Articoli con tag 'blogosfera'

Disturbo bipolare?

La Persona Depressa è in fase up.
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Festività: BogDay 2007

Oggi è il 31 agosto, sagra della blogosfera. E intanto c’è chi si chiede quando e quanto quella italiana migliorerà, di fatto utilizzando meccanismi e stilemi simili a quelli che critica (e che critico), e forse prendendo a termine e modello di paragone quella nordamericana, come se la globalizzazione davvero avesse livellato del tutto le coscienze e i modi di essere, fare e pensare nazionali e locali, nonostante o grazie all’entusiastica collaborazione di molti allegri fautori del qualunquismo cosmico. Dimenticando che, come ogni cosa, anche la dimensione virtuale del 2.0 deve fare i conti con le storie reali locali e stratificate, che si dà il caso annoverino migliaia di anni nel più superficialmente migliore dei casi e strutturano continuamente le storie e le mentalità del presente innervandolo con le loro mille anime. Nonostante i tempi in cui viviamo. Se la blogosfera italica si stordisce a colpi di meme e contest, ma anche di qualcos’altro di altrettanto fottutamente preoccupante per l’igiene mentale delle nuove generazioni, forse insomma ce lo meritiamo un po’ tutti, ed è almeno un po’ giusto rivoltarsi collettivamente ed irreversibilmente nel suo squallore. Un po’ di sano ottimismo a volte non guasta. [ Technorati Tags: , , , ]

[ Update 3/9: (G., 9 anni) "- Parli male del Blogday perché nessuno ti linka?" ]

Non guardarmi: non ti seguo

Ancora a proposito di "meme" e dell’uso puramente strumentale della rete attuale, ovvero di quello promozionale delle tecniche di SEO, come giustamente osserva Stefano Gorgoni vanno fatte alcune distinzioni. Una cosa è la circolazione delle idee stimolata da una sorta di invito alla discussione tramite il collegamento ipertestuale e reciproco tra siti diversi. Ben venga finché questo rimane un meccanismo utile alla divulgazione di contenuti apprezzabili anziché di rantoli di vuoto mentale pneumatico cui si voglia dare una parvenza di presentabilità nell’inseguire un’ansia mal riposta di aggiornamento fine a se stesso del proprio sito. Ma come già rilevato, trovo ben diversamente che l’aspetto più fastidioso della comunicazione tramite blog sia rappresentato attualmente dai cosiddetti contest, ovvero l’offerta di beni e prodotti commerciali ottenibili in cambio del solito inserimento di un collegamento all’interno di un post verso il sito dell’offerente. La cassa di bottiglie piuttosto che il paio di scarpe alla moda (magari rigorosamente fake) in cambio di un obolo travestito da link disinteressato, anche se spesso dichiarato. Il che mi sembra non si differenzi affatto dalle caterve di spamming più brutale che vediamo calare quotidianamente sui nostri blog, salvo nel fatto di fare leva sull’appeal del prodotto commerciale in questione in termini disimpegnati e spesso esteticamente accattivanti, perché tendono a confondersi con la massa e il tenore delle informazioni circolanti, cavalcando uno stile comunicativo solo apparentemente coniugato secondo i più candidi intenti filantropici.
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Pensavo peggio

70%How Addicted to Blogging Are You?[ Technorati Tags: , ]

