Articoli con tag 'conservazione'

Rosso come il travertino

L’attacco dell’uomo dalle simpatie neofuturiste alla Fontana di Trevi ha dato luogo in rete e sulla stampa alle reazioni più diverse e scomposte, spesso infarcite di strumentalizzazioni politiche e di conformismo. Da queste parti le cose si prendono con più calma detestandosi il dover prendere posizione a freddo, ovvero senza sufficiente riflessione. E si pensa che l’arte non si tocca. E non solo quella, perché il discorso sull’atteggiamento contemporaneo nei suoi confronti andrebbe sempre riveduto e corretto sotto le insegne del concetto di beni culturali, che è bene si conservino il più a lungo possibile come risorsa di vitale importanza per le società attuali e future, e che comprendono anche il costruito diffuso, i contesti variamente storicizzati anche in epoca contemporanea, il paesaggio, l’archeologia industriale e i manufatti preindustriali. Mentre il territorio non è altro che il paesaggio nella sua forma antropizzata, ossia segnato materialmente da attività umane d’uso non solo abitativo e produttive nel senso più ampio. Tra i critici del gesto romano dall’apparenza tutta criminale è andata consolidandosi una contrapposizione piuttosto netta e inaspettatamente trasversale agli schieramenti, per quanto almeno in parte viziata dall’orientamento politico-ideologico, tenuto conto anche delle posizioni di destra dichiaratamente assunte dall’autore dello stesso gesto. Da una parte i difensori propensi a celebrare il geniale valore avanguardistico e dimostrativo dell’impresa, di "rottura estetica" collegata al messaggio di protesta politico-sociale di cui l’annesso proclama scritto si faceva portatore. Dall’altra la condanna dei detrattori, ahimé mossa solo nel migliore dei casi dal principio dell’intangibilità dell’opera d’arte e più spesso (ma non sempre) corrotta da motivazioni di contropropaganda politica finalizzate alla censura del presunto "significato" propagandistico ("pubblicitario") di un’impresa compiuta da un "pazzoide di destra" o da un "fascista". In entrambi i casi, per lo più, un’attenzione limitata agli aspetti puramente iconici dell’accaduto, come se del monumento fosse rimasta coinvolta esclusivamente una pura immagine esclusivamente spendibile ad uso e consumo dei media anziché, innanzitutto, un contesto materico di interesse monumentale come tale tragicamente segnato dal tempo e dall’uomo, e dunque degno di protezione.
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Archistar

Sul campo per la conservazione architettonica: nuovo piano regolatore voluto dal sindaco di Genova entro il 2011.

(…) Meglio insistere sulla valorizzazione del patrimonio storico ma non escludendo di "dare aria" al Centro Storico con abbattimenti mirati.(…) L’Urban lab comincia a lavorare lunedì, Piano verrà una volta al mese a discutere e dare indicazioni, Rogers, Bohigas e Burden seguiranno da lontano, ma due volte l’anno riapproderanno in Darsena.

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Dalla Lapis nigra a “nigger”: quando l’ideologia si fa epurazione culturale

La National Association for the Advancement of Colored People, organismo statunitense per la difesa dei diritti della popolazione afroamericana, ha celebrato il funerale simbolico della parola nigger, negro. Un evento che ha visto la partecipazione gioiosa di centinaia di persone, presumibilmente non solo di colore. Il termine è considerato infatti degradante in quanto associato alle radici della gente nera nel periodo dello sfruttamento razziale in cui la schiavitù era normale prassi funzionale al reperimento di manodopera economicamente ideale per il lavoro nelle sterminate piantagioni di cotone e tabacco del sud degli States. Al punto che nessuno ha ormai più il coraggio, nell’America liberal e nei paesi di cultura anglosassone del politically-correct ad oltranza che certo italiume si sforza di importare selettivamente, di pronunciare quel termine considerato inaccettabile, sostituendolo con la più neutra ed asettica denominazione di N-word. Continua a leggere ‘Dalla Lapis nigra a “nigger”: quando l’ideologia si fa epurazione culturale’

