Articoli con tag 'censura'

Chavezzero un problema di democrazia

Il governo del democraticissimo Hugo Chavez ha emesso un decreto presidenziale il cui fine è quello di eliminare “lussi o sprechi superflui” nel bilancio pubblico, e guarda caso la rete ne ha fatto subito le spese. Rendendo conto della campagna online di reazione Internet Prioritaria con una rassegna di siti di colleghi venezuelani, la blogger locale Holanda Castro riassume:

E’ paradossale. Il mio paese è emerso come eroe del software open source e della proprietà sociale di Internet anni prima di altri. Con un decreto presidenziale alquanto rivoluzionario – e non per via della parte politica ma perché era veramente rivoluzionario - nel 2000 si disse che il processo di sistematizzazione nel settore pubblico attraverso Internet era una priorità (… e non lo è ancora?).

Dopo anni di segretezza, sognando come “un nuovo mondo fosse possibile”, i rivoluzionari andarono al potere, e così facendo si accorsero che quella cosa chiamata potere non era quello che sembrava. Il potere non si condivide, o finisce di essere il potere. Sul potere non si indaga, altrimenti si indebolisce; non deve essere messo in discussione, perché è infallibile. Lo sapevano anche i surrealisti, e soffrivano per questo.

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Digg qualcosa

Pare che gli utenti del famoso aggregatore di notizie Digg siano fastidiosamente inclini a considerare spam gli articoli che hanno a che fare con determinati argomenti, indipendentemente dal fatto che essi provengano da splog, ovvero da blog dediti allo spam, ma anche dal fatto che la segnalazione iniziale della notizia provenga dal titolare del sito in questione o meno. Tutto questo si traduce in un’esclusione automatica (ban) di tutti i domini relativi a quei siti, che da quel momento saranno sempre interpretati da Digg come dediti allo spam. Un modo come un altro per emarginare dall’aggregatore i siti sgraditi o "scomodi", eventualmente per motivi di concorrenza. O di semplice antipatia. Il che contraddice nettamente l’etica alla base dei siti dediti al social bookmarking come Digg. Se ne parla (in inglese) qui e qui.

Tra parentesi, da noi esistono modi molto più rozzi per censurare ed emarginare in rete personaggi e siti sgraditi. Quello di gran lunga più diffuso, e indicativo della mentalità dominante nella blogosfera, consiste nell’etichettare come troll chiunque la pensi diversamente rispetto al gregge prono alla vulgata tecnofilo-sinistrese dominante. Mannaia che si abbatte invariabilmente su chiunque abbia il coraggio di opporsi al pensiero unico, che attualmente in Italia vede prevalere (per quanto tempo?) siti di massa dediti alla satira e/o alla divulgazione tecnologica di argomenti riguardanti esclusivamente la blogosfera e le sue dinamiche interne, in un trionfo di autoreferenzialità minimalista che è persino diventata essa stessa un argomento.

Meta-autoreferenzialità che rappresenta la tomba del senso critico, merce ormai sempre più rara nella blogosfera italiana, perché richiede la fatica di dover mettere per iscritto ciò che veramente ed eventualmente si pensa con la propria testa, anziché ipocritamente (nel migliore dei casi) con quella della blogstar di turno. Mentre si riduce la discussione potenzialmente più stimolante a coro monotono, la più blanda provocazione o la semplice divergenza di idee sono quindi interpretate come offesa o insulto di portata devastante, perché vissute come traumatica anomalia poco funzionale ad una gestione zootecnica del pubblico leggente o della controparte scrivente. O, peggio, del tutto ignorate. Facendo carne di porco della retorica della differenza come strumento di arricchimento personale e culturale, subìta evidentemente controvoglia.
Quando si dice avere personalità.

Le buone azioni cubane di Telecom Italia

Ci sono alcune cosette, nel Corrierino di oggi, che l’autore dell’articolo "Code, censura e mezzo stipendio per un’ora sul web a Cuba" ha trascurato di ricordare del resoconto pubblicato dalla giornalista free lance Claire Voeux, coraggiosa giornalista di "Reporter Senza Frontiere", dopo un soggiorno di varie settimane nella terra di Fidel. Per esempio che, per essere accreditati dal regime ad usare Internet  in ottemperanza ai "principi morali e alle leggi dello stato", è necessario non soltanto essere autorizzati da un’apposita commissione, ma anche sottostare ad un contratto-capestro con una compagnia telefonica, unico operatore di stato deputato al controllo totale delle telecomunicazioni, la ETEC SA, che ci riguarda estremamente da vicino. ETEC è infatti posseduta, oltre che dal regime, da nientepopodimeno che Telecom Italia, che detiene il 29,3% delle azioni. E’ importante ricordare che ETEC SA detiene il controllo completo del web cubano ed è usata dal governo per monitorare l’attività on line dei cittadini e degli operatori dell’informazione dell’isola, ed eventualmente risalire ai possibili dissidenti o estensori di denunce di violazione dei diritti più basilari, rei di "coospirare contro la rivoluzione".

