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Venti di guerra

Pare che in seguito al sequestro iraniano dei quindici marinai britannici, tra Gran Bretagna e Iran, e non solo, sia ormai guerra diplomatica, ovvero resti ancora aperto un riservatissimo canale di comunicazione per evitare che il mondo sia trascinato nel baratro di una nuova guerra dall’ennesimo sintomo di follia mostrato da quel reperto paleontologico che risponde al nome di Uomo di Teheran. Un esemplare di pertinenza purtroppo non ancora museale, la cui immagine i campioni del pacifintismo nazionale si guardano bene dall’esporre anche oggi alla pubblica nausea mentre scelgono altre vie per mobilitarsi in nome di un ideale troppo nobile per le squallide strumentalizzazioni antioccidentali in cui sono abituati ad esibirsi ogniqualvolta si tratti di esprimere solidarietà ad un qualsiasi governo o milizia mediorientali che non abbiano a che fare con lo stato di Israele. Mentre Onu e Unione europea si gingillano in dichiarazioni mai abbastanza incisive rispetto alla gravità della situazione, il nostro Ministro degli Esteri assume ancora una volta un atteggiamento inaccettabilmente ambiguo dopo il pessimo spettacolo offerto alla comunità internazionale con la gestione del sequestro Mastrogiacomo appaltata al miglior offerente in nome della più autentica filosofia "liberalizzatrice", ma anche l’estate scorsa in occasione delle smancerie tributate ai terroristi durante la guerra israelo-libanese, quando camminava tra le macerie di Beirut sottobraccio ai capi dell’Hezbollah. Sempre attento a non ferire il sentimento di un elettorato con la kefiah cucita sul cranio, si guarda bene in questi giorni dal condannare in maniera sufficientemente risoluta l’operato di militari al soldo di un dittatore che rischia di esporre la propria nazione e il mondo intero all’angoscia di una situazione che i sudditi o, meglio, gli schiavi di Ahmadinejad non meriterebbero neanche se fossero il popolo più infido nel mondo. E così non è. In assenza di novità significative sul piano delle trattative diplomatiche e di un vero, intransigente e soprattutto unitario giro di vite nelle posizioni dell’intera comunità internazionale di fronte alla crisi iraniana, neanche le speranze del più nobile e clandestino riformismo ancora alimentate in terra persiana o quelle delle eroiche nuove generazioni di un paese che boccheggia in una melma di violenza e arretratezza culturale basteranno a impedire il peggio. La differenza possono e devono farla ovviamente le grandi democrazie europee, a cominciare da quel pantano di immobilismo istituzionale e da quella latrina di avventurismo ed equilibrismo partitocratico elevati al rango di politica in cui si è trasformato Palazzo Chigi dalle ultime elezioni politiche a questa parte. [ Weekend OpenTrackback @ The Right Nation ] [ Technorati Tags: , , , , ]