Articoli con tag 'cogitationes'

Carbonato di calcio

Un legale della famiglia di Gabriele Sandri ha precisato in conferenza stampa che i sassi rinvenuti nell’arsenale appartenuto al gruppo di tifosi laziali che accompagnavano il giovane durante l’agguato mascherato ad alcuni sostenitori juventini nell’area di sosta dell’A1 erano microformazioni calcaree.
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Come la risacca

E questi uomini la cui vita è molto irrequieta hanno talvolta nei rari momenti di felicità sentimenti così profondi e indicibilmente belli, la schiuma della beatitudine momentanea spruzza così alta e abbagliante sopra il mare del loro dolore, che quel breve baleno di felicità s’irradia anche su altri e li affascina. Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d’arte nelle quali un uomo che soffre si innalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità.

Hermann Hesse, Il lupo della steppa (1955).

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Lunedì aperto: il declino estetico di un’epoca

Sta per chiudersi un’epoca. Con la possibilità prevista dal nuovo pacchetto di liberalizzazioni del governo di lasciare a parrucchieri e barbieri la scelta se tenere chiuso il proprio esercizio il lunedì, tramonta un intero universo simbolico. Perché scompare una dimensione umana fondata sull’attesa e le aspirazioni del cliente e sul fatalismo proprio dell’artigiano paziente e capace, ma soprattutto lento, estraneo ai pruriti imprenditoriali e privatistici e dotato di una concezione strettamente tradizionalistica e pre-industriale della propria prestazione d’opera. Il buon parrucchiere, e ancora di più il barbiere coscienzioso, hanno il dovere morale di essere pigri chain-smoker meridionali dall’apparenza rassegnata ma fiera di chi lavora unicamente perché investito di una missione sociale di puro asservimento al cliente, quindi esercitata per lo più controvoglia, ma allo stesso tempo con zelo ottocentesco. Perché la metamorfosi dissolve un’aura di predestinazione dai risvolti quasi calvinisti che pone l’uomo in camice e forbici (Policlinico Umberto I a parte) al centro di una rete di valori antropologici ed estetici che gli assegnano una funzione pressoché magico-sacrificale di derivazione strettamente pagana. Senza la pausa di inizio settimana, questa figura semimitologica di sacerdote laico dai risvolti demiurgici e stregoneschi, quasi golemici, vedrà bruscamente ridimensionata se non totalmente azzerata la propria vocazione di confidente disinteressato, di psicologo delle masse nazionalpopolari ma anche delle élite refrattarie alla contemporaneità, di depositario di confidenze intime e speranze millenaristiche, di serbatoio di espressioni di saggezza popolare che millanta competenze in area medica, recuperando il cliché storico del barbiere-chirurgo. Se la dolorosa metamorfosi barbiere-hair stylist avanza da anni implacabile, con l’apertura di inizio settimana essa subirà un’impennata che troverà i suoi risvolti più inquietanti nella scomparsa dei segni rassicuranti di un mondo romanticamente decadente. Quello degli ultimi avamposti urbani di una manualità artigianale simboleggiata al meglio da un rituale cosmogonico antico, che pone al centro dell’universo il contenuto di un flacone vaporizzatore dalle proprietà curativo-apotropaiche e dal potenziale narcotico devastante.

Imperdibile: Le MIRABOLANTI liberalizzazioni della sinistra

E’ qui la festa?