Fu quindi l’ETEC partecipata dalla Telecom Italia tanto a cuore al nostro caro esecutivo fin dai suoi primi vagiti a fornire al regime castrista i tabulati usati durante il processo celebrato nel 2003 contro un gruppo di giornalisti e intellettuali cubani finiti in carcere per attività "controrivoluzionaria", colpevoli soltanto di aver tentato di informare il mondo in barba alle misure di repressione delle libertà non solo di stampa, contattando ad esempio testate giornalistiche o siti web ubicati e gestiti all’estero. Scrive la Vouex:

Nel 2004, Reporter Senza Frontiere scrisse all’amministratore delegato di Telecom Italia per fare presenti le conseguenze della partecipazione della sua azienda in ETEC SA. Gli chiedemmo "di intervenire per tentare di cambiare la politica del regime cubano verso Internet e per chiedere il rilascio dei giornalisti incarcerati". La società rispose spiegando di non potersi ritirare da Cuba per ragioni finanziarie, ma affermando di non partecipare direttamente alla sorveglianza e al controllo del web cubano. [ leggi la lettera, dal blog di Beppe Grillo ]

Molto pittoresco. Chissà cosa ne pensano i nostri portavoce, portaborse e manager di stato, chissà cosa ne pensano Prodi e il mammasantissima dell’imprenditoria pubblica italica. E il Presidente della Camera Bertinotti. E poi c’è la questione relativa al giornalismo indipendente più o meno professionale, più o meno autorevole, ma sempre animato dall’inquieto bisogno di esprimere liberamente i propri pensieri e comunicare sulla realtà vissuta quotidianamente, a volte tragicamente. Cioè quando "vissuta" rischia di diventare un’iperbole. Una questione epocale, se viene avvertita in modo pressante persino a Cuba. Ad essa nessun regime dittatoriale potrà mai riuscire a opporsi del tutto. Perché non tutti i giornalisti cubani sembrano essere precisamente allineati, come sembra lasciare intendere il Corriere, alla secca posizione assunta in merito alla denuncia di RSF dall’"Unione dei giornalisti di Cuba" (Upc) per voce del "Granma", organo ufficiale del partito comunista cubano. Che assegna tutte le colpe per le pastoie del web locale unicamente all’embargo sulle infrastrutture tecnologiche e alla propaganda americani.

C’è ad esempio Guillermo "El Coco" Fariñas, capo dell’agenzia di stampa indipendente Cubanac n Press, che dopo aver iniziato nello scorso febbraio uno sciopero della fame a supporto della richiesta di offrire libero accesso ad Internet a tutti gli isolani, è stato ricoverato con la forza per zittirne la protesta, che cominciava ad attirare l’attenzione dei media internazionali. Da allora, tutto ciò che il regime gli ha offerto a dispetto di un lungo periodo trascorso in terapia intensiva è stato un accesso alla rete "ristretto", ovvero filtrato dal governo. Con il rischio di 20 anni di galera in caso di denunce inviate al mondo esterno durante costosissime chiamate telefoniche internazionali, unico mezzo disponibile per la nuova leva di reporter indipendenti sorta intorno al 2003, laddove rete e fax sono un’utopia. Ed è alquanto improbabile che si riconoscano nella risposta ufficiale dell’Upc anche Héctor Maseda Gutiérrez, Adolfo Fernández SainzJulio César Gálvez Rodríguez o qualcun altro dei 24 tra quei giovani giornalisti indipendenti che sono attualmente detenuti nelle prigioni cubane, condannati a trascorrervi fino ad un massimo di 27 anni. Principalmente per aver collaborato con siti web animati da dissidenti fuoriusciti e impegnati nell’attività di denuncia sulla terraferma, come Cubanet, Nueva Prensa Cubana o Encuentro en la Red. Siti Che restano ovviamente, per il regime di Fidel, uno strumento "usato direttamente o indirettamente dal governo statunitense per continuare la sua politica di aggressione verso Cuba".

Mentre sono proprio questi spazi sul web a dare il senso dei soprusi all’ordine del giorno nei regimi della "rivoluzione del popolo". Come quando Cubanet, nel gennaio 2005, riportò che grazie a un accordo con la stessa ETEC, nella provincia di Santa Clara era stata messo a punto un sistema di spionaggio elettronico da parte di esperti cinesi, dopo che la visita del premier Hu Jintao nel novembre dell’anno precedente aveva posto le basi per una partnership della Repubblica Popolare con Cuba. Che andava ad aggiungersi agli acquirenti delle specifiche tecnologie della sorveglianza informatica in un bouquet di vari regimi autoritari ad esse interessati, comprendente anche Zimbabwe e Bielorussia.