Premessa. Uno dei motivi che mi hanno spinto ad aprire questo spazio è rappresentato dal mio interesse per tutte le espressioni culturali in senso lato, che non penso debbano limitarsi alle fonti ufficiali, predigerite e filtrate attraverso le maglie di un’informazione o di una cultura altrettanto ufficiale o, come si dice oggi, mainstream, in quanto tali inevitabilmente almeno in parte asservite ad interessi politici, ideologici ed economici, ma debbano essere il più possibile autentiche, spontanee, di prima mano senza essere per questo poco meditate. La storia recente del web e la sua evoluzione semantica verso il Web 2.0 traboccano di esempi di voci provenienti "dal basso" che hanno arricchito il dibattito sui temi più svariati, portando contributi originali e testimonianze spesso scomode con cui chi si esprime dall’interno di un apparato consolidato, sia esso di carattere politico, mediatico o culturale, ha dovuto fare i conti. E’ uno degli effetti del matrimonio tra l’era digitale, l’evoluzione delle tecnologie informatiche di massa da un lato, e il pensiero debole novecentesco, la crisi delle grandi ideologie, il miscuglio delle razze e delle culture e naturalmente la globalizzazione che caratterizzano il grande calderone della realtà odierna dall’altro. La cosiddetta blogosfera, con la filosofia di comunicazione trasversale e multi- e iper-connessa che ne anima le espressioni più varie, ne sono uno delle manifestazioni più interessanti. Fino a qui tutto bene. Ciò che discuto sta nella qualità delle affermazioni esistenziali che la stessa blogosfera porta sempre di più alla soglia della coscienza, o più spesso dell’incoscienza.
Autoreferenzialità. Uno dei temi più discussi recentemente da alcuni blogger più o meno influenti è stato quello dell’autoreferenzialità. Il tema prometteva bene, ma non mi pare che abbia prodotto un dibattito all’altezza delle aspettative. Esiste un’ampia fetta della blogosfera italiana che liquida le potenzialità e la forza penetrativa dello strumento-blog come fenomeno narcisistico, ripiegato su se stesso, simile a qualcosa di molto somigliante alla chiave d’accesso ad una setta iniziatica dai percorsi e rituali codificati. In cui i blogger parlano sostanzialmente di, per e con altri blogger, senza fondamentalmente cercare l’interazione con altri mezzi di comunicazione o ambienti socio-culturali se non entro i limiti di una costante speranza di anticiparli o porsi in rapporto antitetico e di superiorità morale rispetto ad essi. Una fetta della blogosfera nostrana malata di snobbismo che aspira ad affermarsi come ambiente autonomo e chiuso, refrattario alle interferenze e contaminazioni sgradite e incapace di influenzare la realtà o la rappresentazione che di essa è possibile fornire comunicando con il più ampio raggio d’azione possibile.
Orizzonte Aperitivo. Un paesaggio umano non per questo privo di interesse antropologico e sociologico, spesso paleontologico, ma che si guarda bene dallo sfruttare le enormi risorse disponibili, risolvendo i propri sforzi in una prevalente se non esclusiva celebrazione scontata del solito armamentario ideologico incline ad un socialismo di maniera e tecnofilo, materialista e genericamente pacifista, solidarista e antispiritualista, superficiale e godereccio. Celebrazione rigorosamente allergica a qualunque slancio ideale o tensione all’astrazione che travalichi la dimensione sensibile del quotidiano testimoniata dall’aperitivo inteso come quintessenza dell’affermazione di un sé sottratto ad attività più decorose ed ultima frontiera mondano-sociale ed eventualmente esistenziale immaginabile per il vero radicalchic che si rispetti. Un sottoinsieme della rete incapace di concepire l’utilità del dissenso e della critica come stimolo estraneo all’insulto e veicolo di rapporto dialettico non necessariamente funzionale alla scelta del prossimo modello di calzatura in cui trascorrere la stagione calda, insofferente verso chiunque professi idee diverse dalle proprie mentre esalta ipocritamente il valore delle diversità, all’oscuro dell’utilità della provocazione come sprone per un dialogo che non si esaurisca in un confronto o in un’ostentazione di curriculum (la notizia è che in italiano il plurale di un termine latino resta singolare). Una parte abitata della rete che continua a rigurgitare idee premasticate svilendo l’eventuale originalità dei contributi con etichette da avancassa di supermercato cui reagire con stupore da re magi e un pizzico di fastidio, perché obbligano a riflettere.