Cutty Sark, GMT -1

"Every inch
of
original material
lost is a
little death"
Il Cutty Sark, storico trealberi ottocentesco usato nelle gare per il trasporto del tè dalla Cina all’apposita borsa londinese in tempi precedenti l’apertura del canale di Suez e andato distrutto in un incendio di probabile origine dolosa divampato la notte scorsa in quel di Greenwich, Londra, era oggetto di un massiccio progetto di conservazione dello scafo e di un programma per un nuovo allestimento espositivo, per una spesa totale di 25 milioni di sterline. L’intervento sullo scafo, costituito da una struttura mista per l’epoca rivoluzionaria, in acciaio, lega di zinco-rame e fasciame in legno rivestito sotto la linea di galleggiamento con feltro e piastre metalliche, era volto al risanamento dai danni di corrosione provocati dai sali marini e meteorici e dalle deformazioni provocate dalla precedente struttura espositiva. Il ponte, gli alberi e il sartiame, frutto di precedenti interventi di sostituzione delle parti originali, erano stati preventivamente rimossi e posti al riparo. L’intero veliero era stato oggetto di attento rilievo di ogni elemento costruttivo, e già si parla di un ripristino delle struttue lignee danneggiate dall’incendio, che comunque potrebbero essere in parte recuperate al contrario di quanto inizialmente ipotizzato. Pare che il legname utilizzato per la realizzazione originale e andato distrutto risalisse almeno in parte al 1415. [ Technorati Tags: , , , , , ]

Risorsa preziosa

Poi dice che istighi all’odio razziale. Altro che accoglienza. Una condanna alla laurea in architettura (quella vera, di cinque anni) con specializzazione in conservazione e restauro dei monumenti, ci vorrebbe. Punizioni corporali medioevali assortite per ogni esame non superato. [ Technorati Tags: , , ]

Di Archimede, palinsesti ed autenticità

E’ di ieri la notizia che le analisi condotte su un libro di preghiere del XIII secolo a partire dalle osservazioni di tecnici e studiosi del Walters Arts Museum di Baltimora, USA, avrebbero permesso di riportare alla luce il testo di uno dei primi commenti conosciuti alla Logica di Aristotele, vero e proprio pilastro di tutto il pensiero filosofico del mondo occidentale. Il testo del commento sarebbe depositato come strato più antico di un famoso manoscritto noto come Palinsesto di Archimede. Le annotazioni giacevano infatti al di sotto di altre due opere già rilevate in epoca moderna: un testo del filosofo e matematico siracusano vissuto nel III secolo a.C., scoperto nel 1906, e l’unica opera scritta lasciata da Iperide, politico ateniese vissuto nel IV secolo a.C., scoperta sotto la coltre di inchiostri più recenti soltanto nel 2002. Il commento è stato individuato in questi giorni grazie a sofisticate tecniche di imaging multispettrale che utilizzano immagini fotografiche realizzate secondo diversi valori di lunghezza d’onda, e rappresenta secondo gli studiosi della Stanford University uno dei primi interventi, databile al II-III secolo d.C. e attribuibile ad Alessandro di Afrodisia, nel dibattito scaturito dalla teoria della classificazione logica prevista da Aristotele in base alle categorie descritte in una delle sue opere più importanti.
Ma che cosa si nasconde dietro tutto questo?
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San Pietroburgo, 77 piani di ignoranza