Timeo Danaos et dona ferentes

Tempo fa ci si soffermava su come, dal punto di vista paleontologico, si sia ormai appieno dentro l’Era dell’Aperitivo, dato che, fra i riti sociali e antropologici attualmente di moda (pardon: cool), happy hour è espressione già datata che indica una pratica obsoleta, con cui chiunque vi alluda rischia ormai di essere additato al pubblico ludibrio, cosparso di pece bollente, rotolato nelle piume e infine passato a fil di spada. L’aperitivo come strumento di affermazione della propria esistenza, identità, affettività e della propria Weltanschauung, a prescindere da che cosa si voglia aprire e soprattutto chiudere per il suo trascurabilissimo tramite (le suggestioni etimologiche stanno ahimé messe peggio dell’happy hour). Tempo fa da queste parti si è espresso quindi tutto lo sdegno possibile per un uso del blog e della blogosfera che privilegi una comunicazione autoreferenziale mettendo in cima alla lista delle priorità la citazione (dove "quotarsi a vicenda" è però dicitura più atta a evitare reazioni imbarazzate) reciprocamente utile all’avanzamento nelle classifiche mondane del web-da-bere. Naturalmente a prescindere dal senso e dall’interesse generale della comunicazione stessa, e soprattutto dalla comprensibilità di ciò che si vuol comunicare per chiunque non appartenga all’ambito iniziaticamente ristretto del "web semantico". E’ interessante notare come periodicamente la discussione collettiva di questa bolla torni sul tema del rapporto tra aziende e blog e sull’opportunità o meno che questo strumento mantenga un’indipendenza da offerte commerciali che, se teoricamente insufficienti a stuzzicare i desideri dei professionisti più scafati (e pagati) dell’informazione presenti nel web, potrebbero blandire le tasche di più di un curatore di spazi individuali dotati di uno straccio di seguito e che, si suppone, aspirino a rimanere più privati dell’iniziativa di chi mette in rete, ma non necessariamente, un’attività imprenditoriale. E dunque, altrettanto teoricamente, più interessati a esprimere un sempre eventuale pensiero che sia mentalmente (intellettualmente? neurologicamente?) autonomo dai condizionamenti provenienti tanto dalle multinazionali della telefonia quanto dai produttori di cattive imitazioni di articoli di marca o simili gadget più o meno tecnologici (a proposito di economia del dono). Ma quando è troppo è troppo. Ed ecco la nuova frontiera del marketing de noantri: la sponsorizzazione si fa contest per rifarsi una verginità titillando la vanità e l’ugola di chi magari non perde occasione per criticare lo stile di vita occidentale, ma solo quando torna comodo. Vedi alla voce Web 2.0: aprire un blog per vincere due casse di birra.
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Il senso del Nulla per la rete

Premessa. Uno dei motivi che mi hanno spinto ad aprire questo spazio è rappresentato dal mio interesse per tutte le espressioni culturali in senso lato, che non penso debbano limitarsi alle fonti ufficiali, predigerite e filtrate attraverso le maglie di un’informazione o di una cultura altrettanto ufficiale o, come si dice oggi, mainstream, in quanto tali inevitabilmente almeno in parte asservite ad interessi politici, ideologici ed economici, ma debbano essere il più possibile autentiche, spontanee, di prima mano senza essere per questo poco meditate. La storia recente del web e la sua evoluzione semantica verso il Web 2.0 traboccano di esempi di voci provenienti "dal basso" che hanno arricchito il dibattito sui temi più svariati, portando contributi originali e testimonianze spesso scomode con cui chi si esprime dall’interno di un apparato consolidato, sia esso di carattere politico, mediatico o culturale, ha dovuto fare i conti. E’ uno degli effetti del matrimonio tra l’era digitale, l’evoluzione delle tecnologie informatiche di massa da un lato, e il pensiero debole novecentesco, la crisi delle grandi ideologie, il miscuglio delle razze e delle culture e naturalmente la globalizzazione che caratterizzano il grande calderone della realtà odierna dall’altro. La cosiddetta blogosfera, con la filosofia di comunicazione trasversale e multi- e iper-connessa che ne anima le espressioni più varie, ne sono uno delle manifestazioni più interessanti. Fino a qui tutto bene. Ciò che discuto sta nella qualità delle affermazioni esistenziali che la stessa blogosfera porta sempre di più alla soglia della coscienza, o più spesso dell’incoscienza. Continua a leggere ‘Il senso del Nulla per la rete’

Fatti non foste a viver come blog

Dal blog di Blogbabel:

E’ finalmente partita l’iniziativa di Diario Aperto di raccogliere, tramite un piccolo questionario, le impressioni di tutti i bloggers riguardo il mondo della blogsfera.