Una lista in ordine sparso di cosa dovrebbe essere obbligatorio perdersi del periodo natalizio, per legge. Le ore spese per l’acquisto di regali inutili e comunque sbagliati dell’ultimo momento. Le attese in coda nei negozi o ai grandi magazzini per pagare con atroci sbalzi di pressione nei due sensi, provocati alternativamente da temperature degne di una stalla industriale e inalazioni di anidride carbonica allo stato puro, da far venire voglia di passare il resto della vita a respirare in un sacchetto o immobilizzati in ripostiglio. La cerimonia dell’apertura dei pacchetti, sempre troppi e smodatamente promettenti, conclusa con i crampi alle guance per il sorriso di rigore, la carta straccia da spalare e il rimpianto di non aver passato la serata a leggere sulle scale in pianerottolo o guardando le decorazioni natalizie appese fuori dalle porte, magari con il gatto o altro animale di casa. Le feste a casa di amici o parenti confusionari convinti di essere irresistibili e moderni, in cui si finisce regolarmente per parlare degli eventi più tristi, degli straordinari viaggi degli astanti o dei corsi più svariati che gli immancabili iperattivi stanno frequentando con profitto da ormai 2-3 mesi (esibizione teorico-pratica facoltativa). I cenoni trascorsi mangiando troppo e lentamente, perché tanto bisogna arrivare a mezzanotte stando a tavola, senno’ che gusto c’è. Lo scambio di auguri in cortile con quei vicini temuti fin dagli anni Settanta, che si eviterebbero a costo di arrampicarsi su un pluviale e prendere la via dei tetti pur di cambiare percorso. Il discorso del Presidente della Repubblica, che indossa una nuova verginità politica confezionata per l’occasione. Le telefonate obbligatorie. I bastoncini di incenso accesi, che fanno concludere le Feste con due chiodi infissi sulle sopracciglia e la nostalgia delle bucce di mandarino lasciate essiccare dagli zii sulle feritoie della stufa, quando ci si riuniva per giocare a tombola in mezzo al baccano dei cugini, che non si sentiva perché era il periodo in cui si faceva di ogni anno trascorso un titolo di merito personale, e si poteva rimanere male alla scoperta che, a differenza dei mesi, non ricominciavano da capo una volta finiti.

Un nodo da sciogliere

Sul Corriere di oggi, Pierluigi Battista definisce una perdita di tempo con paragoni storici infondati e pretestuosi l’uso del termine "regime" per definire l’attuale situazione politica, proponendola come nuovo esempio di abuso linguistico in margine ai messaggi lanciati da Piazza San Giovanni in Laterano, e inorridendo per la presunta incompatibilità del suo significato con la brevità del quinquennio della legislatura. A parte il fatto che la microstoria insegna che i regimi possono nascere e morire in un batter d’occhi provocando danni irreparabili, trovo personalmente molto più infondato sul piano storico, all’alba del ventunesimo secolo, perché ingenuamente e genericamente storicista, ovvero riconducibile ad una logica di metodo storico vecchiotta di almeno un secolo che attribuisce agli intricati percorsi del fare umano uno svolgimento lineare e tutto in positivo, il rifiuto di applicare uno stesso termine a situazioni simili ma non geometricamente sovrapponibili. Rifiuto che presuppone un’aspirazione semplicemente incompatibile con la stessa irripetibilità, complessità e irriducibilità della storia a qualcosa di tanto elementare da poter essere paragonata ad un bigino da scuola media o alla ricetta di un’insalata di stagione.

E’ ovvio che definire l’italietta di oggi usando il termine che fa arricciare il naso a chi è impaziente di assimilarne la prospettiva sociopolitica e culturale ad uno scenario da agorà ateniese del V secolo a.C. non equivale ad attribuirgli i significati di repressione omicida del dissenso che poteva avere per le tirannidi fascista o stalinista o di livello altrettanto autoritario e antidemocratico. E ci mancherebbe. Ma questa generosa elargizione di spazi di legittima e libera espressione, ben lungi dal poter rappresentare una forma di consolazione per gli Italiani, non significa che dovremmo una qualsiasi forma di gratitudine a personaggi della statura di un Prodi, di un Bertinotti o di un D’Alema qualsiasi. Anzi. E lo dico nonostante i toni di paternalistica concessione con cui ultimamente Sinistralia ha l’abitudine di chiosare qualsiasi iniziativa dell’avversario politico, bontà sua.
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FEEDarsi è bene…

Più lo uso (parola grossa), più mi sembra che il blog sia uno strumento destinato a confondersi sempre più con un generico o tradizionale sito web costituito da semplici menu e pagine statiche. Differenze e distinzioni, insomma, non solo sono sempre più sottili, ma tendono a diventare fuorvianti.