Il progetto per il nuovo grattacielo previsto a San Pietroburgo come sede della Gazprom prevede un edificio di 77 piani alto poco meno di 400 metri. La discussione tra autorità locali e sostenitori dell’iniziativa ferve: le posizioni appaiono come sempre inconciliabili tra sostenitori politici dell’urgenza di uno sviluppo non chiaramente identificato ed autorità locali, che asseriscono il bisogno di preservare il carattere orizzontale di una tra le più incantevoli città barocche del mondo. Putin, tra i più insigni nativi della città dell’Hermitage, se ne lava le mani già fin troppo indaffarate e imbrattate, ma propende come è ovvio per le prime. E’ interessante quanto avvilente notare che, nonostante le dichiarazioni e le etichette spesso inopportunamente quanto frettolosamente assegnate, persino le ragioni addotte da chi rifiuta un edificio come quello proposto risiedano in motivazioni che hanno ben poco a che fare con le istanze della Conservazione architettonica, giacché appiattite su considerazioni che trascurano del tutto l’unica permanenza del contesto costruito preesistente che si possa chiedere ad un cantiere previsto sul sito, ovvero quella materiale. Considerazioni imperniate, cioè, sull’immagine dell’architettura, sia questa nuova o storica, pretesto in nome del quale si sono da sempre compiute le peggiori devastazioni ai danni del costruito più o meno recente, spesso sacrificando patrimoni inestimabili solo perché non rispondenti al gusto o all’ideologia di pochi o di molti, e declassandoli ad esempi di arte figurativa cui neanche le cautele del restauro pittorico fossero dovute.

Anziché, dunque, sparare facilmente a zero sui promotori di operazioni imprenditoriali comunque deleterie, quale esempio migliore va citato, per questa concezione visibilistica dell’architettura, dello stesso riferimento addotto dai presunti fanatici della permanenza ad una astratta città orizzontale, ridotta ad altrettanto astratta categoria dello spirito priva di una consistenza fisica segnata dall’uomo con cui fare i conti caso per caso con scrupolo da vecchio medico condotto, anziché essere vista come materia stratificata da tutelare nella sua autenticità, problematica perché invano riconducibile ai modelli mentali degeneri del "Restauro" più o meno ufficiale ed istituzionale? Questo è il vero passatismo da cui guardarsi quanto dagli eccessi architettonici, e da evitare perché spesso altrettanto distruttivo che le operazioni speculative, ma spesso ancora più subdolamente ostile ai valori culturali della città ricca dei segni del passato. E ancora: "La nuova torre non sarà visibile dalla piazza Dvortsovaya", dice Sergei Kupriyanov per conto di Gazprom, insistendo che il sito si trova all’esterno del centro storico di San Pietroburgo. Il che equivale a considerarlo un’entità amministrativa imbalsamata, immaginando il rimanente tessuto urbano come terreno di frontiera del tutto sacrificabile alle scelte politiche più ciecamente indifferenti alla complessità storica di una città come San Pietroburgo. E ancora, si spiega: "La città non deve trasformarsi in un museo. La città deve svilupparsi". Non sorprendentemente, l’informazione per cui

"The site is one of the oldest in the city. It was a Swedish fortress before Peter the Great established St. Petersburg."

viene riportata dal Washington Post ma anche dai partecipanti al dibattito quasi di sfuggita, come una postilla riservata a topi di biblioteca ossessionati dal fascino delle anticaglie. Dimenticando che la fortezza svedese sarà semplicemente spazzata via, demolita, distrutta, abbattuta al sorgere del nuovo edificio, comunque esso venga immaginato e a prescindere dal numero dei piani e dalle eventuali citazioni di pezzi del "centro storico" che gli si vorranno dare, pezzi a cui guardare come zavorre nei confronti di un ideale anacronistico di "magnifiche sorti e progressive" di leopardiana e storicistica memoria. Ovvero, nel migliore dei casi, come polverosi vincoli anziché come preziose risorse.

E lo chiamano ‘disassemblaggio’

