[ Segue dalla prima parte ]

Avevo incontrato un giovane che mi raccontò storie terribili riguardo alle sue esperienze di soldato in Cecenia. Mi descrisse come le armi, e persino come intere pattuglie di militari venissero vendute dagli ufficiali ai Ceceni. E mi descrisse nel dettaglio le proprie esperienze brutali di torturato dai propri superiori, allo scopo di fargli firmare una confessione forzata sulla vendita di armi e munizioni.

(Ex militare dell’esercito russo) "Alla fine dell’estate decisi di impiccarmi. La pressione era proseguita per tre mesi, non la sopportavo più. Trovai una corda e un albero e mi preparai ad impiccarmi. Ma un amico che aveva attraversato la stessa disavventura mi fermò e mi chiese: ‘Che cosa ci guadagneresti? Tu ti impicchi e ai tuoi parenti sarà detto che eri colpevole di qualcosa che non hai mai fatto. Non proverai niente. Peggiorerai le cose’. Gli diedi retta, ma poi successe di nuovo la stessa cosa che mi spinse a riprovarci, e lui riuscì a dissuadérmi di nuovo. La terza volta ero determinato ad andare fino in fondo. Ma all’ultimo momento pensai: ‘no, ne uscirò’. Passai la notte intera a pensare e decisi che avrei provato la mia innocenza. Questo mi permise di andare avanti, di mostrare la verità e l’ingiustizia di ciò che era successo".

Voleva provare che stava dicendo la verità, e questo gli diede la forza di sopportare mesi di torture. Ma quanto interesse aveva la gente per la sua verità? In Russia c’era un giornale generalmente indipendente, Novaja Gazeta, l’unico a non usare mezzi termini sulla guerra in Cecenia e altre questioni scottanti. Nel cuore di San Pietroburgo, decisi di scoprire quanto fosse facile entrare in possesso dei più importanti organi di stampa di un’informazione attendibile nel paese.

Incontrai un uomo che stava comprando un libro sulla storia russa. Che fosse interessato a scoprire la verità sul proprio paese?

(Nekrasov) "Ne ho sentito parlare, che cos’è?"
(acquirente) "Sono stronzate. Ecco come le chiamiamo in Russia: stronzate. Ma dovrà pur esserci qualcosa dentro. Noi non sappiamo niente della nostra storia".
(Nekrasov) "Che cosa intende dire, che non c’è niente di vero nel libro?"
(acquirente) "No, al contrario. Altrimenti non sarei qui a comprarlo".
(Nekrasov) "E allora perché dice che sono stronzate?"
(acquirente) "Perché noi Russi siamo fatti così". Qualunque cosa sia davvero interessante, la chiamiamo ’stronzate’. Capito?"

Ricordo cosa aveva detto Sasha riguardo allo stato del giornalismo in Russia.

 

(Litvinenko) "Sfortunatamente in Russia il vero giornalismo non esiste. Non esisteva al tempo del Soviet e non esiste oggi, al tempo di Putin". Ciò che invece esiste è la propaganda. La propaganda russa protegge il potere. La propaganda è come una droga: protegge il potere e vuol convincere la gente che chi detiene il potere si prenda cura di lei. Che siano i migliori del mondo. E la gente smette di analizzare ciò che succede. Non tutta la gente, ma gran parte di essa. Per loro, questa droga è comoda e decisamente accettabile. In un certo senso la gente protegge se stessa dall’informazione sgradita, vive in una specie di nebbia di informazioni".

Parlai con la più coraggiosa giornalista di denuncia di tutta la Russia: Anna Politkovskaya. Aveva scritto un potente libro sugli orrori della guerra in Cecenia ("Putin’s Russia", The Harvill Press, Londra, 2004, n.d.t.)

