Articoli con tag 'architettura'

Altro che il Molleggiato

Un’idea contemporanea di architettura (altro che il Molleggiato) [ Technorati Tags: , ]

Il Cupolone del Bosforo

Cupola a rischio per la Basilica di Santa Sofia ad Istanbul. [ Technorati Tags: , , , ]

Archistar

Sul campo per la conservazione architettonica: nuovo piano regolatore voluto dal sindaco di Genova entro il 2011.

(…) Meglio insistere sulla valorizzazione del patrimonio storico ma non escludendo di "dare aria" al Centro Storico con abbattimenti mirati.(…) L’Urban lab comincia a lavorare lunedì, Piano verrà una volta al mese a discutere e dare indicazioni, Rogers, Bohigas e Burden seguiranno da lontano, ma due volte l’anno riapproderanno in Darsena.

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Sgarbi e quotidiani: la drammatica vicenda del Portello

Nonostante la presunta genialità di certi titolisti e alla faccia di chi vorrebbe liquidare Vittorio Sgarbi come attaccabrighe e polemista facile al battibecco sterile, apprendo dal Corriere che il suddetto assessore alla cultura del Comune di Milano sta dimostrando una ammirevole sensibilità per i problemi del suo ambito di competenza istituzionale. La disavventura capitata qualche giorno fa in relazione alla mostra sull’arte gay "Vade retro" da lui curata era stata un argomento utile ai suoi detrattori solo in apparenza, visto che all’apertura milanese si era opposto categoricamente a tutela della stessa mostra, urlando alla censura proveniente dal suo stesso schieramento di appartenenza dopo il veto del sindaco Moratti all’esposizione di alcune "opere". Fermo restando che il giudizio critico su di esse andrebbe sempre circostanziato al contesto di provenienza, sempre che ne esistano i presupposti, ma anche che le tensioni culturali proprie dell’epoca in cui viviamo richiederebbero un sano buonsenso persino agli artisti, soprattutto quando intervengono su tematiche, simboli e figure di ambito religioso, quale che esso sia. Il resto sono solo fregnacce funzionali all’ideologia di questo o quest’altro schieramento.
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A Cagliari, per l’architettura contemporanea (con fotoconcorso)

Sarebbe bello se stamane l’avvio dei lavori di Festarch - Primo festival di architettura in Sardegna — che fino al 4 luglio vedrà a Cagliari la partecipazione, fra gli altri, di diversi premi Pritzker (massima onorificenza nel campo della disciplina) — non avesse rappresentato un’occasione mancata per riflettere adeguatamente sui destini di quella particolare e sensibilissima frazione del patrimonio culturale che è rappresentata dall’archeologia industriale. La chiusa del titolo del primo contributo, a cura di goodwill (? - ndR) e col sostegno della Fondazione Banco di Sardegna, non è certo incoraggiante:

Dismissioni creative - Un confronto tra centri europei dedicati alla cultura e alle "creative industries" nati in spazi di archeologia industriale e promotori di nuovi processi di sviluppo territoriale. Un’occasione per riflettere sul futuro della Manifattura Tabacchi, presto Fabbrica di Creatività.

Resterà invece aperto fino al 1° luglio il concorso fotografico sul tema "Scrivere il paesaggio": primo premio, uno stage con Gabriele Basilico in uno dei suoi soggiorni in Sardegna.

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Chi ha incastrato Richard Rogers?

Nel suo studio londinese, l’architetto Richard Rogers, vincitore della trentunesima edizione del premio Pritzker, la massima onorificenza conferita nel campo dell’architettura a livello mondiale, ha introdotto uno statuto interno che prevede che i dirigenti percepiscano un compenso non superiore a sei volte lo stipendio riconosciuto agli architetti della fascia di reddito più bassa. In Italia la cosa sarebbe più che sufficiente a scaraventarli sul lastrico. [ New York Times ]
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San Pietroburgo, 77 piani di ignoranza