Siccome alla fine del questionario i dati verranno rilasciati pubblicamente vi chiediamo di partecipare e diffonderne il link.

Strafalcioni a parte, piccolo è un parolone. Ma probabilmente ne vale la pena per creare e diffondere conoscenza sulla blogosfera, pur con i mezzi di una strategia di marketing.

New Trolls

Quando si dice il dialogo. Molto meglio essere tutti d’accordo, usare le stesse parole per esprimere idee rigorosamente condivise, insieme al loro supporto organico. Casomai ci fosse la remota evenienza che se ne possano avere di proprie e distinte dal coro. Casomai ci fosse un’occasione per esprimere individualità e unicità anziché aspirare a partecipare con lo stampino dell’omologazione mentale, che è l’anticamera dell’idiozia e l’evoluzione dell’ignoranza. Nell’Italia del "rispetto delle differenze" ("però siamo tutti uguali"), la dissonanza conta meno dell’allineamento. Mentre l’ovile si staglia all’orizzonte, anzi è dentro di noi.

Digg qualcosa

Pare che gli utenti del famoso aggregatore di notizie Digg siano fastidiosamente inclini a considerare spam gli articoli che hanno a che fare con determinati argomenti, indipendentemente dal fatto che essi provengano da splog, ovvero da blog dediti allo spam, ma anche dal fatto che la segnalazione iniziale della notizia provenga dal titolare del sito in questione o meno. Tutto questo si traduce in un’esclusione automatica (ban) di tutti i domini relativi a quei siti, che da quel momento saranno sempre interpretati da Digg come dediti allo spam. Un modo come un altro per emarginare dall’aggregatore i siti sgraditi o "scomodi", eventualmente per motivi di concorrenza. O di semplice antipatia. Il che contraddice nettamente l’etica alla base dei siti dediti al social bookmarking come Digg. Se ne parla (in inglese) qui e qui.

Tra parentesi, da noi esistono modi molto più rozzi per censurare ed emarginare in rete personaggi e siti sgraditi. Quello di gran lunga più diffuso, e indicativo della mentalità dominante nella blogosfera, consiste nell’etichettare come troll chiunque la pensi diversamente rispetto al gregge prono alla vulgata tecnofilo-sinistrese dominante. Mannaia che si abbatte invariabilmente su chiunque abbia il coraggio di opporsi al pensiero unico, che attualmente in Italia vede prevalere (per quanto tempo?) siti di massa dediti alla satira e/o alla divulgazione tecnologica di argomenti riguardanti esclusivamente la blogosfera e le sue dinamiche interne, in un trionfo di autoreferenzialità minimalista che è persino diventata essa stessa un argomento.

Meta-autoreferenzialità che rappresenta la tomba del senso critico, merce ormai sempre più rara nella blogosfera italiana, perché richiede la fatica di dover mettere per iscritto ciò che veramente ed eventualmente si pensa con la propria testa, anziché ipocritamente (nel migliore dei casi) con quella della blogstar di turno. Mentre si riduce la discussione potenzialmente più stimolante a coro monotono, la più blanda provocazione o la semplice divergenza di idee sono quindi interpretate come offesa o insulto di portata devastante, perché vissute come traumatica anomalia poco funzionale ad una gestione zootecnica del pubblico leggente o della controparte scrivente. O, peggio, del tutto ignorate. Facendo carne di porco della retorica della differenza come strumento di arricchimento personale e culturale, subìta evidentemente controvoglia.
Quando si dice avere personalità.