Perché riguardano siti comunque imperniati sulle potenzialità "connettive" del cosiddetto Web 2.0, cioè sui newsfeed e le loro espressioni cooperativo-imprenditoriali - ossia i servizi di social bookmarking con accesso gratuito su web tramite account personale. Ovvero le stesse caratteristiche che il blog tradizionalmente inteso ha contribuito a diffondere. Dirò qualcosa di ormai scontato per il popolo della blogosfera, ma ho la sensazione che tutti i siti, anche quelli di impostazione più tradizionale e istituzionale, o ufficiale, si stiano lentamente trasformando in qualcosa di simile ad un blog, ovvero in un sito dinamico che si presta tanto all’aggiornamento frequente quanto alla rapida consultazione via lettore di feed.

A questo proposito, sembra che Bloglines abbia l’unico svantaggio di non consentire la creazione di cartelle di livello superiore al primo, ma il notevole pregio di poter aggiornare senza intoppi molti feed in modo sia frequente che del tutto automatico, senza nessuno dei limiti di altri servizi basati su account e, soprattutto, senza la rigidità e la lentezza dei programmi scaricabili in versione client. L’utilità di questo tipo di servizi serve a gettare luce anche su un’altra trasformazione inevitabile. I blog tendono sempre più chiaramente a specializzarsi. Tendenza, questa, che credo vada di pari passo con l’impossibilità di categorizzare i flussi di contenuto attraverso la banale discriminante blog/non-blog.

Ormai da tempo i blog sono ovunque, e sempre più una pura piattaforma tecnica anziché una semplice modalità espressiva in rete. Dato l’uso crescente dei lettori di feed che rimpiazzano sempre di più l’accesso diretto alla versione standard della "cosa" on line, comincia ad avere sempre più senso (o ce l’ha da tempo) dare per scontato che ognuno di questi spazi personali o aziendali, individuali o collettivi, professionali o amatoriali, sia strutturato secondo parametri funzionali ai suddetti feedreader, cioè sia un sito dinamico. Un blog, appunto, almeno tecnicamente.

Questa evoluzione verso il web semantico, in cui ai contenuti si sostituiscono sempre più altri contenuti che li riguardano e connotano in una meta-ragnatela sempre più strettamente connessa ed efficiente, oltre a introdurre alcune linee di evoluzione interessanti sul piano puramente estetico del design, ha sicuramente contribuito ad attenuare la differenza anche tra weblog, più o meno professionalmente concepiti, realizzati e gestiti, e testate di informazione consolidate, se non ufficiali.

Le modalità ideali di accesso tecnico (i feed), favorite dalla diffusione della banda larga, hanno sostanzialmente imposto questo avvicinamento. Ma una volta nel grande calderone della lettura via feed, immagino che anche la maggior parte dei blog tradizionalmente intesi dovrà pur sempre caratterizzarsi per poter essere classificata e, quindi, raggiunta. E pertanto almeno in qualche misura specializzarsi, se non vuole rimanere tagliata fuori non solo dalla blogosfera ma anche dal web nel suo complesso. A meno di non voler rimanere un puro ma pur sempre rispettabile "raccoglitore" di pensieri e idee. Io non mi sono ancora schierato: che stia in questo il lato più divertente? C’è ancora spazio per il gioco in rete?

