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I 23 sintomi del “design geek”

Come individuare in tempo i segnali d’allarme. [ via Crestock.com ]
Si sa di poter diventare un design geek quando:

  1. si ride come deficienti ogni volta che si usano i colori F0CCED, EFF0FF e 44DDDD
  2. ci si guarda intorno alla ricerca di un drop shadow (effetto ombra) mentre si prende il sole
  3. si tiene una lezione ai parenti sui campi di colore e i contorni mentre si inviano loro via email le foto delle vacanze
  4. vedere qualcuno usare l’effetto lens flare o il font Comic sans incide negativamente sulla propria pressione sanguigna
  5. si segue uno schema a griglia nella disposizione dei magneti sul frigorifero
  6. si organizza la propria collezione di CD in base alla scala Pantone
  7. si rimane seduti a lavorare per otto ore consecutive con gli occhi sul monitor, in attesa di una scintilla di ispirazione che non arriva
  8. si rimane in piedi fino alle 5 del mattino perché la miglior idea possibile è venuta lavandosi i denti la sera
  9. il sogno più erotico mai fatto è stato del tipo "Traccia i contorni… trova i margini… cattura… estrudi… usa lo smudge stick… offusca… spruzza…"
  10. si conosce a memoria Lorem Ipsum

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La Nave degli Architetti

  "Questo evento, oggi, è ormai scomparso: dopo il varo dell’ultimo transatlantico della Società "Italia", la Michelangelo, lo scalo di Genova è stato demolito e, quello che era uno degli spettacoli più attesi, è stato sostituito da un rito affrettato nei moderni ‘bacini ad allagamento’".

"Alle 23:10, finita la telefonata, Carstens si accorgeva, girandosi di nuovo verso prua, della sagoma enorme e illuminata dell’ammiraglia italiana a cui stava andando addosso".


"L’Italia incerta e tentennante del dopoguerra aveva avuto la meglio: l’Andrea Doria era della società Italia di Navigazione che era della "Finmare", che era proprietà dell’"Iri", che era di proprietà dello Stato. Possiamo immaginare la catena di cariche politiche e ministeriali che si trovò a proteggere l’evento: troppe poltrone e rischio, che portarono a silenzi, reticenze, ’scaricabarile’".

Per ragioni personali ho avuto il piacere speciale e graditissimo di leggere in anteprima questa snella ma penetrante monografia dedicata, nel cinquantesimo anniversario del suo affondamento al largo delle coste statunitensi, alle virtù e alle disgrazie dell’Andrea Doria e alla sua vicenda per molti versi ancora attuale. Una turbonave dal fascino indiscusso, che negli anni Cinquanta ha rappresentato il vanto della marineria civile italiana grazie anche all’opera unica e irripetibile dei maggiori architetti e artisti dell’epoca, tra i quali Giò Ponti, in una stagione rimasta ineguagliata non solo della storia del design e del gusto italiani, ma dell’intera cultura europea. [ In copertina: locandina del lancio pubblicitario della Società "Italia" per l’ingresso dell’A. Doria sulla linea per il Nord America ]

L’immaginazione in cantina

Forma e sostanza, cultura visiva e cultura materiale. La storia architettonica italiana del ventesimo secolo oscilla da tempo tra i due estremi. Due estremi che non sempre vanno interpretati come poli contrapposti e inconciliabili, a condizione di non ridurre l’architettura ad arte visiva, perdendo di vista i valori storici e culturali depositati sul tessuto materiale stratificato di tutto il patrimonio costruito che le epoche precedenti ci hanno consegnato, vero banco di prova del valore dell’architetto. Una disciplina che in Italia ha avuto, dall’epoca greco-ellenistica e romana in avanti, la possibilità unica di misurarsi con il lascito delle epoche precedenti, sviluppando una sensibilità unica per l’antico e la sua tutela, intesa spesso con esiti contraddittori. E producendo risultati altrettanto contraddittori, ma non per questo meno affascinanti e meritevoli di attenzione conservativa. Un lascito che l’architettura contemporanea ha il dovere di rispettare con interventi compatibili e nel segno dell’autenticità.

