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Le buone azioni cubane di Telecom Italia

Ci sono alcune cosette, nel Corrierino di oggi, che l’autore dell’articolo "Code, censura e mezzo stipendio per un’ora sul web a Cuba" ha trascurato di ricordare del resoconto pubblicato dalla giornalista free lance Claire Voeux, coraggiosa giornalista di "Reporter Senza Frontiere", dopo un soggiorno di varie settimane nella terra di Fidel. Per esempio che, per essere accreditati dal regime ad usare Internet  in ottemperanza ai "principi morali e alle leggi dello stato", è necessario non soltanto essere autorizzati da un’apposita commissione, ma anche sottostare ad un contratto-capestro con una compagnia telefonica, unico operatore di stato deputato al controllo totale delle telecomunicazioni, la ETEC SA, che ci riguarda estremamente da vicino. ETEC è infatti posseduta, oltre che dal regime, da nientepopodimeno che Telecom Italia, che detiene il 29,3% delle azioni. E’ importante ricordare che ETEC SA detiene il controllo completo del web cubano ed è usata dal governo per monitorare l’attività on line dei cittadini e degli operatori dell’informazione dell’isola, ed eventualmente risalire ai possibili dissidenti o estensori di denunce di violazione dei diritti più basilari, rei di "coospirare contro la rivoluzione".

Fu quindi l’ETEC partecipata dalla Telecom Italia tanto a cuore al nostro caro esecutivo fin dai suoi primi vagiti a fornire al regime castrista i tabulati usati durante il processo celebrato nel 2003 contro un gruppo di giornalisti e intellettuali cubani finiti in carcere per attività "controrivoluzionaria", colpevoli soltanto di aver tentato di informare il mondo in barba alle misure di repressione delle libertà non solo di stampa, contattando ad esempio testate giornalistiche o siti web ubicati e gestiti all’estero. Scrive la Vouex:

Nel 2004, Reporter Senza Frontiere scrisse all’amministratore delegato di Telecom Italia per fare presenti le conseguenze della partecipazione della sua azienda in ETEC SA. Gli chiedemmo "di intervenire per tentare di cambiare la politica del regime cubano verso Internet e per chiedere il rilascio dei giornalisti incarcerati". La società rispose spiegando di non potersi ritirare da Cuba per ragioni finanziarie, ma affermando di non partecipare direttamente alla sorveglianza e al controllo del web cubano. [ leggi la lettera, dal blog di Beppe Grillo ]

Molto pittoresco. Chissà cosa ne pensano i nostri portavoce, portaborse e manager di stato, chissà cosa ne pensano Prodi e il mammasantissima dell’imprenditoria pubblica italica. E il Presidente della Camera Bertinotti. E poi c’è la questione relativa al giornalismo indipendente più o meno professionale, più o meno autorevole, ma sempre animato dall’inquieto bisogno di esprimere liberamente i propri pensieri e comunicare sulla realtà vissuta quotidianamente, a volte tragicamente. Cioè quando "vissuta" rischia di diventare un’iperbole. Una questione epocale, se viene avvertita in modo pressante persino a Cuba. Ad essa nessun regime dittatoriale potrà mai riuscire a opporsi del tutto. Perché non tutti i giornalisti cubani sembrano essere precisamente allineati, come sembra lasciare intendere il Corriere, alla secca posizione assunta in merito alla denuncia di RSF dall’"Unione dei giornalisti di Cuba" (Upc) per voce del "Granma", organo ufficiale del partito comunista cubano. Che assegna tutte le colpe per le pastoie del web locale unicamente all’embargo sulle infrastrutture tecnologiche e alla propaganda americani.

