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1. Perché Claptonboots?

Da Eric Clapton, musicista inglese di Ripley, Surrey, e boot, stivale. Il nesso non è immediato, ne convengo; richiede qualche spiegazione per i non appassionati del settore. Chi sia Eric Clapton lo sanno in molti, quasi tutti. Se non altro perché la sua fama ha superato da anni i limiti dello specialismo musicale per invaderne altri contigui: la cronaca non solo mondana, il costume, la moda. Più difficile comprendere fino in fondo la portata innovativa del suo stile musicale, termine quanto mai appropriato per definire l’identità di un artista vero qual egli è.

Semplicemente, si fa per dire, Clapton ha reso la chitarra davvero protagonista della musica prevalente in America negli anni della sua infanzia ed adolescenza, contribuendo quanto nessun altro musicista alla sua affermazione in Europa e al contempo rivoluzionando tanto questa quanto la maniera di suonare, per poi misurarsi in questa chiave del tutto personale con quasi ogni altro genere musicale possibile. Lo ha fatto risalendo alle origine più nobili ed autentiche del rock, quelle semplici ma diabolicamente geniali forgiate dai bluesmen neri del sud degli States negli anni Venti e Trenta. E lo ha fatto al momento giusto, in una fase intermedia tra gli anni che rappresentano la culla del rock’n'roll rappresentata dagli Elvis Presley, i Jerry Lee Lewis e i Buddy Holly, e l’esplosione psichedelica della stagione della contestazione, che avrebbe visto lo stesso Slowhand occupare una posizione di rilievo assoluto sulla scena musicale mondiale. Clapton ha assimilato in profondità quelle regole per piegarle lentamente, in anni di studio e pratica ossessivi, alle corde (è il caso di dirlo) di una identità musicale unica definita da una capacità incredibile di riprodurre e rielaborare i motivi e le basi musicali apprese e attraverso uno stile chitarristico inimitabile rimasto cruciale nella sua abilità di improvvisazione, con assoli e strutture ritmiche dominati da un’autentica capacità di composizione estemporanea che esclude le facili concessioni ai fronzoli virtuosistici fini a se stessi per farsi tempo, sostanza, spessore, anima. Uno stile fondato, sul piano tecnico, su un’estremamente fluida economia dei movimenti delle dita sulla tastiera, sulla precisione del gesto e sulla ricchezza dell’articolazione musicale, e, su quello estetico, su una straordinaria pienezza sonora e compiutezza formale, oltre che su un’assolutamente unica capacità interpretativa ed abilità esecutiva. Attributi che gli hanno consentito non solo di raggiungere e superare agevolmente le gesta di alcuni tra quei suoi idoli musicali dai quali è rimasto maggiormente influenzato, al cui fianco Clapton non ha mancato di esibirsi sul palco fin da giovanissimo, ma anche di influenzarne lo stile a tutt’oggi. Arrivando, in realtà, a diventare non solo e non tanto un modello bensì una funzione in grado di rappresentare un imprescindibile termine di riferimento per qualunque generazione successiva abbia provato e possa mai provare a cimentarsi con il genere rock, inteso anche in senso molto lato.

Storicamente sopravvissuto letteralmente, contro le più ottimistiche previsioni, a se stesso e alla lunga adolescenza del rock tra eccessi di droga ed alcol che sono apparsi a lungo destinati a rimanere inscindibili dalla sua icona di chitarrista paragonato a Dio dai giovani della Swinging London anni Sessanta, oggi Clapton può finalmente godersi una maturità di scelte artistiche anche difficili, libere dai condizionamenti dello showsystem ma invariabilmente acclamate dal favore della critica e di un pubblico sempre più trasversale e multigenerazionale. Da pater familias stabilitosi nella casa americana di quel blues cui è legato a doppio filo, circondato dall’affetto di una famiglia tutta al femminile, malgrado importanti legami nella madrepatria e i trascorsi di una dolorosa paternità italiana rimasta al centro della sua vicenda umana e della sua sensibilità artistica. Oggi, a sessant’anni più che suonati e con alle spalle un numero impressionante di lavori e collaborazioni che spaziano dal blues al rock, dal pop al techno all’adult-contemporary e alla musica sinfonica, Clapton è ancora in grado di svolgere a tempo pieno un’attività di musicista a tutto tondo, capace di sfornare nuovi dischi con un ritmo sconosciuto alla maggior parte dei suoi colleghi e di incantare le folle degli stadi di tutto il mondo in tour internazionali e massacranti, interpretati serata dopo serata al massimo della forma. E dai quali, come spettatori anche occasionali ma immancabilmente ammirati, è semplicemente impossibile non restare segnati per sempre.

E gli stivali?

Con queste premesse, Clapton non poteva che diventare un’ossessione per milioni di fan sull’orbe terracqueo. I quali non hanno tardato a rendersi conto che le release ufficiali delle case discografiche, in quanto prodotti inevitabilmente funzionali agli interessi economici dei rispettivi dirigenti ed azionisti e mai del tutto rispondenti all’ispirazione dell’artista, erano insufficienti per poterne apprezzare tutto il talento, in quanto è proprio durante le esibizioni dal vivo che EC dà il meglio di sé. Traduco dalla preziosa ClaptonBoots BluWiki (il neretto è mio):

