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Tutti pazzi per il puzzle della premiata ditta Amato

Con quella faccia, avrebbe tutt’al più rischiato di spettinare un passeggero della prima fila. Ma il Governo non ha esitato a gettarsi a capofitto sul chiaro tentativo di un mitomane di conquistarsi il famoso quarto d’ora di celebrità per attribuirsi il successo della gestione di questa mirabolante operazione di sicurezza. Nella relazione sui fatti esposta stamane dal ministro Amato alla Camera pare fosse incluso persino il riferimento ad una "buona efficienza del nostro sistema di prevenzione e sicurezza" (sic). E intanto, Luigi Chiatti beneficia dell’indulto. Che va da sé, serve a "ripensare l’organizzazione degli istituiti di pena" e garantire "la finalità rieducativa" della stessa, a cui fa riferimento la nostra Costituzione.

Che però prevede con altrettanta solerzia che si distinguano chiaramente i limiti e le eccezioni di un provvedimento di clemenza della portata di quello promosso dalla sinistra coalizione di governo, e che i giudici si astengano da una loro interpretazione politica. Che è esattamente quella di cui si è reso protagonista il magistrato Emanuele Medoro, che ha applicato la scandalosa disposizione.

Non coinvolgete i giudici nelle polemiche - dice - il Parlamento fa le leggi, il giudice deve applicarle.

Troppo comodo. Obbligo del magistrato è non solo applicare la legge, ma anche farlo con discrezionalità, che è uno dei principi cardine della nozione stessa di diritto. Ovvero, maturando una propria autonoma capacità di decisione nell’ambito dei limiti previsti dalle norme, che può essere elemento anche fortemente discriminante tra le azioni di diversi operatori della giustizia, che lo è sicuramente rispetto alla pedissequa applicazione delle scelte legislative del Parlamento, e che, soprattutto, ne definisce l’identità di garanti affidabili di un mandato istituzionale delicatissimo. Con il quale l’atteggiamento riscontrabile in certe parole appare difficilmente conciliabile, attraverso una contrapposizione quasi programmatica. Guai ad avere un ordinamento giudiziario in cui le sentenze non siano occasione di discussione anche accesa a tutti i livelli della società. Guai ad avere magistrati che si sottraggano alla polemica se questa è il risultato naturale del loro operato.

Senza una propria identità non sarebbe tale neanche il medico generico, che dovrebbe assumersi la spesso tutt’altro che agevole responsabilità di tranquillizzare il paziente evitando di allarmarlo ad ogni minimo disagio riferito, non potendo e non dovendo prescrivere tutti i possibili approfondimenti diagnostici a partire dal sintomo di una banale unghia incarnita. Per quello, è più che sufficiente una segreteria telefonica. Per inciso, non è detto che la sempre più frequente rinuncia al ruolo attivo nei due campi giudiziario e medico, così come in quelli di altre professioni sensibili, non sia riconducibile ad una comune, squallida deriva sociale e culturale che può peraltro sfuggire alla logica della contrapposizione politica più stretta. Non è detto. Un identità, comunque, che è fondamentale requisito, oltre all’ovvia competenza, per svolgere professioni tanto delicate (ma mai abbastanza da escludere ripensamenti dell’ultima ora a favore di alternative lavorative più modeste ma magari più onorevolmente praticabili). Assumersi la piena responsabilità soprattutto morale, civile e culturale che le conseguenze delle proprie decisioni rivestono è dunque requisito decisamente cruciale per il magistrato. Che è tale solo se svolge un ruolo attivo e dunque critico di guida nell’interpretazione dei codici, anziché subirne passivamente le prescrizioni mortificando la propria funzione, magari asservendola alle becere ansie represse del più sordido giustizialismo "progressista".

Per evitare di trasformarsi, più o meno spontaneamente e consapevolmente, in un ragioniere del diritto privo di autorevolezza è cioè imperativo che egli si interroghi sempre a fondo e a tutto campo sulle questioni che le proprie decisioni sono in grado di sollevare nella società in cui vive o si presume che lo faccia, ossia nel preciso contesto storico in cui il suo operato comunque si inserisce. Hic et nunc, le istituzioni e gli individui operano sempre con un qui e ora e mai secondo un astratto e semplicistico dogmatismo vagamente improntato ai comodi schemi di un egualitarismo preconfezionato e buono per tutte le stagioni. In questo caso, al magistrato interessava evidentemente più inviare il significato politico implicito nel fatto che neanche un crimine provato di tanta efferatezza potesse sottrarsi alla fondamentale istanza civile e politica ancora prima che procedurale della certezza della pena, che ad ogni minimo spiraglio disponibile a sinistra si tenta di relativizzare, a condizione di escludere accuratamente le vicende processuali del mondo capitalistico ad essa non organico, per dare luogo agli scenari più vergognosi della nostra storia politica e giudiziaria. Salvo sciogliersi in petulanti festeggiamenti per non aver perso neanche un pezzo del puzzle.