Articoli con tag 'comunicare'

Blog aziendali. Se li (ri)conosci, li eviti.

Arriveranno. Li sento. Anzi, sono già tra di noi. Perché i tempi sono maturi e il genere attira una quantità crescente di risorse intellettuali, creative, finanziarie ed economiche. E così, mentre forse in molti staremo ancora pensando di averla fatta franca, ci vedremo anche noi subissati da corporate blog, i temutissimi e famigerati blog aziendali. Il dibattito sulla loro capacità di attecchire nella nostra fetta di blogosfera ferve da diversi mesi anche in ambito specialistico, ma in America esistono già da tempo, perché è là che la materia prima si è sviluppata e non poteva essere diversamente, dato che qualunque cosa nasca come un passatempo, sia pure rivestito dei significati sociali e culturali più nobili, non può che vedere la luce nei paesi più avanzati, o meglio ricchi. E poi c’è il Fattore P, il pragmatismo americano che impedisce di stabilire confini precisi tra ciò che negli Stati Uniti è pubblico, statale, nazionale, istituzionale, comunitario, e ciò che è privato, aziendale, individuale, elitario. Tutte distinzioni che sfumano alla luce di una logica del business che trova il terreno ideale, e così anche per chi apre sul web uno spazio personale per mostrare le foto del primogenito o del gatto di casa diventa inevitabile l’adozione di un linguaggio o per lo meno un tono più o meno vago da venditore o almeno da pubblicitario, in cui la lingua del mercato per eccellenza fa la parte del leone. E così quel sito diventa occasione per vendere sistemi per educare il gatto a fare i bisogni nel water, o per evitare di sporcare i pannolini. Il che finisce per impedire qualunque valutazione moralistica: nel paese del mercato perfetto e del capitalismo fisiologico non c’è spazio per una coscienza della cosa pubblica, non a caso di estrazione tipicamente mediterranea ed europea. Qui il mercato è un fatto economico, non di vita. Esiste l’economia, di cui il mercato e le sue derive sono parte fondamentale, ma non la esauriscono, per lasciare spazio a un’anima sociale che del continente europeo è il tratto più caratteristico. Ma allo stesso tempo il punto critico, l’anello debole di una catena comunque necessaria. Quello da cui possono dipendere la dannazione o trionfo, la svolta o il senso del ridicolo. E’ qui che si inserisce la differenza tra il corporate blog americano e quello nostrano. Perché se in America tutto è business, da noi tutto può diventarlo, quindi niente lo è. Se oltreoceano le foto del pupo sono solo una premessa per fare company, sebbene in modo spontaneo, naturale, organico, da noi le cose stanno diversamente.
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“L’utente non è raggiungibile perché potrebbe essere stato rapito o bombardato”

Secondo cifre pubblicate lo scorso anno dal Dipartimento di Stato, in Iraq esistono attualmente 7.1 milioni di utenti di cellulari, rispetto agli 1.4 milioni di due anni fa. Alcuni iracheni arrivano a spendere 800 dollari per un Humvee, il secondo nella scala dei modelli preferiti dai soprannomi (Apache, Allawi) legati ai mezzi militari USA o all’aspetto dei politici locali. I combattenti usano i cellulari per comunicare e far esplodere le bombe, gli Iracheni di tutte le sette per evitare il pericolo e informare costantemente i familiari della propria posizione. Tra gli adolescenti iracheni i cellulari, spesso protetti da custodie trasparenti come da noi si usava fino a qualche anno fa, sono desiderati non solo perché di moda ma anche in quanto unica forma di espressione, non avendo finora attratto in alcun modo manifestazioni di intolleranza religiosa in un paese in cui lo scorso maggio un istruttore di tennis e due gocatori sono stati colpiti a morte a Baghdad solo perché indossavano i calzoncini. I cellulari sono un must anche per gli ufficiali dell’esercito, che anziché scegliere i modelli dal fiorente mercato dell’usato si rivolgono ai ricchi cataloghi provenienti dagli Emirati Arabi Uniti e li utilizzano per ricevere soffiate relative ai traffici di armi o al posizionamento di ordigni. Gli operatori umanitari ricevono sui cellulari le immagini di chi è torturato o ucciso dopo un rapimento dalle squadre della morte, che usano quelli di testimoni o parenti delle vittime. I cellulari sono usati anche per alleviare lo stress e la frustrazione, con video in circolazione che prendono di mira i soldati americani, il presidente Talabani, i musulmani radicali o lo stesso Saddam. O anche la mancanza di energia elettrica o di gas. [ New York Times on line ]