“Hic et nunc” ed eutanasia

Ho il non troppo vago sospetto che sull’eutanasia tutto ciò che conta davvero sia stato detto lapidariamente da Agostino (“dilige et quod vis fac”: ama e fa ciò che vuoi) e da Pascal (“la vrai morale se moque de la morale”: la vera morale si fa beffe della morale). Da queste due celebri massime, scaturite entrambe dalla consapevolezza dello scacco a cui è votato ogni tentativo di formulare una legge morale assoluta, si deduce infatti che nell’ora delle scelte decisive, e dunque anche in quei terribili momenti in cui potremmo dover decidere se assecondare o no la volontà di morire di un altro essere umano, saremo sempre assolutamente soli con noi stessi – e con quell’insopprimibile Altro che nessuno sa bene se risieda solo fuori o solo dentro di noi. Se mai dunque dovesse accaderci di trovarci accanto a una persona cara che ci supplica di aiutarla a spegnersi, non potremmo né dovremmo fare altro che quel che il cuore ci imporrà di fare. Disporre di questa libertà non è certo un privilegio rassicurante, ma è consolante sapere che due cristianissimi giganti del pensiero occidentale ci autorizzano a servircene infischiandoci sia della legge che della morale.

Ruggero Guarini [Il Foglio]

Ovvero: quando contano solo le circostanze contingenti, alla larga dalle facili generalizzazioni coperte da tragiche coperture giuridiche. Alla faccia di chi vuole semplificare, banalizzare, generalizzare, standardizzare persino il mistero della morte, ovvero anche quello della vita.

Armiamoci e restate

Andare via dall’Afghanistan - restare in Afghanistan; chi credeva che in Afghanistan non ci fosse la guerra si sbagliava - rispetteremo i patti; non aumenteremo le truppe - via dal carnaio dell’Afghanistan; se solo vedeste di persona le violenze yankee - in Afghanistan è guerra civile; dive no alla logica pev-ve-vsa della guevva senza se e senza ma - non abbandoneremo i nostri militari. E poi imposizioni taumaturgiche sui feretri che neanche un chiropratico, girotondi policromi con la kefiah e la Nutella, marce della pace con il kamikaze compiacente, passeggiate tra le macerie con gli statisti, bicchierate con gli imam tra un’udienza e l’altra. E ancora, pacche sulle spalle agli assassini degli affetti più cari, tanto i figli so’ pezz’e core, possono andare via un tanto al chilo purché organici alla causa palestinese, pardon, pacifista. E sensibilissime vignette e controvignette, in un tripudio variopinto di semplicistica e demagogica inconsapevolezza, tanto più grave quanto più eventualmente dissimulata, indifferente ai contesti storici ed epocali se non riassunti per pittogrammi, perché quello che conta è affermare con ostentata ingenuità l’identità esercito-morte, difesa-guerrafondaio. Salvo osannare qualunque affermazione di militarismo alternativo e non ufficiale, magari rappresentata in parlamento con il mitra sotto lo scranno, che non disdegna di farsi saltare in pizzeria o nascondersi negli asili nido. Salvo legittimare le stragi con la fisiologia di un rutto quando assumono la giusta connotazione antioccidentale e sono sufficientemente ignorate da una stampa svenduta e spaccona, che però si atteggia a garante dell’obiettività. Salvo strizzare l’occhio al terrorismo quanto più è europeo o antiatlantico. Antiumano. Disumano. Quante parole, che guazzabuglio è questa sinistra politica di governo col carrozzone che le fa codazzo. E pensare che basterebbe assistere ad un seminario in materia di difesa e politica estera con i rappresentanti di tutte le sue forze politiche per rendersi conto, se ce ne fosse ancora bisogno, dell’inconsistenza di questa cosiddetta coalizione. "La parola agli onorevoli Di Pietro e Caruso". Weekend OpenTrackback @ The Right Nation