(Nekrasov) "Come valuti l’influenza delle cose di cui stai scrivendo? Chi ne è al corrente? Quanto sa la gente, e quanto vuole sapere?
(Politkovskaya) "La gente non vuole sapere. Nessuno vuole sapere".
(Nekrasov) "Ma comprano il tuo libro?"
(Politkovskaya) "Sì, il libro viene ordinato. Ma c’è una cosa. Un giorno ho visto una pubblicazione, naturalmente nessuno recensisce libri del genere, ma su un rivista c’erano queste parole sul libro - e credo che questo abbia un valore enorme e sia esattamente il nocciolo di ciò che mi stai chiedendo -: "E’ arrivato. Il libro della Politkovskaya è stato pubblicato. Ma se crediamo a tutto questo, allora dobbiamo riconsiderare tutti i nostri giudizi sulla nostra vita, sulle nostre autorità e sulla guerra in Cecenia. Ma a che scopo?
(Nekrasov) "E’ l’autore del pezzo a chiederlo?"
(Politkovskaya) "Sì, è l’autore dell’articolo. Perché riconsiderare? Richiederebbe molta riflessione. Ho ritrovato lo stesso atteggiamento nelle lettere dei lettori ai giornali. Leggevano il giornale, leggevano il libro, e grazie molte a chi lo ha letto. Ma lo hanno messo da parte. In altre parole ‘non c’è alcun dubbio che la nostra società stia diventando superficiale, ma ho già una vita difficile, sì ho letto il tuo resoconto, ma preferisco non pensarci’.
(Nekrasov) "In altre parole, non c’è bisogno di censurare il tuo libro?"
(Politkovskaya) "Esattamente. Nessuna delle cose che io o i miei colleghi scriviamo o facciamo crea alcuna protesta. Non esiste alcuna vera protesta, in questa società, che possa far chiedere alle autorità se i loro poteri stiano vacillando. ‘Sono o non sono veramente al sicuro? Devo o non devo reagire?’ La nostra società risponde: ‘Non si preoccupi, Signor Putin, non faccia niente. Tutto passa e anche questo modo di pensare passerà. Penso sia esattamente su questo che essi contano. Vedi, oggi il nostro giornale (Novaja Gazeta, n.d.t.) pubblica materiale che noi riteniamo sensazionale, fondamentale, della massima importanza per comprendere ciò che sta succedendo".

Anna mi disse che per la Novaja Gazeta di quella mattina aveva scritto una storia impressionante, che rivelava come uno degli uomini coinvolti nell’assedio al teatro moscovita, dove erano morte 140 persone, stesse adesso lavorando per il governo e fosse stato anche riconosciuto come giornalista accreditato. Non c’era stata alcuna reazione alle rivelazioni di Anna, e sembrava che nessuno fosse interessato.

(Politkovskaya) "Qualcuno ha telefonato per dirmi: ’scrivi cose che la gente non dovrebbe sapere. Capisci? Non vogliono sapere. Stai mettendo la tua vita a rischio’. Beh, ma io non metto la mia vita a rischio".

Poco tempo dopo la nostra conversazione, Anna pagò con la vita. Nell’ottobre 2006, un assassino rimasto non identificato le sparò nell’atrio del suo stabile. Nessuno è stato arrestato.

Litvinenko mi diede il numero di telefono del suo miglior amico, Mikhail Trepashkin: ‘Devi andare a intervistarlo a Mosca", disse Sasha.

Trepashkin era un ex-agente del F.S.B. come Litvinenko, e lo raggiunsi ad una conferenza stampa in cui denunciò la corruzione
dell’organizzazione. Trepashkin aveva lasciato i servizi segreti per diventare avvocato. Nel 2003 stava lavorando ad un caso che avrebbe collegato l’F.S.B. all’attentato dinamitardo nel condominio di Mosca.

Lo incontrai pochi giorni prima dell’inizio del processo. Mi sembrò che Trepashkin avesse un’opinione leggermente meno pessimistica del servizio di sicurezza russo rispetto a Litvinenko.

(Trepashkin) "Non è esatto dire semplicemente che il sistema è diventato marcio, che ognuno percepisce tangenti, che ognuno si comporta come un fantoccio, che dovrebbe essere eliminato o dichiarato criminale, che è appunto ciò che Litvinenko ha detto dell’F.S.B.".

Ma Trepashkin non aveva alcun dubbio che le paure che avevano fatto fuggire Litvinenko in Gran Bretagna fossero ancora molto reali.

(Trepashkin) "La paura c’è. Persino quanti hanno assistito alla nostra conferenza stampa e prima parlavano apertamente, adesso mi dicono: ‘non andare in quel posto oppure in quell’altro, non incontrare questo o quest’altro, non telefonare a Litvinenko, altrimenti genererai rabbia, quindi sarai pedinato, controllato, incastrato, riceverai provocazioni, vedrai mettere in piedi qualcosa contro di te e finirai per metterti nei guai in un modo o nell’altro. Questo è un esempio concreto, ma in generale se cominci a parlare male delle autorità, si prenderanno misure repressive nei tuoi confronti. A causa di questa paura, nessuno può più esprimere le proprie opinioni, e tanto meno fare qualcosa. Per esempio, a metà degli anni Novanta abbiamo avuto manifestazioni. Se ci provi adesso, subito vieni etichettato come estremista, ti affibbiano addosso qualcosa e ti sbattono in galera".