Certo a più riprese è stata forte, nella storia della disciplina e delle elaborazioni teoriche volte a interpretare e giustificare la pratica del costruire, la tentazione di cosiderare l’architettura come forma pura, una tentazione rafforzata sul versante filosofico all’inizio del Novecento da una cultura idealista che tendeva a ridurre la complessità attualmente riconosciuta a tutti i manufatti storici, isolando le emergenze monumentali come opere d’arte la cui fruizione doveva essere prevalentemente iconica e distaccata, affidata alla riproduzione fotografica e bibliografica, come oggetto dall’aura nobile estraneo alla realtà e all’uso quotidiano. L’avventura del razionalismo funzionalista, che tendeva da una lato a rafforzare i valori formali e dall’altro a valorizzare le opportunità della produzione seriale e di altri aspetti dell’industrializzazione del processo edilizio, ha lasciato spazio ad un periodo di dispersione della cultura architettonica internazionale, incerta tra il revival del repertorio storicista riscoperto attraverso la libera citazione di elementi stilistici attinti dal passato e lo sperimentalismo avanguardista, che ha aperto la strada a una variegata ed eterogenea cultura architettonica contemporanea. Nel cui alveo ricadono atteggiamenti molto diversi, diversamente sensibili al fascino dell’antico ma regolarmente indifferenti all’esigenza della conservazione delle sue tracce materiali, anche a causa della progressiva internazionalizzazione del ruolo del’architetto. Continua a leggere ‘L’immaginazione in cantina’

“L’utente non è raggiungibile perché potrebbe essere stato rapito o bombardato”

Secondo cifre pubblicate lo scorso anno dal Dipartimento di Stato, in Iraq esistono attualmente 7.1 milioni di utenti di cellulari, rispetto agli 1.4 milioni di due anni fa. Alcuni iracheni arrivano a spendere 800 dollari per un Humvee, il secondo nella scala dei modelli preferiti dai soprannomi (Apache, Allawi) legati ai mezzi militari USA o all’aspetto dei politici locali. I combattenti usano i cellulari per comunicare e far esplodere le bombe, gli Iracheni di tutte le sette per evitare il pericolo e informare costantemente i familiari della propria posizione. Tra gli adolescenti iracheni i cellulari, spesso protetti da custodie trasparenti come da noi si usava fino a qualche anno fa, sono desiderati non solo perché di moda ma anche in quanto unica forma di espressione, non avendo finora attratto in alcun modo manifestazioni di intolleranza religiosa in un paese in cui lo scorso maggio un istruttore di tennis e due gocatori sono stati colpiti a morte a Baghdad solo perché indossavano i calzoncini. I cellulari sono un must anche per gli ufficiali dell’esercito, che anziché scegliere i modelli dal fiorente mercato dell’usato si rivolgono ai ricchi cataloghi provenienti dagli Emirati Arabi Uniti e li utilizzano per ricevere soffiate relative ai traffici di armi o al posizionamento di ordigni. Gli operatori umanitari ricevono sui cellulari le immagini di chi è torturato o ucciso dopo un rapimento dalle squadre della morte, che usano quelli di testimoni o parenti delle vittime. I cellulari sono usati anche per alleviare lo stress e la frustrazione, con video in circolazione che prendono di mira i soldati americani, il presidente Talabani, i musulmani radicali o lo stesso Saddam. O anche la mancanza di energia elettrica o di gas. [ New York Times on line ]

Ih, machebello

Riprendo dall’ottimo Design|asides la segnalazione di uno straordinario concept per un iMac futuribile. L’autore è l’artista Adam Benton.

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(Illustrazione © 2006 Adam Benton)