Articoli con tag 'comunismi'

Progressisti coraggiosi


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Ci mancherebbe

Il Ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, indagato per abuso d’ufficio dalla Pocura di Roma per l’incarico di esperta in materia di tossicodipendenze affidato all’ex brigatista rossa Susanna Ronconi nell’ambito della Consulta nazionale sulle droghe, spiega che "la vicenda ha carattere giuridico e non politico", precisando inoltre che la Ronconi "non percepisce alcun emolumento".

Scambi ferroviari

Raffinata dimostrazione di non violenza sull’Eurostar Roma-Milano tra Fernando Rossi, senatore dell’Unione che ha contribuito alla crisi di governo, e Nino Frosini, segretario regionale toscano dei Comunisti italiani (ed ex pugile).
Le ha prese Rossi, guarda un po’.

The day after Prodi: Prodi

Dopo una nottata di bagordi e sacrosanti festeggiamenti dovuti alla mai precoce caduta inevitabile di un governo costruito a spese degli Italiani, è doveroso passare ad alcune già scontate riflessioni ed accorati interrogativi sul senso dell’azione di governo farsesca appena spirata. Un fatto assodato ma mai abbastanza ripetibile è ovviamente che la coalizione delle forze politiche nominalmente raccolte sotto l’insegna dell’Ulivo ha rappresentato una tragica forzatura fin dall’inizio. E’ troppo facile proporsi come maggioranza nascondendo peraltro goffamente, ovvero negando platealmente, divisioni interne che sono apparse da sempre incolmabili su quell’intero repertorio di iniziative realizzabili solo in un regime di tipo sovietico che è stato spacciato per programma politico da Prodi e compagni di sventura. Ma è soprattutto disonesto, nei confronti del paese che si aspira a governare, che ciò si sia tradotto in uno stratagemma volto a presidiare tutte le le posizioni di potere istituzionale e civile catalizzando la raccolta dei voti dell’elettorato che non si riconosce(va) nella Casa delle Libertà. Ma anche l’elettorato di sinistra ha, naturalmente, le sue colpe nel disastro in cui la carretta dell’Ulivo ha sprofondato l’Italia in pochi giorni, 280 — un istante in termini di democrazia parlamentare dell’alternanza — di avventurismo politico.

Perché è troppo facile e ipocrita accusare Prodi di "non aver mantenuto le promesse del programma" e aver tradito le aspettative dell’elettorato comunista o paracomunista, ovvero di centrosinistra. Perché erano promesse destinate a cadere nel vuoto, che racchiudevano in sé un destino patetico e servivano soltanto come giustificazione per inseguire un’identità politica inesistente all’insegna della menzogna, innanzitutto davanti a se stessi. D’altra parte, a poco servono l’ilarità e la tenerezza suscitate dagli elettori di entità da Ds e Margherita in giù, ma anche dei più finti radicali, nel tentativo di legittimare scelte che arrivano a stridere anche pesantemente con certe dichiarazioni di principio. La situazione è talmente semplice da non richiedere troppi giri di parole. Mentre l’immagine dell’Italia si risolve anche e soprattutto sullo scenario internazionale in un ennesimo zimbello di cialtroneria politica, culturale e istituzionale che non ha pari nella storia mondiale se non nei più scalcinati regimi dittatoriali del terzo mondo, da ieri sera l’Italia attuale si dibatte in una melma di infantile e verboso rassicurazionismo che sembra cercare nei passaggi costituzionali previsti durante le crisi di governo la ragione d’essere e la cifra di una stagione politica tra le più tristi della Repubblica: quella dell’instabilità del cambiamento perenne ma mai risolutivo. Sinceramente trovo che non ci sia da invidiare Napolitano: penso che il suo sia uno tra i compiti più gravosi dai tempi di D’Azeglio. Elezioni subito si impongono, per evitare di risuscitare un cadavere che già emana esalazioni mefitiche.

[ Update: va be’, è l’Unione. Cambia poco. Anzi, molto: non resta necessario molto fegato per chiamarla così? ]

Fu-fu (a.k.a: “Hai visto, stronzo!”)

Pig parade

Il governo della concertazione e della collegialità. Buon anno del maiale a tutti.

Qualsiasi studente desideri avere uno scambio di idee è graditissimo interlocutore. (T.P.S.)

Sempre attuale

"Napolitano: Milano non dimentichi la Shoah"
[ Corriere della Sera Milano, 17 gennaio ]

Slowfinger: Napolitano non dimentichi l’Ungheria.

You say you want a revolution

"Abbiamo il sostegno del governo cubano per una grande festa per celebrare 50 anni di giustizia a Cuba".

Lo dice il sindaco di Londra Ken Livingstone, che si prepara a destinare, nel 2009, fino a due milioni di sterline da spendere nel nome dell’amicizia con il regime castrista per allestire eventi in arene sportive e grandi feste di piazza nella capitale britannica, con la chiusura di Trafalgar Square. Per la gioia dei londinesi e delle vittime cubane della repressione, o meglio sarebbe dire soppressione, delle libertà di pensiero, di espressione, di stampa, civili e politiche. Nel frattempo, l’anima progressista del Regno Unito offre esempi struggenti di democrazia.

