Roma, città a perdere

Di fronte alle macerie di Roma che brucia, la preoccupazione per l’immagine dell’Italia e delle sue «Quei bravi
ragazzi
che hanno
ancora un po’
di nerbo»
istituzioni all’estero da parte di chi fino a ieri era abituato a farsene un cruccio quotidiano diventa improvvisamente secondaria, assumendo l’inconsistenza della miccia di una bottiglia incendiaria.

Tristo il paese in cui non si comprende che equivale a giustificare la violenza la tendenza a giudicarla come inevitabile pur senza approvarla nelle dichiarazioni di principio, ma spesso praticandola ugualmente nella discussione appena all’orizzonte si profila minaccioso lo spettro del dissenso da cui il socialcoro monocorde delle voci bianche e omologate in un girotondo di reciproci, falsi incensamenti rischia di rimanere compromesso, disorientato o turbato, se non molto borghesemente indignato.

Disgraziato il paese in cui le coraggiosissime mascherate metropolitane, gli slogan terroristici, il gergo che rievoca gli anni più bui della Repubblica e il lancio di sampietrini e molotov alla Polizia, ai negozi e alle auto parcheggiate sono legittimati alla stregua di atti di eroismo di chi ha “il sangue che scorre nelle vene” contro l’”oppressore antidemocratico” rappresentato nientemeno che dal Parlamento. Intanto l’illegalità diventa un dettaglio o un’opinione perché sdoganata come esito ovvio della disobbedienza civile, a sua volta riciclata come sottoprodotto della tensione sociale, secondo un pratico teorema e un armamentario terminologico degni del più scalcinato dei centri sociali.

Perso il paese in cui si nega ogni diritto di cittadinanza e difesa delle istituzioni e quindi della gente, anche con le ovvie maniere forti di chi rischia la vita propria per garantire la sicurezza di tutti, alle forze dell’ordine identificate con il Nemico e quindi, per togliersi il pensiero, fatte oggetto di una violenza indegna di una città come Roma, quando sono semplicemente incaricate di sbarrare il passo per difendere il normale svolgimento del corso democratico delle istituzioni stesse in un momento storico cruciale e delicatissimo per l’Italia, e a fronte della facile previsione di una giornata di simpatica guerriglia urbana. Salvo poi, secondo squallidi fini propagandistici, denunciarne le infiltrazioni come sobillatori o manipolatori degli scontri in un crescendo di sdegno rivoluzionario dagli accenti settecenteschi e sempre più stravaganti oppure, come ovvio in un trionfo di ipocrisia, scandalizzarsi tutti insieme perché chi governa non è stato capace di impedire che la capitale venisse messa a ferro e fuoco, e chiedere che riferisca nello stesso palazzo di cui più o meno ambiguamente, intimamente e indirettamente si è auspicato o giustificato ideologicamente l’assedio.

Il controllo della situazione sì, ma con vistose passatoie rosse. Perché si può e si deve aggredire il poliziotto in tenuta e in assetto anti-sommossa, della cui esistenza anzi non ci si fa spesso una ragione, anziché farsi balenare l’idea che, per il suo ruolo particolare, egli ha il dovere di rappresentare un rullo compressore a cui doversi sottrarre senza discutere soprattutto dopo le aggressioni di una folla inferocita, risparmiando tardi e infondati piagnistei da coccodrillo a chi ha di meglio da fare che attaccare chi veste un’uniforme, o l’abitudine di farne oggetto di rispetto fino a prova di eventuale abuso.

Ma la legittimazione della violenza nasce soprattutto dall’ignorante e autolesionistica indifferenza alla sua conseguenza più grave, che è quella di favorire visioni affrettate e distorte del sacrosanto diritto di protestare nelle piazze civilmente, ovvero verbalmente e con la forza delle idee e della ragione, unico antidoto possibile alla violenza e quindi al suo contenimento inevitabile. Anche se naturalmente a senso unico, nella agevole certezza che, quando a manifestare sono invece sostenitori della parte avversa, quei “bravi ragazzi” diventano folla bovinamente inconsapevole e all’oscuro dei motivi stessi della protesta o persino del voto, da irridere con brillanti pezzi di teatro-intervista appaltati al primo Santoro di turno.

Ma soprattuto, cosa ancora più grave, quella legittimazione rende ormai impossibile trovare un discrimine quantomeno ideologico tra chi le aggressioni le agisce e chi di fatto le considera una risorsa perché non riesce a vederne una fine, in pratica relativizzandone la gravità. Per tutto questo, dopo i fatti del 14 dicembre e fino a quando verrà pronunciata una condanna chiara seguita da comportamenti coerenti da parte di tutti, qualunque distinzione additata nel popolo dei contestatori che si sono dati appuntamento ieri a Roma sembrerà fatta apposta per far sprofondare nel ridicolo chi la cerca invano, e per ottenere alla propria parte politica una rappresentanza sempre più risicata in Parlamento.

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4 commenti a “Roma, città a perdere”


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