Dalla Lapis nigra a “nigger”: quando l’ideologia si fa epurazione culturale

La National Association for the Advancement of Colored People, organismo statunitense per la difesa dei diritti della popolazione afroamericana, ha celebrato il funerale simbolico della parola nigger, negro. Un evento che ha visto la partecipazione gioiosa di centinaia di persone, presumibilmente non solo di colore. Il termine è considerato infatti degradante in quanto associato alle radici della gente nera nel periodo dello sfruttamento razziale in cui la schiavitù era normale prassi funzionale al reperimento di manodopera economicamente ideale per il lavoro nelle sterminate piantagioni di cotone e tabacco del sud degli States. Al punto che nessuno ha ormai più il coraggio, nell’America liberal e nei paesi di cultura anglosassone del politically-correct ad oltranza che certo italiume si sforza di importare selettivamente, di pronunciare quel termine considerato inaccettabile, sostituendolo con la più neutra ed asettica denominazione di N-word.

Ma la parola nigger è ancora in uso in alcuni settori delle nuove generazioni, soprattutto nell’ambito della cultura hip-hop. La civiltà di una nazione si uccide anche eliminandone quei documenti viventi che sono le parole scritte con il sangue dagli avi e trasudate nella vita quotidiana dei loro eredi, oltre che assorbite dall’uso letterario. Si epura la lingua sottoponendola ad una pulizia etnica e innalzando l’operazione a demagogico simbolo di riscatto, autodeterminazione ed emancipazione "culturale", e il gioco è fatto. Mentre è nel nome di questi stessi ideali che con fierezza gli interpreti della cultura di strada si fanno testimoni di un passato storico che semplicemente non può essere azzerato, a meno di ignorare o disconoscere le proprie radici, la propria identità culturale. Condivise, tra l’altro, da tutta la musica leggera moderna: dal blues al gospel, dal jazz al rock.

Simili operazioni di sterilizzazione identitaria ricordano da vicino le campagne di "normalizzazione autarchica" della lingua subite in epoca fascista ai danni del verbo della "perfida Albione", nemico giurato. Ricordano gli eccessi grotteschi di una lingua francese che nel 2007 rifiuta ancora di aprirsi all’inevitabile onnipresenza dell’Inglese ripiegandosi sull’imposizione sciovinista di espressioni e modi linguistici francamente imbarazzanti, sulla scia di un’inquietante e nuova autarchia linguistica, anacronistica e dai riflessi nazionalistici, che si esalta nella contrapposizione frontale al mondo d’outre-mer.

Ma soprattutto richiamano certi aspetti degeneri di politica di gestione e "restauro" delle architetture ereditate dal passato che avevano l’unica colpa di recare i segni materiali di un’epoca sgradita alle ideologie del momento. Centinaia di cappelle barocche concrezionatesi su monumenti romanici e sculture che ricordavano l’Ancien régime cadute miseramente sotto il piccone degli entusiasmi demolitòri di epoca illuministico-neoclassica e storicistico-romantica. Interi quartieri storici cancellati dalle smanie celebratorie e igienistico-risanatorie del Ventennio. Ma anche edifici di epoca fascista testimoni di una declinazione unica al mondo del paradigma del Razionalismo architettonico europeo, eppure spazzati via dalla furia partigiana dei vincitori nell’immediato dopoguerra.

Quante vittime nobili, evanescenti come la parola o pesanti come la pietra, dovranno ancora subire il linciaggio politico-ideologico dei fautori della Cultura Unica? Lunga vita alla cultura negra, che ha avuto la forza di affermarsi nonostante e grazie alle frustate ricevute in altri tempi, senza i quali oggi non potremmo essere qui a parlarne.
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4 commenti a “Dalla Lapis nigra a “nigger”: quando l’ideologia si fa epurazione culturale”


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