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(Almeno) 2996 motivi per non dimenticare

Più che occuparsi degli affari che fervevano all’interno delle Torri Gemelle del World Trade Center, il lavavetri Roko Camaj lavorava sulla loro pelle rimanendo spesso sospeso nel vuoto, essendo tra i responsabili della pulizia delle immense superfici riflettenti degli edifici finiti polverizzati dall’attentato newyorkese dell’11 settembre di sei anni fa. Un lavoro sicuramente conquistato e mantenuto con fatica per un immigrato arrivato nella Grande Mela dalla lontana e povera Albania e destinato a legare la propria sorte a quella degli altri newyorkesi rimasti trucidati tra il fuoco e le macerie. Nei giorni dello scontro politico innescato dalla presenza dei suoi "colleghi" attivi agli incroci delle città italiane, aquista forse un senso più grande il ricordo di un uomo che ha accettato le regole dell’integrazione onestamente nel rispetto della legge, partendo dal basso per arrivare fino a 107 piani dal suolo. [ L’uomo che sfidava i giganti ] [Project 2996 ] [ Technorati Tags: , , , , , , , , ]

Mi faccia il piacere

Secondo quelli di "Striscia", l’accanimento con cui il telegiornale di Emilio Fede indugia spesso su immagini che mostrano il premier in alcune delle sue espressioni più suggestive sarebbe non solo intenzionale, ma anche un esempio di linciaggio iconico. Perpetrato ai danni di un uomo politico implicitamente ritenuto dalla testata di Ricci, a questo punto, al di sopra o al di là delle speculazioni estetiche più spietate, quindi da censurare. Un approccio audace di cui Ricci e compagnia sanno di doversi assumere la piena responsabilità.

Tutti pazzi per il puzzle della premiata ditta Amato

Con quella faccia, avrebbe tutt’al più rischiato di spettinare un passeggero della prima fila. Ma il Governo non ha esitato a gettarsi a capofitto sul chiaro tentativo di un mitomane di conquistarsi il famoso quarto d’ora di celebrità per attribuirsi il successo della gestione di questa mirabolante operazione di sicurezza. Nella relazione sui fatti esposta stamane dal ministro Amato alla Camera pare fosse incluso persino il riferimento ad una "buona efficienza del nostro sistema di prevenzione e sicurezza" (sic). E intanto, Luigi Chiatti beneficia dell’indulto. Che va da sé, serve a "ripensare l’organizzazione degli istituiti di pena" e garantire "la finalità rieducativa" della stessa, a cui fa riferimento la nostra Costituzione.

Che però prevede con altrettanta solerzia che si distinguano chiaramente i limiti e le eccezioni di un provvedimento di clemenza della portata di quello promosso dalla sinistra coalizione di governo, e che i giudici si astengano da una loro interpretazione politica. Che è esattamente quella di cui si è reso protagonista il magistrato Emanuele Medoro, che ha applicato la scandalosa disposizione.

Non coinvolgete i giudici nelle polemiche - dice - il Parlamento fa le leggi, il giudice deve applicarle.

Troppo comodo. Obbligo del magistrato è non solo applicare la legge, ma anche farlo con discrezionalità, che è uno dei principi cardine della nozione stessa di diritto. Ovvero, maturando una propria autonoma capacità di decisione nell’ambito dei limiti previsti dalle norme, che può essere elemento anche fortemente discriminante tra le azioni di diversi operatori della giustizia, che lo è sicuramente rispetto alla pedissequa applicazione delle scelte legislative del Parlamento, e che, soprattutto, ne definisce l’identità di garanti affidabili di un mandato istituzionale delicatissimo. Con il quale l’atteggiamento riscontrabile in certe parole appare difficilmente conciliabile, attraverso una contrapposizione quasi programmatica. Guai ad avere un ordinamento giudiziario in cui le sentenze non siano occasione di discussione anche accesa a tutti i livelli della società. Guai ad avere magistrati che si sottraggano alla polemica se questa è il risultato naturale del loro operato.