Ci vediamo prodedì

Tra le manifestazioni esteriori dell’autoritarismo imposto dal regime del defunto Saparmurat Turkmenbashi ( = Padre dei Turkmeni) Niyazov, autoelettosi nel 1999 "Presidente a vita" di un Turkmenistan sorto sulle ceneri dell’ex repubblica sovietica già da lui guidata, c’erano statue in oro massiccio, l’imposizione di un Libro dell’anima da lui stesso scritto come testo scolastico, il divieto di ascoltare musica, fumare o portare barba e capelli lunghi e persino l’intitolazione a se stesso di pubbliche infrastrutture, mesi e giorni della settimana. Per il reuccio di un paese dalle enormi ricchezze naturali, legate al petrolio ma soprattutto al quinto giacimento di gas naturale più grande del mondo, contava poco che il popolo (per non dire degli oppositori) se la passasse maluccio, per usare un eufemismo. Mentre si apre la corsa alla successione, uno studio della "Scuola di igiene e medicina tropicale" di Londra sulla situazione del sistema sanitario turkmeno avrebbe accertato che il paese si trova sull’orlo di una catastrofe umanitaria, con livelli di povertà considerati bassi rispetto agli standard degli stati stessi dell’ex URSS. E noi ci assideriamo.

Un’Italia a 90 Gradoli

[youtube width=”300″ height=”248″]gNI-iXAysJo[/youtube] Rievocata durante la puntata di ieri di “Porta a Porta”, l’esilarante vicenda della presunta rivelazione sul covo delle Brigate Rosse ricevuta durante una seduta spiritica [ sic ] da Romano Prodi all’epoca del rapimento Moro è qui ripresa dal Senatore Paolo Guzzanti in un’intervista ad una televisione locale risalente allo scorso marzo. 

Come mostrato ieri sera durante la performance del Senatore Massimo Brutti nel salotto di Vespa, il meccanismo alla base della dialettica politica di impostazione “progressista” è chiaro quanto infantile: screditare l’avversario cercando di irriderlo con risolini o presunte battute di spirito a mezza voce, oppure, in mancanza di argomenti, gridare nella speranza di sovrastarlo.

Ma la seduta spiritica è davvero troppo.

Toponomastica

Pacifismi

Oggi nessuno sottolinea il fatto che l’Italia ha mandato 2.500 soldati in Libano, una delle regioni più pericolose del mondo. Mentre l’Iraq è stato per tre anni nell’occhio del ciclone, oggi non ci sono bandiere arcobaleno ai balconi né marce per la pace, e i media guardano da tutt’altra parte. Eppure entrambe le missioni sono in Medio Oriente. Entrambe sono legittimate da risoluzioni dell’Onu successive a una guerra, la 1546 del 2003 per l’Iraq e la 1701 del 2006 per il Libano, che invitano esplicitamente tutti i paesi membri a inviare soldati. Entrambi vedono una partecipazione più o meno significativa della comunità internazionale, 30 paesi in Iraq e 6-8 in Libano. Entrambi prevedono per i nostri soldati la facoltà di rispondere al fuoco se attaccati, e il ministro Parisi ha affermato che la missione in Libano sarà “lunga, pericolosa e difficile”, mentre la pericolosità della missione in Iraq purtroppo si è vista nella morte di diversi soldati. La differenza discriminante sta nel fatto che la missione in Iraq fu voluta dal governo Berlusconi, quella in Libano dal Governo Prodi. E’ evidente allora la strumentalità e l’infondatezza del clamore orchestrato per tre anni dai movimenti pacifisti, teleguidati dai partiti dell’Unione, che oggi hanno messo l’elmetto e applaudito la partenza dei militari. [ leggi –> Ideazione.com ]

Le buone azioni cubane di Telecom Italia

Ci sono alcune cosette, nel Corrierino di oggi, che l’autore dell’articolo "Code, censura e mezzo stipendio per un’ora sul web a Cuba" ha trascurato di ricordare del resoconto pubblicato dalla giornalista free lance Claire Voeux, coraggiosa giornalista di "Reporter Senza Frontiere", dopo un soggiorno di varie settimane nella terra di Fidel. Per esempio che, per essere accreditati dal regime ad usare Internet  in ottemperanza ai "principi morali e alle leggi dello stato", è necessario non soltanto essere autorizzati da un’apposita commissione, ma anche sottostare ad un contratto-capestro con una compagnia telefonica, unico operatore di stato deputato al controllo totale delle telecomunicazioni, la ETEC SA, che ci riguarda estremamente da vicino. ETEC è infatti posseduta, oltre che dal regime, da nientepopodimeno che Telecom Italia, che detiene il 29,3% delle azioni. E’ importante ricordare che ETEC SA detiene il controllo completo del web cubano ed è usata dal governo per monitorare l’attività on line dei cittadini e degli operatori dell’informazione dell’isola, ed eventualmente risalire ai possibili dissidenti o estensori di denunce di violazione dei diritti più basilari, rei di "coospirare contro la rivoluzione".