Neutralizzare la neutralità, per rendere il Web meno libero

In questo caso non è in gioco il buono stato di salute del mercato, che è uno dei presupposti per lo sviluppo di una società che rifiuti di rimanere imbrigliata dai laccioli di uno statalismo di maniera troppo incline ai generici richiami moralistici ad un "conflitto di interessi" giuridicamente fumoso, dovuto più a ragioni di propaganda elettoralistica che ad autentico scrupolo etico. Quella che in questi giorni si prospetta per la realtà statunitense, e di riflesso per il modo intero, è una vera e propria minaccia ad una parte fondamentale della libertà come da tempo siamo abituati a viverla, ossia al Web così come lo abbiamo inteso fino ad oggi, ovvero come un territorio immenso e tutto sommato ancora vergine in cui ogni soggetto può (ancora per quanto tempo?) godere potenzialmente della stessa visibilità a prescindere dalle proprie dimensioni e dalle proprie intenzioni o propensioni: il sito di una potente mutinazionale come l’ultimo diario on line arrivato nella blogosfera. Fino ad oggi, chiunque poteva ancora farsi notare a prescindere dai mezzi economici e, sostanzialmente, dal bagaglio di conoscenze informatiche che deteneva, all’interno di un circuito in grado di alimentare innovazione, opportunità di partecipazione democratica e crescita economica. Ma è già stato approvato alla Camera dei Rappresentanti, e dopo la pausa estiva aspetta la discussione nel Senato a stelle e strisce in questi giorni, un provvedimento tristemente storico che mira a riconoscere alle grandi compagnie di telecomunicazioni via cavo e telefoniche, quali AT&T, Verizon e Comcast, il diritto al trattamento differenziato dei dati che transitano sulle proprie infrastrutture tecnologiche, con la possibilità di introdurre criteri di preferenza sui relativi contenuti. In altre parole, i grandi fornitori di accesso ai servizi web che possiedono in America le reti fisiche su cui appunto viaggiano le più svariate espressione della rete globale potrebbero mettere in atto un approccio che tecnicamente è sempre stato possibile anche se mai, finora, concretamente applicato: la diversificazione della velocità con cui i contenuti web vengono instradati e trasmessi, a seconda della loro origine o proprietà. E quindi l’introduzione di un "pedaggio", fatto di tariffe differenziate sulla base degli equilibri di mercato, che permetta ai titolari di testi, immagini, filmati, software, servizi e prodotti vari di aggirare l’ostacolo e non vedersi drasticamente ridotte le possibilità di raggiungere l’utente finale con un sensibile ritardo rispetto, poniamo, ad un’azienda concorrente (si pensi al danno che potrebbe derivare ai grandi motori di ricerca).
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Blog aziendali. Se li (ri)conosci, li eviti.

Arriveranno. Li sento. Anzi, sono già tra di noi. Perché i tempi sono maturi e il genere attira una quantità crescente di risorse intellettuali, creative, finanziarie ed economiche. E così, mentre forse in molti staremo ancora pensando di averla fatta franca, ci vedremo anche noi subissati da corporate blog, i temutissimi e famigerati blog aziendali. Il dibattito sulla loro capacità di attecchire nella nostra fetta di blogosfera ferve da diversi mesi anche in ambito specialistico, ma in America esistono già da tempo, perché è là che la materia prima si è sviluppata e non poteva essere diversamente, dato che qualunque cosa nasca come un passatempo, sia pure rivestito dei significati sociali e culturali più nobili, non può che vedere la luce nei paesi più avanzati, o meglio ricchi. E poi c’è il Fattore P, il pragmatismo americano che impedisce di stabilire confini precisi tra ciò che negli Stati Uniti è pubblico, statale, nazionale, istituzionale, comunitario, e ciò che è privato, aziendale, individuale, elitario. Tutte distinzioni che sfumano alla luce di una logica del business che trova il terreno ideale, e così anche per chi apre sul web uno spazio personale per mostrare le foto del primogenito o del gatto di casa diventa inevitabile l’adozione di un linguaggio o per lo meno un tono più o meno vago da venditore o almeno da pubblicitario, in cui la lingua del mercato per eccellenza fa la parte del leone. E così quel sito diventa occasione per vendere sistemi per educare il gatto a fare i bisogni nel water, o per evitare di sporcare i pannolini. Il che finisce per impedire qualunque valutazione moralistica: nel paese del mercato perfetto e del capitalismo fisiologico non c’è spazio per una coscienza della cosa pubblica, non a caso di estrazione tipicamente mediterranea ed europea. Qui il mercato è un fatto economico, non di vita. Esiste l’economia, di cui il mercato e le sue derive sono parte fondamentale, ma non la esauriscono, per lasciare spazio a un’anima sociale che del continente europeo è il tratto più caratteristico. Ma allo stesso tempo il punto critico, l’anello debole di una catena comunque necessaria. Quello da cui possono dipendere la dannazione o trionfo, la svolta o il senso del ridicolo. E’ qui che si inserisce la differenza tra il corporate blog americano e quello nostrano. Perché se in America tutto è business, da noi tutto può diventarlo, quindi niente lo è. Se oltreoceano le foto del pupo sono solo una premessa per fare company, sebbene in modo spontaneo, naturale, organico, da noi le cose stanno diversamente.
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Soluzione al 98%