Senza una propria identità non sarebbe tale neanche il medico generico, che dovrebbe assumersi la spesso tutt’altro che agevole responsabilità di tranquillizzare il paziente evitando di allarmarlo ad ogni minimo disagio riferito, non potendo e non dovendo prescrivere tutti i possibili approfondimenti diagnostici a partire dal sintomo di una banale unghia incarnita. Per quello, è più che sufficiente una segreteria telefonica. Per inciso, non è detto che la sempre più frequente rinuncia al ruolo attivo nei due campi giudiziario e medico, così come in quelli di altre professioni sensibili, non sia riconducibile ad una comune, squallida deriva sociale e culturale che può peraltro sfuggire alla logica della contrapposizione politica più stretta. Non è detto. Un identità, comunque, che è fondamentale requisito, oltre all’ovvia competenza, per svolgere professioni tanto delicate (ma mai abbastanza da escludere ripensamenti dell’ultima ora a favore di alternative lavorative più modeste ma magari più onorevolmente praticabili). Assumersi la piena responsabilità soprattutto morale, civile e culturale che le conseguenze delle proprie decisioni rivestono è dunque requisito decisamente cruciale per il magistrato. Che è tale solo se svolge un ruolo attivo e dunque critico di guida nell’interpretazione dei codici, anziché subirne passivamente le prescrizioni mortificando la propria funzione, magari asservendola alle becere ansie represse del più sordido giustizialismo "progressista".

Per evitare di trasformarsi, più o meno spontaneamente e consapevolmente, in un ragioniere del diritto privo di autorevolezza è cioè imperativo che egli si interroghi sempre a fondo e a tutto campo sulle questioni che le proprie decisioni sono in grado di sollevare nella società in cui vive o si presume che lo faccia, ossia nel preciso contesto storico in cui il suo operato comunque si inserisce. Hic et nunc, le istituzioni e gli individui operano sempre con un qui e ora e mai secondo un astratto e semplicistico dogmatismo vagamente improntato ai comodi schemi di un egualitarismo preconfezionato e buono per tutte le stagioni. In questo caso, al magistrato interessava evidentemente più inviare il significato politico implicito nel fatto che neanche un crimine provato di tanta efferatezza potesse sottrarsi alla fondamentale istanza civile e politica ancora prima che procedurale della certezza della pena, che ad ogni minimo spiraglio disponibile a sinistra si tenta di relativizzare, a condizione di escludere accuratamente le vicende processuali del mondo capitalistico ad essa non organico, per dare luogo agli scenari più vergognosi della nostra storia politica e giudiziaria. Salvo sciogliersi in petulanti festeggiamenti per non aver perso neanche un pezzo del puzzle.

Ridateci il giurato cieco

L’uomo che sfidava i giganti

Era arrivato nella Grande Mela dall’Albania per cercare fortuna, e a suo modo l’aveva trovata grazie a un impiego sicuro nella ABM, una grande impresa attiva nel settore della manutenzione edilizia. Quando non era addetto al controllo remoto dei sistemi automatizzati per la pulizia delle enormi vetrate degli edifici del World Trade Center, che tanta parte avevano nel fascino indiscusso del grande complesso architettonico, Roko Camaj passava le sue giornate di lavoro sospeso in un abisso di 400 metri di altezza dal suolo. Un’imbragatura lo assicurava al 107° piano dei grattacieli, a soli tre piani dalla vetta, laddove le superfici erano troppo estese e troppo in alto perché i bracci meccanici potessero arrivarci. Ma a sua moglie, Roko aveva mentito. Per anni le aveva lasciato credere che il suo lavoro non presentasse rischi svolgendosi soltanto all’interno dei giganti di vetro e acciaio, e a nulla erano valse le sue rassicurazioni quando lei, furiosa, aveva scoperto la verità dai giornali.

"Non aveva paura di niente", dice il fratello Kole, mentre il figlio Vincent ricorda come Roko amasse il proprio lavoro considerandolo una fuga. Diceva sempre: "Siamo io e il cielo sopra di me. Nessuno mi disturba e non disturbo nessuno". Pochi giorni prima dell’11 settembre 2001, Roko era tornato a Manhasset, NY, da una vacanza in Montenegro, regalo di compleanno della figlia. I cinque fratelli Camaj, che vivevano sparsi per il mondo, si erano ritrovati per fare il viaggio insieme e avevano trascorso ore felici. L’ultimo viaggio di Roko Camaj, 60 anni. Forse l’unico modo per uccidere certi uomini è il ricorso alla catastrofe più vile, quella del terrorismo. Ma, di certo, il coraggio sconfinato mostrato da questo Davide contro i Golia della vita quotidiana, come dalle migliaia di altri eroi morti quella mattina al suo fianco, non è stato sconfitto dallo schianto del secondo aereo, quando Roko si trovava al 105° piano della Torre Sud.

