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Sgarbi e quotidiani: la drammatica vicenda del Portello

Nonostante la presunta genialità di certi titolisti e alla faccia di chi vorrebbe liquidare Vittorio Sgarbi come attaccabrighe e polemista facile al battibecco sterile, apprendo dal Corriere che il suddetto assessore alla cultura del Comune di Milano sta dimostrando una ammirevole sensibilità per i problemi del suo ambito di competenza istituzionale. La disavventura capitata qualche giorno fa in relazione alla mostra sull’arte gay "Vade retro" da lui curata era stata un argomento utile ai suoi detrattori solo in apparenza, visto che all’apertura milanese si era opposto categoricamente a tutela della stessa mostra, urlando alla censura proveniente dal suo stesso schieramento di appartenenza dopo il veto del sindaco Moratti all’esposizione di alcune "opere". Fermo restando che il giudizio critico su di esse andrebbe sempre circostanziato al contesto di provenienza, sempre che ne esistano i presupposti, ma anche che le tensioni culturali proprie dell’epoca in cui viviamo richiederebbero un sano buonsenso persino agli artisti, soprattutto quando intervengono su tematiche, simboli e figure di ambito religioso, quale che esso sia. Il resto sono solo fregnacce funzionali all’ideologia di questo o quest’altro schieramento.
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Un nodo da sciogliere

Sul Corriere di oggi, Pierluigi Battista definisce una perdita di tempo con paragoni storici infondati e pretestuosi l’uso del termine "regime" per definire l’attuale situazione politica, proponendola come nuovo esempio di abuso linguistico in margine ai messaggi lanciati da Piazza San Giovanni in Laterano, e inorridendo per la presunta incompatibilità del suo significato con la brevità del quinquennio della legislatura. A parte il fatto che la microstoria insegna che i regimi possono nascere e morire in un batter d’occhi provocando danni irreparabili, trovo personalmente molto più infondato sul piano storico, all’alba del ventunesimo secolo, perché ingenuamente e genericamente storicista, ovvero riconducibile ad una logica di metodo storico vecchiotta di almeno un secolo che attribuisce agli intricati percorsi del fare umano uno svolgimento lineare e tutto in positivo, il rifiuto di applicare uno stesso termine a situazioni simili ma non geometricamente sovrapponibili. Rifiuto che presuppone un’aspirazione semplicemente incompatibile con la stessa irripetibilità, complessità e irriducibilità della storia a qualcosa di tanto elementare da poter essere paragonata ad un bigino da scuola media o alla ricetta di un’insalata di stagione.

E’ ovvio che definire l’italietta di oggi usando il termine che fa arricciare il naso a chi è impaziente di assimilarne la prospettiva sociopolitica e culturale ad uno scenario da agorà ateniese del V secolo a.C. non equivale ad attribuirgli i significati di repressione omicida del dissenso che poteva avere per le tirannidi fascista o stalinista o di livello altrettanto autoritario e antidemocratico. E ci mancherebbe. Ma questa generosa elargizione di spazi di legittima e libera espressione, ben lungi dal poter rappresentare una forma di consolazione per gli Italiani, non significa che dovremmo una qualsiasi forma di gratitudine a personaggi della statura di un Prodi, di un Bertinotti o di un D’Alema qualsiasi. Anzi. E lo dico nonostante i toni di paternalistica concessione con cui ultimamente Sinistralia ha l’abitudine di chiosare qualsiasi iniziativa dell’avversario politico, bontà sua.
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Corrierismi/ chi vivrà vierà