Soluzione al 98%

Mi soffermo ancora sul concetto di "Long Tail", che da qualche tempo imperversa come un autentico tòpos nell’immaginario degli osservatori del web nella sua evoluzione e nelle sue implicazioni socio-economiche e culturali. Definita in beve, l’espressione rappresenta la tendenza per cui, se il canale di accesso ad un repertorio di fonti è sufficientemente ampio, l’insieme delle fonti cui si attinge meno frequentemente è quantitativamente nettamente superiore a quelle che godono di maggior popolarità. L’espressione, già esistente in statistica nella teoria della probabilità, è stata usata nel 2004 per la prima volta con riferimento al Web, e in particolare alla blogosfera e alle sue ricadute economiche, in un articolo del direttore del magazine online Wired Chris Anderson. Il "canale" sarebbe rappresentato quindi dal web, con i blog più autorevoli, tali cioè da poter vantare il maggior numero di link in entrata (secondo il noto criterio affermato da Technorati), a rappresentare le hit o "fonti" più popolari e frequentemente consultate, e la miriade di blog personali di individui o gruppi relativamente sconosciuti a costituire la "coda lunga" di un universo quantitativamente, nel suo insieme, molto più massiccio dei siti top-ranking. Non solo: minore è la popolarità dei siti e maggiore risulta il loro numero, con una proporzionalità inversa tra numero e popolarità, e quest’ultima tendente a zero per un numero di blog che tende all’infinito. Continua a leggere ‘Soluzione al 98%’

Lo Stato della blogosfera

Il Pew Internet and American Life Project ha reso noti i risultati di un approfondito sondaggio condotto negli Stati Uniti a livello nazionale sulle abitudini dei blogger locali. Ne è emerso un quadro approfondito e aggiornato della blogosfera pur se limitatamente alla situazione d’oltreoceano, con nuovi scrittori meno dediti alla vocazione giornalistico-sociale delle origini della galassia blog a stelle e strisce e sempre più propensi al racconto di esperienze personali e di vita quotidiana, che il mezzo permetterebbe di descrivere non più tanto per informare, quanto per comunicare.

Un aspetto, questo, relativamente inedito in quel paese, e che probabilmente ne avvicina i blogger a quelli del nostro, in cui minore è il livello medio delle conoscenze tecnico-informatiche tra gli utenti del web soprattutto nella generazione più giovane (ma spesso anche tra gli over 30) e probabilmente, pur in una situazione complessiva di grande fluidità e innovazione continua, proporzionalmente più diffuso il modello del servizio più o meno gratuito di "blogging chiavi in mano" offerto dalle piattaforme nostrane e internazionali, con lo spazio concesso a potenziali autori non necessariamente esperti di codici e linguaggi di programmazione. Continua a leggere ‘Lo Stato della blogosfera’

A-O-hell, o della Customer Scare

Un esilarante articolo del NYT segnala la storia di Vincent Ferrari, blogger americano avventuratosi in una telefonata al call center del provider Internet AOL per chiedere la cancellazione del proprio account. E’ stato tenuto inchiodato alla cornetta per 21 minuti da un addetto fermamente convinto di poter "salvare" il cliente, recitando un copione da modesto addetto vendite totalmente disinteressato al senso delle sue parole e convinto di poter mantenere accesa una qualche forma di contratto con l’azienda. Fin qui, niente di nuovo.

La novità, se vogliamo, sta nell’aver registrato la telefonata per poi renderne disponibile il file audio tramite il proprio sito, attirando l’attenzione della blogosfera e della Nbc e obbligando il provider a lettere di scuse e alla ridefinizione formale delle clausole di disimpegno dai servizi offerti. John, l’addetto al call center che avrebbe percepito un bonus in caso di "salvataggio" del cliente guardandosi però dal soddisfarne le esigenze, è stato prontamente licenziato per aver ignorato la richiesta di cancellare l’account ripetutagli almeno 21 volte nel corso della telefonata. Altro caso di customer dissatisfaction è quello di Brian Finkelstein, altro blogger, che ha filmato il tecnico Comcast intervenuto al suo domicilio di Washington per la sostituzione di un modem e addormentatosi al telefono in attesa di risposta dalla propria ditta. Il video, intitolato "A Comcast Technician Sleeping on My Couch", è disponibile tramite You Tube a questo link. Per la cronaca, pare che il tecnico sia stato anch’egli licenziato.
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