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Al di qua dell’arte

Non basta, alla Rai dei Grandi Epuratori, un palinsesto che pare il programma di una festa dell’Unità. Ora ci spetta anche la lezione di estetica musicale a "Che tempo che fa" del Fazio nazionale (quello più vivo). Ma procediamo con ordine. Per avere una prova della nuova colonizzazione della biosfera televisiva, basta sintonizzarsi sulle prime due reti pubbliche il giovedì sera.

Due giorni fa, ad esempio, ad allietarci c’erano esemplari e situazioni che rappresentavano il meglio della cultura ma anche della paccottiglia rubiconde, con Morandi e De Gregori in prima serata sulla rete ammiraglia, e intanto su Rai 2 la premiata ditta di "Anno Zero" capitanata dalla grande vittima San Toro col degno collega Travaglio, che ormai ostenta un’agenda televisiva da velina e un’allure da rockstar, che non gli impedisce una saltuaria (e soprattutto proletaria) smorfia tremula schifata dai ripetuti primi piani utili ad una pur doverosa beatificazione atea, per così dire da vivo. Di qua un trionfo di autorialità da volemosebbene degno del più trito 1°-maggio-con-bestemmia, di là un apoteosi di dibbattiti da Cinema Nuovo Sacher alternato a un arabesco di patetici e sempre meno sottili sfottò unidirezionali. Insomma, il solito vecchiume del "progressismo" stalinista più scontato, con l’aggravante di uno snobismo paradossale che aleggia su ogni atteggiamento e situazione, perché fa tanto intellettuale. Infine, sempre su Rai 2, "La grande notte", con le irresistibili battute dal presunto umorismo, tra l’infantile e il surreale, di un Gene Gnocchi ormai perso tra i fumi di un comunismo dichiarato, e spalleggiato dall’imprescindibile vestale dell’imprenditoria di regime. Che sguazza notoriamente tra le strette di un proletariato sempre più opprimente, asfissiante. Ma poco fa è arrivato lui.

Stasera ospite della risaputamente apolitica striscia di Fazio, Gianmaria Testa è un cantautore relativamente poco noto nel suo/nostro paese, che ha sempre snobbato a favore della Parigi bohémienne culla dell’arte più schietta, pronta a glorificare il menestrello di strada innalzandolo agli onori ed oneri dell’Olympia. Ma appena annusato il lezzo di un’aria nuova, il figliol prodigo è tornato a illuminarci con la sua ispirazione disinteressata da artista spinto esclusivamente dal desiderio di suscitare emozioni, come dev’essere. E ha scelto di proporre dal vivo, con una performance dalla musicalità artigianalmente costruita con sapienza a dire il vero più che rispettabile, un brano tratto dal suo Al di qua del mare, sorta di novello concept album che, ci informa, è appena uscito dopo un’incubazione della bellezza di 14 anni. Tra i pezzi non manca Miniera, canzone popolare degli anni Venti a suo tempo già interpretata da Claudio Villa. Un CD, insomma, che tratta di un tema che sfugge chiaramente ad ogni facile strumentalizzazione politica: le immigrazioni contemporanee ("cinquant’anni fa emigravamo anche noi"). Ma il Nobile Artista non ha accettato di buon grado la pubblicità, ingiungendo al bravo presentatore-Peter Pan di astenersi dall’enunciare tutte le tappe del suo prossimo tour ("sennò mi arrabbio"), rigorosamente nazionale.

Come si dice a Paris, "chapeau!": com’è difficile, oggi, essere artista in Italia, e lavorare esclusivamente sulle emozioni.
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