Il termine "bootleg" ha storicamente origine nel mondo del contrabbando, poiché era all’interno dei lunghi stivali indossati dai contrabbandieri che spesso trovavano posto le merci che si intendevano sottrarre all’attenzione dei doganieri. Esso è poi passato gradualmente a descrivere qualunque articolo di provenienza dubbia, eventualmente legata ad attività illegali, per poi finire con l’indicare le registrazioni non autorizzate di esibizioni musicali dal vivo. Queste venivano poi, a volte, incise su vinile o CD e messe in commercio da oscure etichette discografiche, senza il consenso dell’artista o della casa discografica. I bootleg si presentavano come registrazioni di concerti, versioni demo di singoli pezzi, e a volte persino canzoni inedite di artisti popolari (come nel caso del primo importante bootleg, "Great White Wonder" di Bob Dylan. (…) L’attività del bootlegging non deve però essere confusa con la pirateria musicale. Quest’ultima consiste nell’atto di produrre (e vendere o rendere oggetto di scambio) copie illegali di materiale ufficialmente pubblicato. Il materiale contenuto nei bootleg non è disponibile per l’acquisto nei negozi, e sebbene in alcuni casi le case discografiche abbiano notato la domanda e pubblicato parte di questo materiale raro, la stragrande maggioranza di questo sarà sempre disponibile soltanto attraverso questi canali di distribuzione "non ufficiali". "Bootleg" è un termine dalle connotazioni negative, ragione per cui gli appassionati dediti allo scambio preferiscono spesso il termine "ROIO" (Recording Of Indeterminate Origin).

I bootleg hanno iniziato a diffondersi alla fine degli anni Sessanta come vere e proprie release vendute, spesso per cifre astronomiche, in fiere del disco, negozi ed altri punti vendita. Il loro mercato è sempre stato considerato dagli appassionati di musica rock un territorio da avvicinare comunque con cautela, soprattutto a causa del conflitto esistente tra la sua dimensione per natura internazionale e le differenti legislazioni dei singoli paesi in materia di diritto d’autore. Tuttavia, anche in Italia come in altri stati quali Germania, Lussemburgo, Australia, Giappone, la legge in vigore ha consentito a lungo la produzione e/o distribuzione di alcune registrazioni non autorizzate. Ad esempio, in alcuni di essi era perfettamente legale il pagamento di royalty agli artisti coinvolti, come contropartita del giro d’affari garantito dal traffico dei bootleg. Il che implicava generalmente il versamento di una somma da parte dell’etichetta produttrice su un conto corrente intestato all’artista, che tipicamente rifiutava il denaro. Così facendo veniva assicurato il rispetto della legge o almeno dell’intenzione del legislatore consentendo la distribuzione commerciale del titolo, ovviamente privo di qualsiasi copertura pubblicitaria e dunque difficilmente rintracciabile, ma spesso ottenuto tutt’altro che a buon mercato dagli appassionati disposti a setacciare periodicamente le rivendite in odore di "bootlegging" o le riviste specializzate. Le case discografiche cui lo specifico artista era legato avrebbero teoricamente potuto chiedere di impedire tale distribuzione facendo valere i propri diritti sui contenuti grafici e fotografici di copertina, sulla proprietà delle registrazioni master o sulle royalty relative ai testi e alle musiche, ma in pratica di solito si finiva per ritenere che l’azione legale non ne valesse la pena.

All’inizio degli anni Novanta la situazione subì però un drastica cambiamento quando le legislazioni di questi stati furono modificate in senso restrittivo, portando al sostanziale fallimento le etichette classiche produttrici di "bootleg" e gettando nello sconforto orde di incalliti fruitori di musica live e versioni alternative di pezzi ufficialmente pubblicati. Per altre informazioni storiche sul mondo dei bootleg dalle origini ad oggi, si segnala l’eccellente "Bootleg: the secret history of the other recording industry", di Clinton Heylin.

Ma poi vennero il personal computing e internet, con i newsgroup e le mailing list in grado di trasformare la rete in un potente strumento di aggregazione, aggiornamento e comunicazione. E soprattutto venne il tempo della masterizzazione non professionale di CD, e più tardi di DVD, dalla comodità della propria scrivania domestica. Unendo le cose si poterono creare vaste comunità internazionali di appassionati di musica rock interessati allo scambio perfettamente legale di copie, casalinghe ma fedeli, del materiale altrettanto legalmente acquistato negli anni precedenti dai pochi detentori "anziani" e particolarmente volenterosi, se non sfacciatamente generosi, del materiale di partenza in circolazione. Disposti cioè a duplicare con il proprio computer, per il puro piacere di condividere la gioia che solo la musica più amata può dare, persino i "pezzi" più rari presenti tra il prezioso materiale messo insieme in anni di affannosa ricerca e soprattutto pagato a caro prezzo. Improvvisamente, grazie soprattutto allo slancio garantito da uno spirito comunitario e un senso di onestà tipicamente anglosassoni, si crearono le basi per realizzare una situazione ideale per anni da molti forse solo vagheggiata, e soprattutto in modo totalmente gratuito in quanto sostanzialmente basata sulla donazione e lo scambio, escludendo, a carico dei membri in possesso del materiale inviato agli interessati tramite i normali canali postali, i costi dei supporti vergini, le spese di spedizione e, naturalmente, il tempo impiegato. Che però da veri appassionati si trova sempre, ed è di solito ampiamente ripagato dalla nascita di rapporti di amicizia e spesso autentica stima con persone sparse per il mondo e mai incontrate, e che probabilmente mai si incontreranno. Una situazione ideale e gratuita garantita dall’autorevolezza raggiunta dai partecipanti in termini di serietà dell’attività di scambio, leale accettazione delle regole e rispetto reciproco, quale mai per un "consumatore" di questo specifico genere sembrava poter esser destinata a diventare fino a pochi anni prima, quando spesso non bastava neanche una conoscenza critica affinata da anni di fedeltà all’artista preferito per evitare le cantonate più clamorose, camuffate da titoli nuovi dalle datazioni e dai contenuti semplicemente fasulli, utili a etichette fantasma per rifilare fondi di un magazzino magari inesistente.

(continua)

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