2. Lossy vs. Lossless


Come anticipato, i bootleg possono comprendere un qualsiasi tipo di materiale realizzato da un determinato artista che non sia mai stato ufficialmente pubblicato o messo in commercio in alcuna forma (audio o video) dallo stesso artista o dalla casa discografica di pertinenza. Tale materiale può comprendere:

- esibizioni dal vivo, sound-check e prove
- demo realizzate in studio, differenti mixaggi e versioni alternative
- pezzi completamente inediti e/o totalmente nuovi.

Tralasciando approfondimenti tecnici estremi, l’aspetto principale di cui dovrebbe essere a conoscenza chiunque sia interessato a entrare in una comunità di condivisione di CD masterizzati e dunque a misurarsi con gli aspetti tecnici sia pure più basilari della masterizzazione, è la distinzione tra i formati di compressione del formato ".wav", che è quello comunemente usato per la masterizzazione audio domestica. Sebbene le attività svolte all’interno di queste comunità virtuali abbiano prevalentemente per oggetto CD audio o DVD video già pronti per essere riprodotti tramite impianto stereo, televisore o computer, soprattutto per le registrazioni audio è bene tenere presente che la rete offre ulteriori canali collaterali di condivisione basati sul trasferimento delle registrazioni direttamente tramite la rete, che pongono l’esigenza di trasferire i file più rapidamente, cioè in forma compressa secondo particolari criteri di qualità. Esigenza che nasce anche dall’utilità di immagazzinare i contenuti di più titoli su supporti multimediali particolarmente capienti quali gli attuali DVD anziche sul disco rigido del computer, in modo da averli sempre a disposizione per una successiva masterizzazione previa apposita decompressione, mediante appositi software gratuiti di impiego elementare. Anche per questi motivi, si sta diffondendo all’interno dei gruppi l’abitudine di conservare una copia delle registrazioni audio così compresse da utilizzare con funzione di backup o da riservare allo scambio con altri utenti, che penseranno a decomprimere e masterizzare personalmente la loro copia CD audio evitando passaggi intermedi di decompressione e ricompressione dei file.

Mentre cioè per una successiva copia è sempre possibile "congelare" come tali su un DVD vergine, utilizzato eventualmente come memoria ausiliare, insiemi di file (tipicamente, le tracce relative ai pezzi di un concerto) indifferentemente di tipo audio o video che siano il risultato di un precedente processo di registrazione o masterizzazione, sono in particolare i file audio, anche a causa della loro maggior portabilità tecnologica, a porre il problema di poter essere compressi sensibilmente senza subire alterazioni nella ricchezza e qualità originarie e di poter eventualmente subire il processo inverso nelle medesime condizioni. Per questi file, gli audiofili distinguono normalmente tra compressione di tipo lossy e compressione lossless.

La prima (dall’inglese lossy, "tale da implicare una perdita, scadente"), è sostanzialmente riconducibile in questo settore al comune formato musicale ".mp3" (MPEG-1 Audio Layer 3). Nonostante il suo notevole successo soprattutto tra i giovanissimi e/o in relazione alle dimensioni limitate dei file e quindi alla possibilità di immagazzinarne enormi quantità su dispositivi portatili per una rapida fruizione quotidiana e mobile, il formato in questione e gli altri della stessa categoria, una volta impiegati per la compressione di file di tipo ".wav" e anche procedendo ad un’eventuale, successiva decompressione al formato di partenza, forniscono un risultato che non corrisponde ad una copia esatta dei file di origine in quanto li privano di pacchetti di informazioni considerati non necessari o ridondanti allo scopo di ridurre al massimo le dimensioni finali, per la semplice ragione che "la maggior parte della gente" non coglierebbe i suoni ad essi corrispondenti. Dando luogo in realtà ad un risultato tanto più scadente ed evidente quanto più è elevato il rapporto di compressione utilizzato durante il processo di codifica wav-mp3.

La conseguente riduzione nelle dimensioni finali del file è quindi ottenuta mediante una netta perdita di "fedeltà" all’originale e quindi di qualità della resa sonora a causa della rimozione delle frequenze più "voluminose", ossia quelle più elevate, che diventa tanto più facilmente percepibile quanto più complesse sono la gamma sonora della musica in questione e il livello qualitativo dell’impianto di riproduzione utilizzato per ascoltarla. In pratica, se anche gli ascoltatori più distratti riusciranno a cogliere il degrado provocato dai rapporti di compressione più alti, basterà un orecchio discretamente allenato per riuscire sempre ad avvertire la differenza rispetto all’originale, con la sgradevole sensazione che qualcosa di importante sia stato sottratto all’ascolto, pur magari senza riuscire a definire che cosa.

E’ evidente l’assoluta necessità di evitare categoricamente tali formati in un ambito come quello discusso, in cui diventa esigenza primaria non già la riduzione delle dimensioni dei file su memoria per un ascolto magari disimpegnato di materiale musicale di qualità non necessariamente eccelsa, bensì la scrupolosa preservazione dell’intera gamma di suoni prodotti da musica eseguita e registrata dal vivo, tanto più in quanto destinata ad una fruizione privata esigente e prevalentemente già educata a cogliere le sfumature musicali e le differenze di tono più sottili tramite impianti stereo ad alta fedeltà, oltre che ad una logica di condivisione impostata secondo standard qualitativamente elevati. Per questa ragione, per l’accesso e soprattutto la permanenza (credibile) nelle comunità di condivisione, diventa condizione imprescindibile tenere fede all’impegno di evitare di inquinare direttamente o indirettamente il repertorio di interesse delle stesse, cioè di astenersi dal:

  • sottoporre a compressione mp3 (lossy) il materiale audio ricevuto nel formato ".wav"
  • sottoporre un qualunque file di formato mp3 al processo inverso di decompressione in tracce ".wav" pronte per la masterizzazione.

In generale, è sempre buona norma limitare il formato ".mp3" all’eventuale uso personale tramite lettore portatile senza cedere alla tentazione di trasferirlo su CD, che potrebbe essere ceduto ad altri senza renderne nota la fonte e diffondere versioni scadenti di materiale raro ostacolando la condivisione della versione di qualità.

L’ovvia conseguenza è che l’unica categoria di formati ammessa tra gli appassionati di musica live per l’eventuale compressione a scopo di immagazzinamento, backup o condivisione dei file audio è rappresentata dal tipo lossless (= "a cui non manca niente, di qualità"). Questa, che è riconducibile ai formati ".flac", ".shn"".mkw", ".ape", permette infatti di preservare nella sua ricchezza la qualità del file originario grazie alla caratteristica di codificare i singoli pacchetti ricorrenti di informazione digitale secondo un algoritmo di dati, cioè simboli ed equazioni che, a differenza di quanto avviene con l’altra categoria, mantengono tutte le informazioni necessarie per la ricostruzione/decodifica di una copia digitale identica all’originale, con la possibilità aggiuntiva di una verifica del risultato ottenuto. Il file audio così compresso avrà dunque dimensioni variabili a seconda del formato usato, ma comunque comprese tra quelle del materiale di partenza e quelle di un file di tipo lossy, e potrà essere riconvertito in tracce ".wav" per una masterizzazione su CD o anche, analogamente al formato ".mp3", riprodotto direttamente via computer mediante appositi programmi scaricabili gratuitamente dalla rete.

(continua)

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