Il progetto per il nuovo grattacielo previsto a San Pietroburgo come sede della Gazprom prevede un edificio di 77 piani alto poco meno di 400 metri. La discussione tra autorità locali e sostenitori dell’iniziativa ferve: le posizioni appaiono come sempre inconciliabili tra sostenitori politici dell’urgenza di uno sviluppo non chiaramente identificato ed autorità locali, che asseriscono il bisogno di preservare il carattere orizzontale di una tra le più incantevoli città barocche del mondo. Putin, tra i più insigni nativi della città dell’Hermitage, se ne lava le mani già fin troppo indaffarate e imbrattate, ma propende come è ovvio per le prime. E’ interessante quanto avvilente notare che, nonostante le dichiarazioni e le etichette spesso inopportunamente quanto frettolosamente assegnate, persino le ragioni addotte da chi rifiuta un edificio come quello proposto risiedano in motivazioni che hanno ben poco a che fare con le istanze della Conservazione architettonica, giacché appiattite su considerazioni che trascurano del tutto l’unica permanenza del contesto costruito preesistente che si possa chiedere ad un cantiere previsto sul sito, ovvero quella materiale. Considerazioni imperniate, cioè, sull’immagine dell’architettura, sia questa nuova o storica, pretesto in nome del quale si sono da sempre compiute le peggiori devastazioni ai danni del costruito più o meno recente, spesso sacrificando patrimoni inestimabili solo perché non rispondenti al gusto o all’ideologia di pochi o di molti, e declassandoli ad esempi di arte figurativa cui neanche le cautele del restauro pittorico fossero dovute.

Anziché, dunque, sparare facilmente a zero sui promotori di operazioni imprenditoriali comunque deleterie, quale esempio migliore va citato, per questa concezione visibilistica dell’architettura, dello stesso riferimento addotto dai presunti fanatici della permanenza ad una astratta città orizzontale, ridotta ad altrettanto astratta categoria dello spirito priva di una consistenza fisica segnata dall’uomo con cui fare i conti caso per caso con scrupolo da vecchio medico condotto, anziché essere vista come materia stratificata da tutelare nella sua autenticità, problematica perché invano riconducibile ai modelli mentali degeneri del "Restauro" più o meno ufficiale ed istituzionale? Questo è il vero passatismo da cui guardarsi quanto dagli eccessi architettonici, e da evitare perché spesso altrettanto distruttivo che le operazioni speculative, ma spesso ancora più subdolamente ostile ai valori culturali della città ricca dei segni del passato. E ancora: "La nuova torre non sarà visibile dalla piazza Dvortsovaya", dice Sergei Kupriyanov per conto di Gazprom, insistendo che il sito si trova all’esterno del centro storico di San Pietroburgo. Il che equivale a considerarlo un’entità amministrativa imbalsamata, immaginando il rimanente tessuto urbano come terreno di frontiera del tutto sacrificabile alle scelte politiche più ciecamente indifferenti alla complessità storica di una città come San Pietroburgo. E ancora, si spiega: "La città non deve trasformarsi in un museo. La città deve svilupparsi". Non sorprendentemente, l’informazione per cui

"The site is one of the oldest in the city. It was a Swedish fortress before Peter the Great established St. Petersburg."

viene riportata dal Washington Post ma anche dai partecipanti al dibattito quasi di sfuggita, come una postilla riservata a topi di biblioteca ossessionati dal fascino delle anticaglie. Dimenticando che la fortezza svedese sarà semplicemente spazzata via, demolita, distrutta, abbattuta al sorgere del nuovo edificio, comunque esso venga immaginato e a prescindere dal numero dei piani e dalle eventuali citazioni di pezzi del "centro storico" che gli si vorranno dare, pezzi a cui guardare come zavorre nei confronti di un ideale anacronistico di "magnifiche sorti e progressive" di leopardiana e storicistica memoria. Ovvero, nel migliore dei casi, come polverosi vincoli anziché come preziose risorse.