Mi soffermo ancora sul concetto di "Long Tail", che da qualche tempo imperversa come un autentico tòpos nell’immaginario degli osservatori del web nella sua evoluzione e nelle sue implicazioni socio-economiche e culturali. Definita in beve, l’espressione rappresenta la tendenza per cui, se il canale di accesso ad un repertorio di fonti è sufficientemente ampio, l’insieme delle fonti cui si attinge meno frequentemente è quantitativamente nettamente superiore a quelle che godono di maggior popolarità. L’espressione, già esistente in statistica nella teoria della probabilità, è stata usata nel 2004 per la prima volta con riferimento al Web, e in particolare alla blogosfera e alle sue ricadute economiche, in un articolo del direttore del magazine online Wired Chris Anderson. Il "canale" sarebbe rappresentato quindi dal web, con i blog più autorevoli, tali cioè da poter vantare il maggior numero di link in entrata (secondo il noto criterio affermato da Technorati), a rappresentare le hit o "fonti" più popolari e frequentemente consultate, e la miriade di blog personali di individui o gruppi relativamente sconosciuti a costituire la "coda lunga" di un universo quantitativamente, nel suo insieme, molto più massiccio dei siti top-ranking. Non solo: minore è la popolarità dei siti e maggiore risulta il loro numero, con una proporzionalità inversa tra numero e popolarità, e quest’ultima tendente a zero per un numero di blog che tende all’infinito. Continua a leggere ‘Soluzione al 98%’

Lo Stato della blogosfera

Il Pew Internet and American Life Project ha reso noti i risultati di un approfondito sondaggio condotto negli Stati Uniti a livello nazionale sulle abitudini dei blogger locali. Ne è emerso un quadro approfondito e aggiornato della blogosfera pur se limitatamente alla situazione d’oltreoceano, con nuovi scrittori meno dediti alla vocazione giornalistico-sociale delle origini della galassia blog a stelle e strisce e sempre più propensi al racconto di esperienze personali e di vita quotidiana, che il mezzo permetterebbe di descrivere non più tanto per informare, quanto per comunicare.

Un aspetto, questo, relativamente inedito in quel paese, e che probabilmente ne avvicina i blogger a quelli del nostro, in cui minore è il livello medio delle conoscenze tecnico-informatiche tra gli utenti del web soprattutto nella generazione più giovane (ma spesso anche tra gli over 30) e probabilmente, pur in una situazione complessiva di grande fluidità e innovazione continua, proporzionalmente più diffuso il modello del servizio più o meno gratuito di "blogging chiavi in mano" offerto dalle piattaforme nostrane e internazionali, con lo spazio concesso a potenziali autori non necessariamente esperti di codici e linguaggi di programmazione. Continua a leggere ‘Lo Stato della blogosfera’