Con la realizzazione del nuovo, immenso polo fieristico di Rho-Pero e le vicende seguite alla vendita del vecchio insediamento espositivo caro alla memoria di generazioni di milanesi, il destino degli edifici della sede storica della Fiera Campionaria di Milano è segnato, e sta per partire il cantiere per la ‘riqualificazione’ di una delle zone del centro urbano più appetibili dal punto di vista del valore economico associato alla rendita di posizione, quindi di quello commerciale finale di ognuno dei singoli metri quadrati su cui alla fine si edificherà su quell’area. Per il progetto si sono mobilitate alcune tra le più grandi firme dell’architettura contemporanea, e questo è sempre un bene una volta che si ritenga inevitabile il ricorso al progetto del nuovo. Lo è molto meno in quanto il piano in questione, a sua volta suddiviso in singoli progetti di studi internazionali coordinati dalla nuova proprietà, prevederà una trasformazione radicale dell’area, priva come al solito, come avviene in questi casi, di qualsiasi rispetto per decenni di segni di cultura sociale, industriale e tecnologica della vita non solo cittadina variamente depositati sulla materia costruita stratificata del contesto già esistente. Che, solo perché consistente in edifici con funzione prevalentemente espositiva, è ritenuto non meritevole di alcuna pratica conservativa, privo di storia, indegno di memoria, estraneo alla qualità. Un cumulo di padiglioni ridotti a capannoni, da sgomberare in fretta per liberare suolo di cui "riappropriarsi" per la solita, ineffabile riqualificazione. [ Una prospettiva inedita sul nuovo progetto per l’area Fiera ] [ Documenti ]

La cultura di Ru-telly: “Grandi Restauri S.p.A.”

L’evento è quello ufficiale e azzimato dell”ennesimo "Restauro-di-Stato-finanziato-dal-Ministero", e il Ministro della cultura Rutelli non rinuncia all’occasione per rispolverare il consueto frasario vetusto e stereotipato: restituire ‘uno dei luoghi piu’ belli del mondo - per stratificazione storica, artistica e architettonica’. Manca solo la solita, disumana e oggi scientificamente inaccettabile formula del ritorno all’antico splendore ancora oggi scelleratamente in auge nell’ambito giornalistico più inconsapevolmente indifferente alla storia della cultura e inaugurata durante la stagione ottocentesca del "restauro stilistico", in cui si decretava arbitrariamente la sopravvivenza delle membrature architettoniche a seconda dello stile e quindi dell’epoca che altrettanto arbitrariamente si intendeva privilegiare, cancellando senza scrupolo di sorta qualunque altra traccia di cultura artistica stratificata esistente sul manufatto, e liquidandola come inutile superfetazione.
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Ah, the simple pleasures in life

…invece di stelle si accendono parole…
(Umberto Saba)

Esiste uno stretto legame tra linguaggio pubblicitario e restauro. Entrambi tendono a sostituire alla realtà nuda e cruda, complessa e articolata, spesso sgradevole e per niente consolatoria, un "ideale" di realtà, un desiderio, un sogno credibile solo a patto di chiudere uno o anche tutti e due gli occhi. La vita felice, al di fuori del tempo, dove nulla turba il regolare e tranquillo svolgersi delle giornate, che vediamo nelle pubblicità, ha il suo corrispettivo nelle perfette ricostruzioni (più o meno filologicamente corrette) di castelli, chiese, borghi e conventi, operate dai restauratori negli ultimi due secoli.

Questa sorta di parentela, queste affinità elettive sono appurate. La pubblicità e il restauro si sono riconosciuti vicendevolmente e intraprendono un percorso che li porta sempre più spesso ad affiancarsi e incrociarsi. Perché la loro è una battaglia comune che lascia sul campo tutto ciò che non è conforme alle regole del buon gusto e del decoro: che si tratti di rughe o di macchie, di crepe o di licheni. Insieme costruiscono mattone su mattone, fotogramma su fotogramma, un universo parallelo dove il sole è sempre splendente, il cielo sempre blu, e non si invecchia mai; dove lo scorrere del tempo è da fermare e la vita moderna è da abolire o addomesticare.