Vecchio scarpone, quanto tempo è passato

Ne è passato sicuramente troppo da quando l’attuale governo, ansioso di trovare a livello internazionale una legittimazione sempre più sfuggente in ambito interno, ha alzato entrambe le mani e tutto l’alzabile all’appello. Quello per diventare giulivi capiclasse dell’armata Brancaleone da inviare in territorio libanese prima che se ne chiarissero i presupposti, in quella che si prospetta forse come la più difficile missione militare del dopoguerra. Mentre cioè gli altri esecutivi europei ciurlavano nel manico, ossia facevano il pesce in barile, ovvero facevano gli italiani attendisti ma meno sprovveduti, il nostro ha posto seriamente le basi per scaraventare i quadri militari nazionali a quella che appare l’ormai inevitabile guida quantomeno morale ma quasi sicuramente anche operativa della delicata campagna in Medioriente. Salvo poi voltarsi per interrogarsi eroicamente, con lo stile inconfondibile consueto alla compagine "progressista" che ci rappresenta nel mondo, anziché fermarsi a riflettere sull’unico mistero davvero cruciale della questione libanese, ancora da risolvere prima che sia troppo tardi. Continua a leggere ‘Vecchio scarpone, quanto tempo è passato’

Integralismi? Mai Pew

Sempre sul "Corriere" leggo l’interpretazione di Magdi Allam ai risultati del sondaggio recentemente realizzato dal "Pew Global Attitudes Project": "Le comunità musulmane emergono in Europa come un iceberg in preda a una schizofrenia identitaria, in bilico tra l’aspirazione a realizzarsi come entità islamica distinta dalla popolazione autoctona e la preoccupazione a non essere assimilata all’estremismo islamico. Condividendo tuttavia le medesime posizioni radicali degli estremisti islamici e dei musulmani residenti nei paesi islamici (…)". In pratica, la "schizofrenia identitaria" rappresenta la causa principale dei problemi dei musulmani e "il principale fattore di discrepanza rispetto alla popolazione autoctona".

Il che significa anche che gli immigrati musulmani presenti nei principali paesi europei si sentono prima di tutto portatori di un’identità vissuta in termini di contrapposizione tendenzialmente netta rispetto alla nazionalità locale. Tutto ciò mi sembra dipinga un quadro molto triste che probabilmente è alla base di molte delle incomprensioni tra immigrati musulmani e resto della popolazione dei vari paesi europei, compreso il nostro. Ma basta capire come vive una qualunque comunità di immigrati di un qualunque ceppo etnico o fede religiosa per accorgersi che il concetto di identità è molto vago a prescindere dal modo in cui viene percepito, assimilato o trasmesso, e sicuramente privo delle rigidità che gli vengono attribuite da entrambe le parti, ammesso e non concesso che i paesi europei possano costituire un insieme omogeneo, ma soprattutto dall’Islam. Generalizzando l’analisi possiamo osservare che i cinesi di New York non parlano come quelli di Pechino. Gli iraniani di Madrid non hanno le stesse abitudini alimentari di quelli di Teheran. I marocchini di Milano non vestono come quelli di Rabat. I turchi di Dortmund non ridono delle stesse cose di cui ridono i connazionali di Ankara. Gli egiziani di Londra non abitano come quelli del Cairo. Ovvero, le identità risentono inevitabilmente delle influenze esercitate dai contesti locali: è un fenomeo storico inevitabile. Continua a leggere ‘Integralismi? Mai Pew’

Homo videns videns

(…) Ma la tesi contraria dell’"intelligenza decrescente" è anche sostenuta da forti prove. La prima è nel mio argomento dell’homo videns che soppianta l’homo sapiens sapiens confinandolo al piccolo mondo delle cose visibili, rendendolo incapace di astrazione, e anche ormai di capacità di concentrazione. (I nostri ragazzi non sanno stare attenti per più di 15 minuti e sfuggono al loro tedium vitae con un incessante divagare e svagarsi) (…).

(Giovanni Sartori, "L’intelligenza decrescente", "Corriere" di oggi)

