno dai tempi di Einaudi. Nonché fondata sull’estetica della perifrasi generica e colpevolmente asettica dietro l’eventuale pretesto dell’imparzialità. Già: urge decisamente un "chiarimento"…

Leader minimo

Pare già di vederlo, con l’avambraccio artritico rotante e il mezzo sorriso snob di chi pensa di aver capito tutto da un pezzo, concentrarsi nel definire il suo líder barbuto "insostituibile" per il popolo cubano. Ma chi vorrà sentirlo dovrà attendere la puntata di stasera di Telecamere, perché il compagno Bertinotti non ha vergogna e non ci ha pensato due volte ad offendere anche i morti così spesso invocati della Repubblica che rappresenta con tale dignità, dipingendo Castro come il proprio eroe. Trascurando che per quasi mezzo secolo Fidel ha imposto un regime tirannico ad un popolo che si dibatte nella miseria, punendo qualunque forma di dissenso con il carcere e la pena di morte e imbavagliando stampa e mezzi di comunicazione fino a ridurli a superflui lacché. Sarebbe bello saperlo a trascorrere qualche ora non dico in quelle luride galere ma almeno difendendo il dittatore in compagnia di chi ha pagato con l’esilio il coraggio di esprimere la propria opinione con la forza dell’arte e del pensiero in un paese in cui questa libertà è negata, per capire che cosa pensa ancora del comunismo e della sua applicabilità come forma di governo piuttosto che come sistema di pensiero. Forse per lui sarebbe l’unico modo per capire che non esiste parte del mondo in cui esso abbia portato alcunché di buono per chi ne subisce le violenze, immancabilmente praticate a partire dalle istituzioni ovunque sia stato adottato come forma di organizzazione sociale, economica o politica. Tutte cose che chi occupa una delle cariche più prestigiose previste dall’ordinamento della nostra Costituzione, ma anche chi lo ha votato, dovrebbe sapere, e che dopo l’ultima ospitata salottiera così poco pvoletavia rendono il compagno Bertinotti ancora più sostituibile, se mai fosse possibile, alla presidenza della Camera.