Microblogging a perdere. Un mondo (sub)sublunare percorso da tensioni inconfessabili e sorrisi di circostanza, interamente risolto all’apparenza nell’approvazione e nel compiacimento reciprocamente consolatorio, in realtà rigorosamente sottomesso al rispetto di una nomenklatura dal rigore quasi massonico o staliniano. Il tutto naturalmente riferito solo alla realtà italiana, con le mentalità, i ritmi e le passioni che le sono proprie. Come considerare altrimenti la maggioranza dei post che compaiono ogni giorno sui siti di questa fetta di blogosfera italica? Con poche eccezioni, ormai si pubblica con la frequenza e la profondità con cui si respira, svuotando i contenuti di qualsiasi interesse che non sia riferibile a ciò che riguarda l’ultima ossessione tecnologica, gastronomica o modaiola (il che potrebbe anche avere un senso) oppure non sia considerabile come una ricaduta immediata della discussione svoltasi nei tre minuti precedenti attraverso i nuovi strumenti di microblogging. Chi "blogga" lo fa ormai prevalentemente adeguandosi a modalità comunicative e stilemi linguistici prefissati da altri, lungo sentieri già percorsi e in repertori ormai approvati, nella speranza di acquistare la visibilità e di mantenere il riscontro che derivano dall’ingresso nelle grazie della blogstar di turno — un concetto che contraddice in nuce la stessa nozione di blog — blogstar che detiene le posizioni più elevate nel ranking nazionale stabilito da altri blog a loro volta sempre alla ricerca di conferme grandi o piccole.
Conclusioni. Si blogga per promuovere prodotti mediocri scambiati per geniali e alimentare un circuito adolescenziale se non infantile che poggia sul disimpegno e le gozzoviglie offerte da uno sponsor a sua volta in cerca di visibilità. Si blogga per stimolare nuovi bisogni tra il demenziale, l’umiliante e l’avvilente ma dal comune denominatore tecnologico e quindi poterli soddisfare, creando e diffondendo sensibilità sempre più disumanamente materialistiche nel paradosso della negazione più sdegnata del consumismo, ma purché proveniente da oltreoceano. Finendo per garantire quegli stessi interessi economici, solo ad una scala più piccola, ai quali si vorrebbe sottrarre il monopolio dell’informazione "di regime", prestandosi al compromesso ideologico in modo tanto più greve in quanto meno dichiarato o consapevole, in un pantano di disimpegno e assopimento delle eventuali facoltà critiche.
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Molti pensano che il blog sia un mass media, e come tale quindi dotato delle potenzialità degli altri mass media, ovvero di fare opinione creando contenuti che vadano oltre i suoi confini influenzando la società. E di fronte all’inutilizzo di tali potenzialità ci si stracciano le vesti polemizzando sulla superficialità e l’autoreferenzialità dei blog. Ma i mass media lo sono perchè hanno masse a fruire un prodotto creato da un numero limitato e inferiore di produttori. Non è il caso dei blog: gli scrittori superano forse i lettori, nella stragrande maggioranza dei casi chi scrive ha di fronte una platea veramente minima di lettori…che generalmente sono o divengono conoscenti (reali o virtuali) dell’autore. Quindi più che nella situazione di un giornale autoedito siamo di fronte alla situazione che si crea in un bar, dove un chiacchierone parla di ciò che gli salta in testa circondato da compagnoni vecchi e nuovi, pronti a intervenire o ad aprire un nuovo "post". E, proprio come nei bar, si ciarla dei fatti propri o dei temi messi in agenda dai veri media…nella maniera superficiale di chi sta solo ammazzando il tempo, così è nei blog. Non c’è molto da stupirsi o da teorizzarci su…altrimenti si rischia di iperconcettualizzare una cosa genuinamente varia…quasi sempre superficiale, talvolta profonda - come sanno esserlo poche persone, anche in un bar.Saluti.
Red, io sono del parere che per fare opinione occorra innanzitutto averne una, il che non è sempre scontato neanche per i media tradizionali. Tanto meno al bar. Mass media forse no (in Italia e per quanto tempo?), ma tra i new media i blog li metterei, comunque dominati ancora dall’uso della parola. Condizioni in cui badare a come e perché la si usa non è mai una questione secondaria. Apparterrò a una minoranza, ma credo che proprio con le più strette conoscenze si debbano misurare le parole e gli argomenti, non necessariamente impegnati: il blog è tutto sommato prevalentemente un gioco, ma giocare è una cosa seria!