‘Ti affibbiano qualcosa’, appunto.
Cinque giorni dopo aver parlato con me e poco prima di portare l’F.S.B. in tribunale, Mikhail Trepashkin fu arrestato: una pistola fu nascosta nella sua auto. Fu assolto, ma quindi immediatamente accusato di aver ‘rivelato segreti di stato’. Fu dichiarato colpevole ed è tuttora in carcere.

Sono riuscito a mettermi in contatto con Trepashkin in carcere qualche giorno fa, appena in tempo prima che venisse trasferito in uno sperduto campo di prigionia.

(Trepashkin) "Voglio ringraziarti dal profondo del cuore per avermi aiutato. Questo è il mio quarto anno di prigionia,"
(Nekrasov) "Sì"
(Trepashkin) "Da tre anni continuo a ripetere che non ho avuto a che fare con alcun segreto di stato che possa danneggiare la sicurezza dello stato della Federazione russa come previsto dall’articolo 2 della legge. Lo hanno semplicemente inventato".

Litvinenko, Politkovskaya, Trepashkin. Stiamo tutti dicendo cose che avrebbero dovuto scioccare la società, ma la società si rifiuta di lasciarsi impressionare. La frustrazione di coloro la cui ricerca della verità sembrava essere inutile, confinava con la tragedia personale.

Tornato a casa a San Pietroburgo, fui tormentato dall’immagine di Sasha Litvinenko, esiliato all’estero, diviso dalla terra che amava e in pericolo di vita.

(Berezovsky) "Il K.G.B. è un ‘club’ in cui si può entrare, ma da cui non si può uscire. Loro sono sicuri che nessuno farà mai il primo passo al difuori delle regole non scritte di questa organizzazione, e Alexander fu esattamente quel qualcuno che non seguì queste regole banditesche".

Nel novembre 1999, Litvinenko fu arrestato con l’accusa di aver picchiato un tassista. Sasha respinse l’accusa.

(Litvinenko) "Mi dissero direttamnte: ‘Pensi che possa interessarci qualcosa del tassista che hai picchiato? Anche se lo avessi ucciso non potrebbe importarcene meno. Sei in prigione perché hai tradito il sistema. Sei in prigione perché ti sei rifiutato di uccidere quell’ebreo, Berezovsky. E sei in prigione perché hai tenuto una conferenza stampa’. Gli altri detenuti ridevano alle mie spalle: ‘Alex, sei in galera per gravi crimini politici? Devi aver picchiato il Presidente in persona!’".

Alex fu scarcerato nel maggio 2000, ma era un uomo segnato, veniva spiato 24 ore su 24 e seguito ovunque andasse.

(Litvinenko) "Non posso dire che non avessi paura, solo un pazzo non ne avrebbe avuta. Capivo che mi sarei ribellato al sistema, sapevo che non mi sarei fermato davanti a niente".

Alla fine, Litvinenko decise che era arrivato il momento di andare via. Chiese alla moglie e al figlio di andare in Spagna per una vacanza.

(Marina) "Ero assolutamente sicura che sarei tornata in Russia perché non avrei saputo immaginare una vita diversa, non potevo assolutamente. E allora Sasha mi telefonò, perché saremmo dovuti tornare dopo due giorni dalla vacanza all’estero, e Sasha mi disse: ‘Marina, se decidi di tornare a casa, naturalmente tornerò a Mosca anch’io, ma mi metteranno in prigione ancora e poi ancora, e non sarò mai più un uomo libero’. Per me fu una decisione davvero difficile perché non si trattava di decidere semplicemente per la mia vita ma anche per quella di nostro figlio Anatolj. E non è giusto, perché ha 6 anni e io dovevo decidere per lui, ma chissà, dopo pochi anni mi avrebbe potuto chiedere ‘Mamma, perché hai deciso di portarmi via dalla Russia?’ E quando finalmente decisi, mi accorsi che quello era per me il momento più difficile".

(Litvinenko) "Prendere la decisione di lasciare il mio paese, dove ho servito lo Stato, e devo dire onestamente, per vent’anni, fu come suicidarsi. Avevo due possibilità. Sapevo di non poter andare in carcere. Dissi a mio moglie che se avessero deciso di mettermi in prigione, mi sarei suicidato. Lei rispose: ‘è un peccato agli occhi di Dio. Ti aspetterei’. Ma io dissi: ‘Non se ne parla, non mi sottoporrò a questa umiliazione. Sono un ufficiale, ho sempre svolto il mio servizio onestamente".

Sasha Litvinenko iniziò una nuova vita con sua moglie e suo figlio a Londra, dove ricevette asilo politico il 1° novembre 2000. Esattamente sei anni più tardi, quello stesso giorno dell’anno, i suoi nemici lo hanno raggiunto.