Fu quindi l’ETEC partecipata dalla Telecom Italia tanto a cuore al nostro caro esecutivo fin dai suoi primi vagiti a fornire al regime castrista i tabulati usati durante il processo celebrato nel 2003 contro un gruppo di giornalisti e intellettuali cubani finiti in carcere per attività "controrivoluzionaria", colpevoli soltanto di aver tentato di informare il mondo in barba alle misure di repressione delle libertà non solo di stampa, contattando ad esempio testate giornalistiche o siti web ubicati e gestiti all’estero. Scrive la Vouex:

Nel 2004, Reporter Senza Frontiere scrisse all’amministratore delegato di Telecom Italia per fare presenti le conseguenze della partecipazione della sua azienda in ETEC SA. Gli chiedemmo "di intervenire per tentare di cambiare la politica del regime cubano verso Internet e per chiedere il rilascio dei giornalisti incarcerati". La società rispose spiegando di non potersi ritirare da Cuba per ragioni finanziarie, ma affermando di non partecipare direttamente alla sorveglianza e al controllo del web cubano. [ leggi la lettera, dal blog di Beppe Grillo ]

Molto pittoresco. Chissà cosa ne pensano i nostri portavoce, portaborse e manager di stato, chissà cosa ne pensano Prodi e il mammasantissima dell’imprenditoria pubblica italica. E il Presidente della Camera Bertinotti. E poi c’è la questione relativa al giornalismo indipendente più o meno professionale, più o meno autorevole, ma sempre animato dall’inquieto bisogno di esprimere liberamente i propri pensieri e comunicare sulla realtà vissuta quotidianamente, a volte tragicamente. Cioè quando "vissuta" rischia di diventare un’iperbole. Una questione epocale, se viene avvertita in modo pressante persino a Cuba. Ad essa nessun regime dittatoriale potrà mai riuscire a opporsi del tutto. Perché non tutti i giornalisti cubani sembrano essere precisamente allineati, come sembra lasciare intendere il Corriere, alla secca posizione assunta in merito alla denuncia di RSF dall’"Unione dei giornalisti di Cuba" (Upc) per voce del "Granma", organo ufficiale del partito comunista cubano. Che assegna tutte le colpe per le pastoie del web locale unicamente all’embargo sulle infrastrutture tecnologiche e alla propaganda americani.

C’è ad esempio Guillermo "El Coco" Fariñas, capo dell’agenzia di stampa indipendente Cubanac n Press, che dopo aver iniziato nello scorso febbraio uno sciopero della fame a supporto della richiesta di offrire libero accesso ad Internet a tutti gli isolani, è stato ricoverato con la forza per zittirne la protesta, che cominciava ad attirare l’attenzione dei media internazionali. Da allora, tutto ciò che il regime gli ha offerto a dispetto di un lungo periodo trascorso in terapia intensiva è stato un accesso alla rete "ristretto", ovvero filtrato dal governo. Con il rischio di 20 anni di galera in caso di denunce inviate al mondo esterno durante costosissime chiamate telefoniche internazionali, unico mezzo disponibile per la nuova leva di reporter indipendenti sorta intorno al 2003, laddove rete e fax sono un’utopia. Ed è alquanto improbabile che si riconoscano nella risposta ufficiale dell’Upc anche Héctor Maseda Gutiérrez, Adolfo Fernández SainzJulio César Gálvez Rodríguez o qualcun altro dei 24 tra quei giovani giornalisti indipendenti che sono attualmente detenuti nelle prigioni cubane, condannati a trascorrervi fino ad un massimo di 27 anni. Principalmente per aver collaborato con siti web animati da dissidenti fuoriusciti e impegnati nell’attività di denuncia sulla terraferma, come Cubanet, Nueva Prensa Cubana o Encuentro en la Red. Siti Che restano ovviamente, per il regime di Fidel, uno strumento "usato direttamente o indirettamente dal governo statunitense per continuare la sua politica di aggressione verso Cuba".

Mentre sono proprio questi spazi sul web a dare il senso dei soprusi all’ordine del giorno nei regimi della "rivoluzione del popolo". Come quando Cubanet, nel gennaio 2005, riportò che grazie a un accordo con la stessa ETEC, nella provincia di Santa Clara era stata messo a punto un sistema di spionaggio elettronico da parte di esperti cinesi, dopo che la visita del premier Hu Jintao nel novembre dell’anno precedente aveva posto le basi per una partnership della Repubblica Popolare con Cuba. Che andava ad aggiungersi agli acquirenti delle specifiche tecnologie della sorveglianza informatica in un bouquet di vari regimi autoritari ad esse interessati, comprendente anche Zimbabwe e Bielorussia.