E lo chiamano ‘disassemblaggio’

Con la realizzazione del nuovo, immenso polo fieristico di Rho-Pero e le vicende seguite alla vendita del vecchio insediamento espositivo caro alla memoria di generazioni di milanesi, il destino degli edifici della sede storica della Fiera Campionaria di Milano è segnato, e sta per partire il cantiere per la ‘riqualificazione’ di una delle zone del centro urbano più appetibili dal punto di vista del valore economico associato alla rendita di posizione, quindi di quello commerciale finale di ognuno dei singoli metri quadrati su cui alla fine si edificherà su quell’area. Per il progetto si sono mobilitate alcune tra le più grandi firme dell’architettura contemporanea, e questo è sempre un bene una volta che si ritenga inevitabile il ricorso al progetto del nuovo. Lo è molto meno in quanto il piano in questione, a sua volta suddiviso in singoli progetti di studi internazionali coordinati dalla nuova proprietà, prevederà una trasformazione radicale dell’area, priva come al solito, come avviene in questi casi, di qualsiasi rispetto per decenni di segni di cultura sociale, industriale e tecnologica della vita non solo cittadina variamente depositati sulla materia costruita stratificata del contesto già esistente. Che, solo perché consistente in edifici con funzione prevalentemente espositiva, è ritenuto non meritevole di alcuna pratica conservativa, privo di storia, indegno di memoria, estraneo alla qualità. Un cumulo di padiglioni ridotti a capannoni, da sgomberare in fretta per liberare suolo di cui "riappropriarsi" per la solita, ineffabile riqualificazione. [ Una prospettiva inedita sul nuovo progetto per l’area Fiera ] [ Documenti ]

La Nave degli Architetti

  "Questo evento, oggi, è ormai scomparso: dopo il varo dell’ultimo transatlantico della Società "Italia", la Michelangelo, lo scalo di Genova è stato demolito e, quello che era uno degli spettacoli più attesi, è stato sostituito da un rito affrettato nei moderni ‘bacini ad allagamento’".

"Alle 23:10, finita la telefonata, Carstens si accorgeva, girandosi di nuovo verso prua, della sagoma enorme e illuminata dell’ammiraglia italiana a cui stava andando addosso".


"L’Italia incerta e tentennante del dopoguerra aveva avuto la meglio: l’Andrea Doria era della società Italia di Navigazione che era della "Finmare", che era proprietà dell’"Iri", che era di proprietà dello Stato. Possiamo immaginare la catena di cariche politiche e ministeriali che si trovò a proteggere l’evento: troppe poltrone e rischio, che portarono a silenzi, reticenze, ’scaricabarile’".

Per ragioni personali ho avuto il piacere speciale e graditissimo di leggere in anteprima questa snella ma penetrante monografia dedicata, nel cinquantesimo anniversario del suo affondamento al largo delle coste statunitensi, alle virtù e alle disgrazie dell’Andrea Doria e alla sua vicenda per molti versi ancora attuale. Una turbonave dal fascino indiscusso, che negli anni Cinquanta ha rappresentato il vanto della marineria civile italiana grazie anche all’opera unica e irripetibile dei maggiori architetti e artisti dell’epoca, tra i quali Giò Ponti, in una stagione rimasta ineguagliata non solo della storia del design e del gusto italiani, ma dell’intera cultura europea. [ In copertina: locandina del lancio pubblicitario della Società "Italia" per l’ingresso dell’A. Doria sulla linea per il Nord America ]

L’immaginazione in cantina

Forma e sostanza, cultura visiva e cultura materiale. La storia architettonica italiana del ventesimo secolo oscilla da tempo tra i due estremi. Due estremi che non sempre vanno interpretati come poli contrapposti e inconciliabili, a condizione di non ridurre l’architettura ad arte visiva, perdendo di vista i valori storici e culturali depositati sul tessuto materiale stratificato di tutto il patrimonio costruito che le epoche precedenti ci hanno consegnato, vero banco di prova del valore dell’architetto. Una disciplina che in Italia ha avuto, dall’epoca greco-ellenistica e romana in avanti, la possibilità unica di misurarsi con il lascito delle epoche precedenti, sviluppando una sensibilità unica per l’antico e la sua tutela, intesa spesso con esiti contraddittori. E producendo risultati altrettanto contraddittori, ma non per questo meno affascinanti e meritevoli di attenzione conservativa. Un lascito che l’architettura contemporanea ha il dovere di rispettare con interventi compatibili e nel segno dell’autenticità.