Sono ormai storici gli spot dell’Ariston diretti da Wim Wenders. Lo spot della lavabiancheria mostra un imponente affresco "tiepolesco" ingrigito e sbiadito dal tempo, i cui personaggi scendono dalla parete, si liberano dai vecchi drappi, li mettono in lavatrice e li rindossano più smaglianti e colorati che mai. Nell’inquadratura finale si rivede l’affresco con tutti i personaggi tornati alloro posto puliti e coloratissimi; come nuovi. Il medesimo criterio si ritrova nello spot della lavastoviglie dove i personaggi, invece che dall’affresco, scendono da un’antica maiolica; si spogliano, si lavano, si rivestono e tornano a nuovo. La metafora è chiara e l’associazione assolutamente calzante: lo stesso consenso lo troviamo infatti di fronte al "lavaggio" della Cappella Sistina e dell’Ultima Cena. Continua a leggere ‘Ah, the simple pleasures in life’

La palla sinistra di Mozart

Siamo alla frutta. Quando persino l’arte a Berlino viene umiliata e offesa da decisioni che muovono dalla più gretta demagogia e da un perbenismo conciliatore che appiattiscono le specificità culturali nel volgare calderone di un politically correct banalmente sottomesso alla legge del più arrogante, la perdita culturale riguarda tutti e resta davvero poco in cui sperare per il risveglio della civiltà. E non solo di quella occidentale: più in generale, per il risveglio dell’umanità. Quando la politica del "rispetto delle differenze" di un ipocrita e incosciente progressismo da strapazzo, tale solo a parole e a corrente alternata, sente il bisogno di censurare per motivi di ordine pubblico e di sicurezza una messa in scena dell’"Idomeneo" di Mozart solo perché mostra le teste mozzate di Gesù Cristo e di Poseidone, di Buddha e di Maometto, significa che il senso del rispetto per le culture è ormai diventato un concetto puramente soggettivo per non dire dimenticato, e che il genere umano è allo sbando definitivo. Siamo alle solite.
Non solo ci tocca preoccuparci dei rapporti tra arte e religioni, dei terroristi che vogliono sfregiare con le bombe gli affreschi "blasfemi" di Giovanni da Modena a San Petronio e delle posizioni più sconcertanti assunte al riguardo anche a casa nostra, ma anche prevenirne le mosse, acquisirne la mentalità, interiorizzarne l’oscurantismo teocratico più becero. Dimenticando che l’arte è di tutti, anche di quanti da essa si sentono offesi, e che le battaglie da sempre combattute in nome del pregiudizio ideologico contro le sue manifestazioni più scomode ma comunque più autentiche non hanno mai mancato di rivelarsi perdenti. Perché arte è innanzitutto autenticità e come tale estranea all’ideologia, e la vera cultura di una civiltà si misura con la sua capacità di accettare le espressioni più varie di identità culturale, finché appunto espresse con autenticità.
Idee, queste, che sono oggi peraltro alla base del concetto di conservazione del patrimonio culturale mondiale e che sono state spesso strumentalizzate, evidentemente senza successo, da certa cultura politica di sinistra e dalle correnti ad essa organiche del panorama intellettuale nazionale, spesso con finalità ed esiti tutt’altro che nobili o apprezzabili. Sarebbe interessante capire in base a quale arcana logica la stessa parte politica osi battersi oggi a spada tratta in nome di un laicismo più statalistico che statuale che nulla ha a che fare con una sacrosanta laicità, scagliandosi contro l’altrettanto sacrosanto diritto delle autorità religiose nazionali al dibattito sui grandi temi civili e morali, quando non mostra incertezze nel calarsi le braghe al cospetto delle istanze spirituali altrui imposte col terrore, che quindi cessano di essere persino degne di curiosità.
Alla chiusura ipocrita e opportunistica persino al dialogo con la propria identità in barba alla logica più elementare delle stesse affermazioni di principio, che pure peraltro sembrano latitare da un pezzo nel dibattito politico e culturale di un sinistrismo imborghesito e spaccone, fa dunque da contraltare, per l’ennesima volta, la vigliacca connivenza con le ragioni di una presunta superiorità razzista affermata con gli argomenti distorti di un lascito spirituale alla deriva e di una civiltà sempre più contraddittoria e perdente, nonostante le apparenze. Perché non esita a piegarlo ai fini più barbari anche nei rapporti con l’esterno, salvo poi sottrarsi alla discussione interna tra le proprie componenti alla perenne ricerca di un’anima, senza mai rinnegare e condannare qualunque cosa la riguardi anche nel senso più spregevole. Quale rispetto, quale morale, quale identità per l’Internazionale rossa dello stesso sangue che imbratta le mani dei tagliatori di teste e del cotto dei nostri centri storici, che orde ignoranti di bombaroli invasati vedrebbero volentieri polverizzato?

