Rosso come il travertino

L’attacco dell’uomo dalle simpatie neofuturiste alla Fontana di Trevi ha dato luogo in rete e sulla stampa alle reazioni più diverse e scomposte, spesso infarcite di strumentalizzazioni politiche e di conformismo. Da queste parti le cose si prendono con più calma detestandosi il dover prendere posizione a freddo, ovvero senza sufficiente riflessione. E si pensa che l’arte non si tocca. E non solo quella, perché il discorso sull’atteggiamento contemporaneo nei suoi confronti andrebbe sempre riveduto e corretto sotto le insegne del concetto di beni culturali, che è bene si conservino il più a lungo possibile come risorsa di vitale importanza per le società attuali e future, e che comprendono anche il costruito diffuso, i contesti variamente storicizzati anche in epoca contemporanea, il paesaggio, l’archeologia industriale e i manufatti preindustriali. Mentre il territorio non è altro che il paesaggio nella sua forma antropizzata, ossia segnato materialmente da attività umane d’uso non solo abitativo e produttive nel senso più ampio. Tra i critici del gesto romano dall’apparenza tutta criminale è andata consolidandosi una contrapposizione piuttosto netta e inaspettatamente trasversale agli schieramenti, per quanto almeno in parte viziata dall’orientamento politico-ideologico, tenuto conto anche delle posizioni di destra dichiaratamente assunte dall’autore dello stesso gesto. Da una parte i difensori propensi a celebrare il geniale valore avanguardistico e dimostrativo dell’impresa, di "rottura estetica" collegata al messaggio di protesta politico-sociale di cui l’annesso proclama scritto si faceva portatore. Dall’altra la condanna dei detrattori, ahimé mossa solo nel migliore dei casi dal principio dell’intangibilità dell’opera d’arte e più spesso (ma non sempre) corrotta da motivazioni di contropropaganda politica finalizzate alla censura del presunto "significato" propagandistico ("pubblicitario") di un’impresa compiuta da un "pazzoide di destra" o da un "fascista". In entrambi i casi, per lo più, un’attenzione limitata agli aspetti puramente iconici dell’accaduto, come se del monumento fosse rimasta coinvolta esclusivamente una pura immagine esclusivamente spendibile ad uso e consumo dei media anziché, innanzitutto, un contesto materico di interesse monumentale come tale tragicamente segnato dal tempo e dall’uomo, e dunque degno di protezione.

Non credo che siano noti a fondo gli effetti sul travertino della banale anilina proveniente dal contenitore vuotato nella fontana. Immagino che, non trattandosi di sostanza acida, ai marmi siano stati risparmiati gli effetti corrosivi associati ad esempio al guano di piccione che affliggono gran parte dei nostri centri storici. Effetti che con un liquido diverso avrebbero potuto arrecare un danno chimico irreversibile nonostante una diluizione provvidenzialmente sollecita come quella avvenuta con l’acqua circolante nella fontana subito dopo i fatti dei giorni scorsi. Qualche dubbio rimane sui potenziali effetti ossidanti prodotti dal colorante sui materiali, comunque scongiurati, come, pare, il rischio di un’alterazione cromatica permanente. C’è da immaginare, e da augurarsi, che oltre ai consueti addebiti penali del caso, una sana denuncia per procurato allarme pubblico sia stata comminata all’autore del gesto, di fronte al quale non si può che ribadire il principio dell’intangibilità, nonostante resti tutt’altro che auspicabile una concezione ruinistica o tantomeno "imbalsamatoria" di qualsiasi opera d’arte e di tutto ciò che richiede una sana attenzione conservativa. Conservare significa infatti innanzitutto garantire una continuità d’uso, almeno dove possibile e attraverso una manutenzione continua e puntuale piuttosto che con costosi interventi mastodontici utili solo al buon nome degli sponsor e della maggioranza di governo del momento tramite l’amplificazione di media sempre più ignorantemente pronti a gridare al "ritrovato antico splendore". Ma il tema è complesso, legandosi all’interrogativo su fino a che punto abbiamo il diritto di intervenire su un bene culturale che è espressione della cultura artistica di epoche lontane. Da sempre e fino a pochi decenni fa l’uomo ha saccheggiato, manipolato, ampliato, cancellato o raso al suolo senza complimenti (e non solo in epoca di guerra) i capolavori architettonici o figurativi ereditati dal passato.

Un sano approccio contemporaneo al problema prevede che i risultati di quegli interventi siano ormai acquisiti come a loro volta meritevoli di tutela, alla larga dai giudizi e pregiudizi di valore legati a discutibili discriminazioni storiografiche o estetizzanti fatti valere da chi ci ha preceduto sugli stessi manufatti ai danni di epoche storiche o civiltà artistiche sgradite ancora più antiche e dei loro riflessi materiali apparentemente più insignificanti, nonostante ciclicamente tornino a fare capolino i teorici della necessità di esempi sconcertanti di segno opposto. Lo stesso approccio prevede cioè anche che le attuali cultura e politica di gestione dei beni culturali neghino qualunque diritto di cittadinanza a quegli stessi criteri disinvolti di intervento sui manufatti spesso così drammaticamente sopravvissuti alle superfetazioni e manomissioni più arbitrarie. In questo caso, il vero interrogativo è dunque: questa strategia integralmente conservativa, cioè criticamente aperta all’accettazione delle manipolazioni stratificate e dei segni depositati in passato secondo modalità e un costume oggi non condivisi, va estesa di diritto anche agli effetti di atti genericamente "artistici" almeno apparentemente privi di conseguenze negative dal punto di vista conservativo, ma comunque portatori di un messaggio o per lo meno espressioni di un disagio culturale o di critica sociale? Come certe opere dei writer più incalliti ormai passati alla storia dimostrano (ad eccezione degli scarabocchi più insulsi intesi a sfregiare anziché ad arricchire lasciando sedimentare un messaggio autentico), non è possibile liquidare il problema tanto facilmente, dato che il supporto di quei graffiti è generalmente esso stesso parte di un paesaggio urbano o extraurbano non sempre privo di interesse. In questo caso non esistono certezze nè facili risposte preconfezionate da vademecum tascabile. L’unica cosa certa è che basta riflettere un po’ per accorgersi che il problema è legato strettamente alla specificità delle situazioni e non si lascia facilmente ricondurre, o ridurre, a quello di una "magnifica piazza italiana" o di altri capolavori abbandonati alle smanie di sedicenti creativi bramosi di lasciare la propria firma alla posterità. [ Technorati Tags: , , , ]

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