C’è ad esempio Guillermo "El Coco" Fariñas, capo dell’agenzia di stampa indipendente Cubanac n Press, che dopo aver iniziato nello scorso febbraio uno sciopero della fame a supporto della richiesta di offrire libero accesso ad Internet a tutti gli isolani, è stato ricoverato con la forza per zittirne la protesta, che cominciava ad attirare l’attenzione dei media internazionali. Da allora, tutto ciò che il regime gli ha offerto a dispetto di un lungo periodo trascorso in terapia intensiva è stato un accesso alla rete "ristretto", ovvero filtrato dal governo. Con il rischio di 20 anni di galera in caso di denunce inviate al mondo esterno durante costosissime chiamate telefoniche internazionali, unico mezzo disponibile per la nuova leva di reporter indipendenti sorta intorno al 2003, laddove rete e fax sono un’utopia. Ed è alquanto improbabile che si riconoscano nella risposta ufficiale dell’Upc anche Héctor Maseda Gutiérrez, Adolfo Fernández SainzJulio César Gálvez Rodríguez o qualcun altro dei 24 tra quei giovani giornalisti indipendenti che sono attualmente detenuti nelle prigioni cubane, condannati a trascorrervi fino ad un massimo di 27 anni. Principalmente per aver collaborato con siti web animati da dissidenti fuoriusciti e impegnati nell’attività di denuncia sulla terraferma, come Cubanet, Nueva Prensa Cubana o Encuentro en la Red. Siti Che restano ovviamente, per il regime di Fidel, uno strumento "usato direttamente o indirettamente dal governo statunitense per continuare la sua politica di aggressione verso Cuba".

Mentre sono proprio questi spazi sul web a dare il senso dei soprusi all’ordine del giorno nei regimi della "rivoluzione del popolo". Come quando Cubanet, nel gennaio 2005, riportò che grazie a un accordo con la stessa ETEC, nella provincia di Santa Clara era stata messo a punto un sistema di spionaggio elettronico da parte di esperti cinesi, dopo che la visita del premier Hu Jintao nel novembre dell’anno precedente aveva posto le basi per una partnership della Repubblica Popolare con Cuba. Che andava ad aggiungersi agli acquirenti delle specifiche tecnologie della sorveglianza informatica in un bouquet di vari regimi autoritari ad esse interessati, comprendente anche Zimbabwe e Bielorussia.

Leader minimo

Pare già di vederlo, con l’avambraccio artritico rotante e il mezzo sorriso snob di chi pensa di aver capito tutto da un pezzo, concentrarsi nel definire il suo líder barbuto "insostituibile" per il popolo cubano. Ma chi vorrà sentirlo dovrà attendere la puntata di stasera di Telecamere, perché il compagno Bertinotti non ha vergogna e non ci ha pensato due volte ad offendere anche i morti così spesso invocati della Repubblica che rappresenta con tale dignità, dipingendo Castro come il proprio eroe. Trascurando che per quasi mezzo secolo Fidel ha imposto un regime tirannico ad un popolo che si dibatte nella miseria, punendo qualunque forma di dissenso con il carcere e la pena di morte e imbavagliando stampa e mezzi di comunicazione fino a ridurli a superflui lacché. Sarebbe bello saperlo a trascorrere qualche ora non dico in quelle luride galere ma almeno difendendo il dittatore in compagnia di chi ha pagato con l’esilio il coraggio di esprimere la propria opinione con la forza dell’arte e del pensiero in un paese in cui questa libertà è negata, per capire che cosa pensa ancora del comunismo e della sua applicabilità come forma di governo piuttosto che come sistema di pensiero. Forse per lui sarebbe l’unico modo per capire che non esiste parte del mondo in cui esso abbia portato alcunché di buono per chi ne subisce le violenze, immancabilmente praticate a partire dalle istituzioni ovunque sia stato adottato come forma di organizzazione sociale, economica o politica. Tutte cose che chi occupa una delle cariche più prestigiose previste dall’ordinamento della nostra Costituzione, ma anche chi lo ha votato, dovrebbe sapere, e che dopo l’ultima ospitata salottiera così poco pvoletavia rendono il compagno Bertinotti ancora più sostituibile, se mai fosse possibile, alla presidenza della Camera.

Il tramonto del “Lìder maximo”

Il dittatore cubano Fidel Castro, 80 anni tra pochi giorni, ha ceduto i poteri nella notte al fratello Raùl, ex ministro della Difesa, in seguito ai postumi di un intervento chirurgico per emorragia intestinale dovuta "allo stress accumulato negli ultimi tempi". Cambio della guardia (si fa per dire) a L’Avana dopo 47 anni di strapotere ininterrotto nel nome dell’autoritarismo comunista e scene di giubilo per le strade di Miami, Florida, tra gli esuli della principale comunità di oppositori cubani all’estero, al grido di "Viva Cuba libre". Corriere.it (Foto Reuters)

In attesa dei primi veri blog cubani…