Sgarbi e quotidiani: la drammatica vicenda del Portello

Nonostante la presunta genialità di certi titolisti e alla faccia di chi vorrebbe liquidare Vittorio Sgarbi come attaccabrighe e polemista facile al battibecco sterile, apprendo dal Corriere che il suddetto assessore alla cultura del Comune di Milano sta dimostrando una ammirevole sensibilità per i problemi del suo ambito di competenza istituzionale. La disavventura capitata qualche giorno fa in relazione alla mostra sull’arte gay "Vade retro" da lui curata era stata un argomento utile ai suoi detrattori solo in apparenza, visto che all’apertura milanese si era opposto categoricamente a tutela della stessa mostra, urlando alla censura proveniente dal suo stesso schieramento di appartenenza dopo il veto del sindaco Moratti all’esposizione di alcune "opere". Fermo restando che il giudizio critico su di esse andrebbe sempre circostanziato al contesto di provenienza, sempre che ne esistano i presupposti, ma anche che le tensioni culturali proprie dell’epoca in cui viviamo richiederebbero un sano buonsenso persino agli artisti, soprattutto quando intervengono su tematiche, simboli e figure di ambito religioso, quale che esso sia. Il resto sono solo fregnacce funzionali all’ideologia di questo o quest’altro schieramento.

Ma torniamo a Milano, dove stavolta Sgarbi ha preso posizione contro la realizzazione dei lavori per il nuovo tunnel tra piazza Kennedy e via Gattamelata, che si inserisce nel quadro del programma viabilistico funzionale al completamento dei lavori di ristrutturazione urbana dell’area del Portello. Progetto che ha visto negli anni Novanta, prima del recentissimo raddoppio dell’ente fieristico nel manufatto ciclopico del polo di Rho-Pero progettato da Massimiliano Fuksas, un ampliamento della sede originaria della Fiera Campionaria (ora destinata ad essere rasa al suolo dal progetto Citylife) per proiettare sull’asse di via Scarampo una lunga stecca edilizia, già realizzata e sede di importanti manifestazioni espositive, ai danni della storica fabbrica milanese dell’Alfa Romeo.

Sostanzialmente cancellata dal sorgere di quell’ampliamento, la sede dell’Alfa al Portello era stata, dalla fondazione del marchio fino alla metà degli anni Ottanta, un insediamento industriale di portata paragonabile a quella del vasto complesso del Lingotto torinese (che ha avuto ben altre sorti ed esiti culturali) e dotato di straordinario valore architettonico in termini di archeologia industriale e di ordine simbolico, venendo tra l’altro immortalato da Luchino Visconti in "Rocco e i suoi fratelli". Parte, in quanto tale, di un patrimonio culturale unico e strettamente connesso nelle sue varie manifestazioni, oltre che emblema di un’epoca che è già stato e sarebbe volgare e ignorante finire di cancellare. Quella del miracolo economico, della grande immigrazione dal Sud, della "Milano capitale morale" in grado di metabolizzare per anni orde di disperati destinati a un futuro di rispettabilità in tuta blu, ma quasi borghese per il prestigio della grande azienda automobilistica, il suo legame con la città, il suo spessore quasi "civico".

Ciò che ne resta oggi, tra i ruderi di un complesso edilizio già sventrato, è la "portineria" della grande fabbrica, contro la cui demolizione l’assessore alla cultura ha mobilitato la propria passione conservatrice coinvolgendo esponenti politici inospettabili (An) della maggioranza locale, tra l’altro tra l’indifferenza dell’opposizione. A dimostrazione del fatto che le testimonianze di cultura legate alla storia della classe operaia sono tutt’altro che monopolio di una certa parte politica, attraverso la consapevolezza che fanno parte irrinunciabile dell’identità di grandi città come il capoluogo lombardo. Cioè di tutti.
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3 commenti a “Sgarbi e quotidiani: la drammatica vicenda del Portello”


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