Ossequi alla Siniora

Leggere i giornali in questi giorni è uno spasso. C’è gente che pensa davvero che si possa governare un paese infilandosi fiori tra i capelli e facendo girotondi avvolti in bandiere arcobaleno attorno ad un falò (a proposito di Ferragosto). La realtà invece è fatta di tragedie, tensioni, morti, minuti contati. Non c’è spazio per le fantasiose custodie di occhiali vezzosamente ostentate e l’intercalare ossessivo, diciamo. La posizione delle sinistre italiane (non ce l’ho con Wanna Marchi e figlia) è un trionfo di equilibrismi e contraddizioni. Levantinismi, data la situazione. Loro sono contro la guerra, per la pace… Infatti avallano una "forza di interposizione" tra Israele e Libano che non sembra esattamente destinata a distribuire palloncini colorati al confine tra i due paesi. Lo ha detto l’ONU, d’altra parte. Quella vera, mica quella farlocca. Lo ripetono loro, che tengono a evitare qualunque spargimento di sangue: infatti manderebbero Polizia e Carabinieri a combattere il crimine tramite offerte di noccioline e scatole di cioccolatini agli incroci. "Mani in alto, nel nome della Nestlé!". Custodie vuote di biro con pallina di carta a mo’ di cerbottana per i più facinorosi. Perché "quando si ha un’arma si finisce per usarla", e "qui non siamo nel farwest" (rigorosamente minuscolo e tuttoattaccato, se no fa troppo occidentale e Cossutta s’incazza). Ma tanto la proprietà privata è un’opinione, salvo quando non è loro. Già che ci siamo, potremmo mandare i nostri in Medioriente disarmati: "scusi, signor Hezbollah, mi consegnerebbe il suo AK-47? Me lo ha detto il signor Diliberto, che è culo-e-camicia con il suo capo". Continua a leggere ‘Ossequi alla Siniora’

Blog aziendali. Se li (ri)conosci, li eviti.

Arriveranno. Li sento. Anzi, sono già tra di noi. Perché i tempi sono maturi e il genere attira una quantità crescente di risorse intellettuali, creative, finanziarie ed economiche. E così, mentre forse in molti staremo ancora pensando di averla fatta franca, ci vedremo anche noi subissati da corporate blog, i temutissimi e famigerati blog aziendali. Il dibattito sulla loro capacità di attecchire nella nostra fetta di blogosfera ferve da diversi mesi anche in ambito specialistico, ma in America esistono già da tempo, perché è là che la materia prima si è sviluppata e non poteva essere diversamente, dato che qualunque cosa nasca come un passatempo, sia pure rivestito dei significati sociali e culturali più nobili, non può che vedere la luce nei paesi più avanzati, o meglio ricchi. E poi c’è il Fattore P, il pragmatismo americano che impedisce di stabilire confini precisi tra ciò che negli Stati Uniti è pubblico, statale, nazionale, istituzionale, comunitario, e ciò che è privato, aziendale, individuale, elitario. Tutte distinzioni che sfumano alla luce di una logica del business che trova il terreno ideale, e così anche per chi apre sul web uno spazio personale per mostrare le foto del primogenito o del gatto di casa diventa inevitabile l’adozione di un linguaggio o per lo meno un tono più o meno vago da venditore o almeno da pubblicitario, in cui la lingua del mercato per eccellenza fa la parte del leone. E così quel sito diventa occasione per vendere sistemi per educare il gatto a fare i bisogni nel water, o per evitare di sporcare i pannolini. Il che finisce per impedire qualunque valutazione moralistica: nel paese del mercato perfetto e del capitalismo fisiologico non c’è spazio per una coscienza della cosa pubblica, non a caso di estrazione tipicamente mediterranea ed europea. Qui il mercato è un fatto economico, non di vita. Esiste l’economia, di cui il mercato e le sue derive sono parte fondamentale, ma non la esauriscono, per lasciare spazio a un’anima sociale che del continente europeo è il tratto più caratteristico. Ma allo stesso tempo il punto critico, l’anello debole di una catena comunque necessaria. Quello da cui possono dipendere la dannazione o trionfo, la svolta o il senso del ridicolo. E’ qui che si inserisce la differenza tra il corporate blog americano e quello nostrano. Perché se in America tutto è business, da noi tutto può diventarlo, quindi niente lo è. Se oltreoceano le foto del pupo sono solo una premessa per fare company, sebbene in modo spontaneo, naturale, organico, da noi le cose stanno diversamente.
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