Sei anni di solitudine

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Brutto fino in fondo

E’ morto ieri a 73 anni Telesforo Iacobelli, il presidente mondiale del Club dei Brutti. In lutto gli oltre 30 mila soci, sparsi in tutto il mondo: tra loro anche molti volti noti, da Pippo Franco a Mike Bongiorno e Bruno Lauzi. I funerali si svolgeranno domani alle 18 nella cattedrale di Piobbico. –> [ ADNKronos.com ] Clubdeibrutti.com

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E tu, sei prosopoagnòsico?

Nel libro "L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello", il famoso neurologo e scrittore Oliver Sacks descrive casi clinici clamorosi, come il paziente che aveva addirittura difficoltà a riconoscersi allo specchio quando si radeva e, pur sapendo che non poteva che trattarsi del suo volto riflesso, faceva boccacce per esserne sicuro. In uno studio con la risonanza magnetica funzionale, pubblicato l’estate scorsa sulla rivista Nature Neuroscience, ricercatori delle Università di Glasgow e di Toronto hanno individuato il sistema di riconoscimento dei volti in un’area del cervello, il giro fusiforme, dove è archiviato un modello standard di faccia con cui confrontiamo ogni volto nuovo, fino a costruire una sorta di biblioteca mentale che ci consente di riconoscere gli altri. Le facce orientali ci sembrano tutte uguali, proprio perché corrispondono poco a questo modello mentale.

Non sono (almeno/ancora) affetto da questo disturbo, ma conosco qualcuno che ne soffre. Senza saperlo. Finisce per assumere atteggiamenti tra l’incivile e il grottesco del tutto involontariamente, perché arriva a poter incontrare in ascensore un conoscente frequentato anche assiduamente senza degnarlo del minimo gesto. D’altra parte penso che nel meccanismo del riconoscimento delle persone l’osservazione dei lineamenti del viso entri in gioco soltanto in misura infinitesima, soprattutto se abbiamo la possibilità di vederle in movimento, per studiarne gli atteggiamenti e l’espressività generale. Insomma, trattasi di tipico processo che conferma la nostra natura olistica. Alla faccia degli specialismi e come ben sa qualunque buon medico, siamo cioè ben più delle singole parti che ci compongono. In linea di massima.

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Mi faccia il piacere

Ho sempre diffidato dei volti poco espressivi. O meglio, di quelli che esprimono poco a causa di una sostanziale immobilità. In individui vivi, intendo. Penso che a volte la cosa possa dipendere da una sorta di corazza che c’è chi non può fare a meno di cucirsi addosso nei rapporti con il prossimo, per immaturità o scarsa fiducia in se stessi, o per proteggersi comunque da una situazione stressante. Allora la scarsa mobiltà facciale, come del resto altre modalità di gestione del corpo, può ricondursi più o meno consciamente a una sorta di meccanismo di difesa egoistico, del tipo mi-lascio-scivolare-tutto-addosso, qualunque cosa succeda. Prima o poi credo che si ritorca contro in termini di incomunicabilità sul piano delle relazioni umane, in cui le modalità dell’interazione finiscono sempre per condizionarsi reciprocamente un po’. Può essere confuso con l’atteggiamento del duro, cinico e incorruttibile, ma credo che questo atteggiamento sia più facilmente spiegabile con una buona dose di insicurezza e dunque debolezza, anche se ben gestita. Certo richiede un certo habitus mentale e una notevole autodisciplina, e dubito che possa essere del tutto spontaneo o naturale. Insomma, un segno di forza che, in chi lo ostenta, può nascondere fragilità. Il guaio è che, temo, questa può essere in qualche modo smascherata ed eventualmente soggiogata solo quando a parlare sono le parole, e non il resto del corpo.