Certo a più riprese è stata forte, nella storia della disciplina e delle elaborazioni teoriche volte a interpretare e giustificare la pratica del costruire, la tentazione di cosiderare l’architettura come forma pura, una tentazione rafforzata sul versante filosofico all’inizio del Novecento da una cultura idealista che tendeva a ridurre la complessità attualmente riconosciuta a tutti i manufatti storici, isolando le emergenze monumentali come opere d’arte la cui fruizione doveva essere prevalentemente iconica e distaccata, affidata alla riproduzione fotografica e bibliografica, come oggetto dall’aura nobile estraneo alla realtà e all’uso quotidiano. L’avventura del razionalismo funzionalista, che tendeva da una lato a rafforzare i valori formali e dall’altro a valorizzare le opportunità della produzione seriale e di altri aspetti dell’industrializzazione del processo edilizio, ha lasciato spazio ad un periodo di dispersione della cultura architettonica internazionale, incerta tra il revival del repertorio storicista riscoperto attraverso la libera citazione di elementi stilistici attinti dal passato e lo sperimentalismo avanguardista, che ha aperto la strada a una variegata ed eterogenea cultura architettonica contemporanea. Nel cui alveo ricadono atteggiamenti molto diversi, diversamente sensibili al fascino dell’antico ma regolarmente indifferenti all’esigenza della conservazione delle sue tracce materiali, anche a causa della progressiva internazionalizzazione del ruolo del’architetto. Continua a leggere ‘L’immaginazione in cantina’

Dimenticare Venezia

Non perché non piaccia, anzi. Lo storico dell’arte e dell’archeologia Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, neopresidente del Consiglio superiore dei Beni culturali ed autore, tra gli altri, del celebre pamphlet "Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale" (Einaudi, 2002), lancia un grido di dolore sull’uso spesso sconsiderato che viene fatto delle piazze di molte città italiane. La memoria corre subito a quel luglio del 1989 in cui, per un concerto (indimenticabile - lo seguii da Rimini) dei Pink Floyd, si allestì un mega-palco galleggiante di fronte a piazza San Marco a Venezia. L’evento fu un grande spettacolo non solo musicalmente ma anche "sul piano mediatico", visto che fu trasmesso in diretta internazionale e coglieva la band in un momento di particolare splendore, se non vado errato dopo la pubblicazione di A momentary lapse of reason. L’organizzazione locale fu però una catastrofe: nessun bagno pubblico o punto di ristoro, tafferugli tra la folla con rischio di gravi incidenti per mancanza di significative zone cuscinetto, montagne di rifiuti e sporcizia. Unica soluzione alla ressa, un bagno in laguna. Il giorno seguente offrì un panorama che sintetizzava l’indifferenza italica per il nostro patrimonio culturale, ridotto a latrina a cielo aperto. Viene spontanea l’immagine di una affascinante nobildonna stuprata nonostante l’età, o forse proprio per questa. Altri esempi e testimonianze sono nell’articolo-intervista, in cui risalta, credo, la considerazione  dell’urgenza che la nostra società massificata anteponga le esigenze della civiltà a quelle dello spettacolo, ovvero dei celebrati media, il cui codice pare oggi indispensabile adottare se si vuol essere ascoltati. Ma non è facile parlare di corda in casa dell’impiccato. Continua a leggere ‘Dimenticare Venezia’

Schiantarsi sul Pentagono. Forse.

Stasera (un parolone, visto che andrà in onda alle 23,55) andrà in onda su Rai Tre una puntata del settimanale "Enigma" dal titolo "L’aereo sul Pentagono", dedicata agli interrogativi ancora aperti sui destini del volo 77 dell’American Airlines dell’11 settembre 2001. Ospiti Maurizio Blondet e Carlo Panella.