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Pierrepoint & Sons: una boiata pazzesca

La storia sociale delle esecuzioni delle condanne a morte brulica di episodi la cui componente macabra è spesso soltanto enfatizzata dalla conoscenza del versante privato delle vite dei personaggi coinvolti non solo come condannati, ma anche come esecutori della pena capitale. Quella del boia, cupa figura di impiegato statale avvolta nell’anonimato del proprio tempo e destinata a coprire un ruolo non esattamente al centro del mercato del lavoro, è sempre stata una vera e propria professione in cui la perizia tecnica legata alle varie modalità di esecuzione della sentenza, ma anche all’abilità nel procurare la morte nel modo più rispettoso possibile, era spesso legata a stranezze e rituali tramandati su base familiare, spesso di padre in figlio. O quasi.

"The most
prolific
hangman in
British history"
I diari diligentemente redatti da alcuni boia entrati nella storia, come Mastro Titta, al secolo Giambattista Bugatti, che fu boia dello stato Pontificio dal 1796 al 1864 uccidendo i condannati per decapitazione e/o mazzolatura e squartamento, rivelano aspetti sorprendenti di una quotidianità vissuta con un apparente distacco emotivo che è inimmaginabile per la sensibilità contemporanea. Nei racconti si accentua l’aspetto freddamente tecnico delle singole esecuzioni, interpretate e annotate con rigore burocratico e secondo una sorta di cerimoniale quasi codificato, probabilmente funzionale esteriormente ad una conduzione professionale dell’evento, quanto interiormente alla possibilità di gestirne in qualche misura l’impatto emotivo, rifugiandosi nella ritualità del gesto nonostante il suo significato.

Un atteggiamento che caratterizza anche i diari lasciati, sulle orme dello zio e del nonno, da Albert Pierrepoint, Chief executioner di Sua Maestà e the most prolific hangman in British history, ritiratosi dopo 24 anni di onorata carriera e la bellezza di 450 impiccagioni condotte "impeccabilmente". Ovvero calcolando scrupolosamente la misura del drop in funzione del peso del condannato. Il salto necessario a uccidere, quindi la lunghezza del corda, doveva infatti evitare sia la lenta agonia di uno strangolamento ottenuto con una corda troppo corta, sia la decapitazione causata da una misura eccessiva e risultante in una forza spropositata applicata al collo del malcapitato. Se il calcolo era facilitato dalla Official table of drops, la vera maestria del carnefice consisteva nel valutare ad occhio il peso del condannato, spiato fino a poche ore prima dell’esecuzione, oltre che nel garantire che questa escludesse atteggiamenti irridenti o provocatori. Ma anche che il tempo compreso tra la chiamata al patibolo e l’avvenuta morte ammontasse ad una manciata di secondi: pare che all’ultimo dei Pierrepoint si debba il record in questo senso, fissato in 7 secondi all’alba dell’8 maggio 1951. Gli esecutori della condanna di Barzan al-Tikriti sono stati di certo pessimi allievi.