(Litvinenko) "Ho perso la mia battaglia, in Russia. E allora che cosa mi resta da fare? Morire o arrendermi. No, se non mi uccidessero, dovrei scappare o arrendermi, oppure mi sparerei. Ho scelto di scappare. Perché? Perché questa non è una normale guerra: ho con me mio figlio, e loro hanno minacciato di uccidere anche lui. Ho guardato negli occhi di mio figlio e ho pensato: ‘di che cosa è colpevole?’. Non ha ancora neanche iniziato a vivere. Ho pensato, non so cosa succederà a me, ma farò qualunque cosa in mio potere per salvare questo bambino. Ecco perché sono scappato. Non mi interessa che cosa stanno dicendo di me laggiù".

Dopo l’arrivo di Sasha a Londra, Boris Berezovsky lo assunse e lo assistette durante i suoi primi anni di esilio.

(Berezovsky) "Lavorava per me, cercava di fare luce su situazioni molto importanti riguardanti la Russia, come esplosioni in edifici di abitazione negli anni Novanta, come gruppi criminali del personale dell’F.S.B., gruppi criminali di banditi in generale. Raccoglieva queste informazioni e aveva una memoria impressionante: pur essendo in Inghilterra, riusciva a ricordare i numeri di targa delle auto che aveva visto parcheggiate vicino al mio ufficio in Russia cinque anni prima".

(Litvinenko) "Capisco adesso che nel mio paese, nella mia patria, le nostre vite valevano tutte meno di niente: quelle dei miei genitori, la mia, quella di tutti noi. Adesso vivo qui in Inghilterra, cosa che per me è difficile. Non parlo bene l’Inglese, ma sono contento che la vita del mio bambino, che vive qui, non valga meno di niente, ma quanto quella di un essere umano".

(Marina) "Naturalmente quando ci vedemmo la prima volta non avrei mai potuto prevedere cosa sarebbe successo alla fine, ma ciò che si vedeva già era la sua passione per qualunque cosa facesse, ed è forse questo che rendeva Sasha così unico. Devi assolutamente prendere sul serio quello che Sasha ti ha detto, ognuna delle cose che ti ha detto. Non erano frutto della sua immaginazione".

Nell’estate del 2006 arrivò la conferma ufficiale delle paure di Sasha: il presidente Putin diede all’F.S.B. nuovi e agghiaccianti poteri.

(Berezovsky) "Sei o sette mesi fa Putin firmò la legge che permette adesso all’F.S.B. di uccidere senza alcuna decisione di una corte chiunque secondo l’F.S.B. rappresenti un pericolo per lo stato, perché chi è nemico dello stato rappresenta un nemico dell’F.S.B., chi è contro Putin è contro il paese, chi è contro Patrušev, capo dell’F.S.B., è contro il paese. Alexander immediatamente venne da me e mi disse: ‘Boris, si stanno preparando per ucciderci’".

(Litvinenko) "Eccoci qui. Che altro posso dire?"
(Nekrasov) "Grazie, Sasha".

(Giornalista) "Che cosa prova nel vedere il suo amico lassù, in terapia intensiva?"
(Nekrasov) "Sono assolutamente scioccato. Ha l’aspetto di uno spettro. E’ veramente sconvolgente. Chi farebbe questo? Dovreste vederlo. Non sono un uomo debole, ma sono su punto di piangere. Ridurre qualcuno nello stato in cui si trova adesso, ovviamente in modo intenzionale…
(Giornalista) "E… urla, diceva? Voglio dire…"
(Nekrasov) "Ha dolore, ha dolore costantemente. Chi lo ha fatto? Chi è stato?"

(Berezovsky) "Dopo essere arrivato in ospedale, cambiava chiaramente di giorno in giorno, e ciò che era veramente assolutamente impressionante, io l’ho visto, è che… adesso ho l’impressione che ogni giorno trascorso in ospedale equivalesse ad un mini-anno della sua vita, perché era in continua crescita, era diventato saggio, senza alcuna illusione, assolutamente logico, assolutamente tranquillo.

(Marina) "Alla fine è successo. E adesso forse la gente vedrà che era esattamente ciò che Sasha aveva tentato di dimostrare ogni volta. Ma è stato decisamente un prezzo troppo alto".

"Sotto il terrore di Stalin, i primi a morire furono gli agenti del K.G.B. che rifiutarono
di servire la tirannia. Se non fermiamo l’illegalità di oggi, potrebbe andare ancora peggio.

Ma quando alle rinate forze di sicurezza della Russia sarà chiesto
di rispondere dei crimini di oggi, difenderanno il loro onore con i nostri nomi".

Alexander Litvinenko, 1962 - 2006.

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