L’immaginazione in cantina

Forma e sostanza, cultura visiva e cultura materiale. La storia architettonica italiana del ventesimo secolo oscilla da tempo tra i due estremi. Due estremi che non sempre vanno interpretati come poli contrapposti e inconciliabili, a condizione di non ridurre l’architettura ad arte visiva, perdendo di vista i valori storici e culturali depositati sul tessuto materiale stratificato di tutto il patrimonio costruito che le epoche precedenti ci hanno consegnato, vero banco di prova del valore dell’architetto. Una disciplina che in Italia ha avuto, dall’epoca greco-ellenistica e romana in avanti, la possibilità unica di misurarsi con il lascito delle epoche precedenti, sviluppando una sensibilità unica per l’antico e la sua tutela, intesa spesso con esiti contraddittori. E producendo risultati altrettanto contraddittori, ma non per questo meno affascinanti e meritevoli di attenzione conservativa. Un lascito che l’architettura contemporanea ha il dovere di rispettare con interventi compatibili e nel segno dell’autenticità.

Certo a più riprese è stata forte, nella storia della disciplina e delle elaborazioni teoriche volte a interpretare e giustificare la pratica del costruire, la tentazione di cosiderare l’architettura come forma pura, una tentazione rafforzata sul versante filosofico all’inizio del Novecento da una cultura idealista che tendeva a ridurre la complessità attualmente riconosciuta a tutti i manufatti storici, isolando le emergenze monumentali come opere d’arte la cui fruizione doveva essere prevalentemente iconica e distaccata, affidata alla riproduzione fotografica e bibliografica, come oggetto dall’aura nobile estraneo alla realtà e all’uso quotidiano. L’avventura del razionalismo funzionalista, che tendeva da una lato a rafforzare i valori formali e dall’altro a valorizzare le opportunità della produzione seriale e di altri aspetti dell’industrializzazione del processo edilizio, ha lasciato spazio ad un periodo di dispersione della cultura architettonica internazionale, incerta tra il revival del repertorio storicista riscoperto attraverso la libera citazione di elementi stilistici attinti dal passato e lo sperimentalismo avanguardista, che ha aperto la strada a una variegata ed eterogenea cultura architettonica contemporanea. Nel cui alveo ricadono atteggiamenti molto diversi, diversamente sensibili al fascino dell’antico ma regolarmente indifferenti all’esigenza della conservazione delle sue tracce materiali, anche a causa della progressiva internazionalizzazione del ruolo del’architetto. Continua a leggere ‘L’immaginazione in cantina’

Il difficile ritorno del lupo grigio

Il richiamo della foresta, in Svezia e in Norvegia, può essere ancora sentito mentre riecheggia l’annuncio del ritorno del lupo grigio. Il lupo era stato portato all’estinzione durante il secolo scorso, e il suo ritorno a partire dagli anni ‘80 ha tutti gli elementi per una storia a lieto fine di conservazione della specie. Ma la presenza crescente del lupo in Scandinavia ha polarizzato le posizioni della popolazione locale e messo in forse, nel lungo periodo, il futuro del mammifero nella regione. Molte comunità rurali ne hanno fortemente ostacolato la conservazione, spiegando che i predatori selvatici uccidono i loro animali da allevamento e i cani da caccia. In Norvegia, dove massiccia è la popolazione rurale, l’opinione pubblica si è tendenzialmente schierata contro il lupo, e anche in Svezia il carnivoro sembra perdere sostenitori. Si sta assistendo all’uccisione illegale di un numero crescente di lupi grigi, dicono i ricercatori. Allo stesso tempo la popolazione è stata isolata e, come conseguenza, indebolita dalla riproduzione tra individui geneticamente affini. Continua a leggere ‘Il difficile ritorno del lupo grigio’