Architectura nascitur
ex fabrica et ratiocinatione
(Vitruvio, “De architectura libri X”)
       Ho studiato Architettura e mi sono sempre schierato sullo scomodo fronte della Conservazione architettonica, che costituisce non solo un modo di progettare l’architettura alternativo al restauro tradizionalmente inteso, ma anche un indirizzo culturale vasto e ben consolidato seppur relativamente giovane, ma con alcuni illustri precursori variamente attivi ed isolati nel contesto storico di appartenenza.
       Un indirizzo orientato al rispetto di tutte le tracce materiali storicamente stratificate, comprese quelle da molti ritenute dissonanti,  “anomale”, irregolari o motivo di disordine, presenti nell’ambito del patrimonio culturale esistente inteso in tutte le sue accezioni e al di là delle strumentalizzazioni politiche e ideologiche sempre in agguato, e di quello architettonico in particolare.
       Il campo d’azione è rappresentato da tutto il costruito esistente, non limitato dunque alle “emergenze monumentali” ma esteso anche al patrimonio edilizio diffuso, a quel tessuto connettivo prezioso, variegato e discontinuo che è il cuore e la base di un senso del contesto territoriale che differenzia così profondamente l’Italia da ogni altro paese pur ricco di arte e cultura.

       Perché in esso si radicano indissolubilmente tanto quelle emergenze più palesemente e facilmente apprezzabili quanto le collezioni di musei spesso peraltro anch’essi edifici storici oltre che scrigno di repertori fortemente localizzati e quasi mai avulsi dal territorio di appartenenza, rendendo in questo senso l’Italia unica nel mondo.

       Un senso del contesto che è parte fondamentale, insieme alla biodiversità e al paesaggio inteso come ambiente meritevole di salvaguardia ma anche arricchito dei contributi tecnici storicizzati dell’uomo, nella definizione di un patrimonio culturale su cui si fonda e deve fondarsi la nostra identità culturale di Italiani.

       L’indirizzo conservativo ritiene che il rispetto dell’autenticità materiale debba essere il criterio guida primario dell’intervento progettuale sul manufatto architettonico, evitando di operare selezioni, rimozioni, sostituzioni o reintegrazioni pretestuose ed arbitrarie ai danni di qualunque traccia impressa sulla fisicità del costruito a cui, secondo concezioni deleterie e anacronistiche del restauro, si nega di volta in volta dignità culturale in ossequio a un’idea astratta di bellezza impostata su valori puramente visivi come presunta armonia e coerenza di forme o in nome di un assurdo e consolatorio balzo all’indietro nel tempo, di improbabili configurazioni originarie o peggio “originali”, oppure di un’impossibile unità stilistica, progettuale o cronologica.
       La storia va invece accettata nella sua autenticità e le sue tracce sono degne di tutela rispettosa anche quando “scomode”, perché tali solo in base a giudizi o pregiudizi ideologici che ne mortificano il valore documentale secondo criteri soggettivi da tenersi dunque sempre separati rispetto all’intervento attuato oggi su quei segni materiali, riflessi spesso contraddittori ma non per questo meno meritevoli di essere tramandati alle generazioni successive nella loro complessità.
 
       Un idea di restauro non intesa, dunque, come “ritorno all’antico splendore”, formula ancora oggi scelleratamente in uso in ambito giornalistico come nella più irresponsabile pratica di cantiere, bensì come rispetto per tutte le mutazioni vissute dal manufatto architettonico nella sua processualità storica, puntando a mantenerne viva una identità fondata sulla sua inevitabile mutazione nel tempo.
       Una pratica progettuale che deve mobilitare una sensibilità culturale maturata tanto in ambito storico-umanistico, con attenzione a discipline collaterali all’architettura quali archeologia, antropologia, sociologia ed economia, quanto in ambito tecnico-scientifico per l’importanza da questo assunto in ambito istruttorio-investigativo, diagnostico e “terapeutico” in rapporto alla conoscenza e alla preservazione del contesto fisico-materico.
       In questo senso un’importanza strategica è assegnata ad una corretta e continua manutenzione preventiva e programmata che permetta di escludere il ricorso a tecniche distruttive, macroscopiche ed invasive così come a megaopere e interventi fuori scala, pur senza poter prescindere da provvedimenti di arresto o contenimento del degrado e riparazione compatibile sul piano chimico-fisico con il substrato esistente, oltre che di risarcimento strutturale e consolidamento statico in casi di dissesto estremo.
       Sono infatti proprio quelle tracce materiali uniche e irripetibili, eventualmente difformi, dissonanti o spurie rispetto a qualsiasi interpretazione formalistica dell’architettura con cui il contesto fisico di questa è segnato nel suo percorso storico fino ad oggi, a trasmettere l’essenza di quell’autenticità.

       Preziose testimonianze di cultura che sono espressione anche solo episodica non solo delle risorse intellettuali mobilitate nell’ambito di progetti architettonici eventualmente elaborati ed intervenuti in passato, ma anche, e con pari rilevanza e dignità, di tutte le pratiche produttive, esecutive, manutentive e d’uso depositate sulla fisicità della fabbrica architettonica dalle differenti e uniche culture materiali prodotte dall’uomo in precisi contesti storici, economici, geografici e antropologici. Contesti sedimentati dinamicamente attraverso il tempo su tale fisicità, scenario apparentemente muto del fare umano e in realtà palinsesto vivo, parlante e tutt’altro che passivo.

       Una pratica, inoltre, lontana da compiacimenti ruinistici per un rudere di ascendenza romantica da preservare nel tempo come mummificato, ma che con il tempo intrattenga un rapporto dialettico e anch’esso autentico, non escludendosi l’aggiunta all’esistente di nuove parti (ad esempio in caso di ridestinazione funzionale), a condizione di farlo in modo non distruttivo né mimetico e ricorrendo a forze progettuali che siano espressione consapevole della più qualificata cultura progettuale contemporanea. E comunque sempre finalizzando l’intervento alla restituzione dell’architettura ad un uso attuale che, pur compatibile con le ragioni conservative, ne garantisca appieno sicurezza tecnologica e affidabilità funzionale.
       Tutto questo è per me una passione che travalica il modo di concepire l’architettura e l’intervento su di essa per diventare filosofia e, nei limiti del possibile, pratica di vita, con cui conto di contaminare anche questo blog, spurio e “incoerente” per definizione. Un atteggiamento che punta a riconoscere la massima attenzione e importanza al rispetto delle differenze e delle diversità come strumento di arricchimento culturale e umano reciproco e come occasione di dialogo o discussione critica anche accesa ed eventualmente sofferta, piuttosto che come fastidioso ostacolo da rimuovere, alla larga da idee cristallizzate, precostituite e fuorvianti (perché illusorie) di immutabilità, rigidità o purezza. Ridefinendo cioè il valore e il senso delle identità culturali attraverso un incontro e una sintesi tra il giusto rispetto delle espressioni notevoli di storia e tradizione depositate dal passato e un processo di responsabile mutazione prodotto attraverso tutte le espressioni possibili della cultura contemporanea. Per cercare di guardare al futuro.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               Slowfinger


[ Foto: sopra, opere di riqualificazione di corso Garibaldi a
Montelupo Fiorentino (FI), dettaglio, Marco Dezzi Bardeschi (1996-’98);
sotto, Museo di Gibellina (TP), dettaglio della meridiana, Francesco Venezia (1981-’92)
]

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