LitCamp: le rate dei sogni

L’idea di incontrare fisicamente altri blogger italiani in un barcamp si è ripetuta oggi con il LitCamp di Torino e con quello apparentemente più defilato di Matera (c’era di mezzo, anche geograficamente, un Family Day). Iniziative lodevoli e, a giudicare dai resoconti live-video e fotografici, ancor una volta ben organizzate e probabilmente riuscite da diversi punti di vista. A Torino, l’àmbito di discussione era quello editoriale e letterario, prevalentemente per lo stimolo e le congiunture pratiche forniti dalla contemporanea e ben più caotica kermesse libraria ospitata dal capoluogo piemontese. Favorire la circolazione di informazioni e contatti grazie all’immediatezza dell’incontro personale è sempre utile e può risultare gradevole, grazie anche all’ambientazione nell’ennesimo edificio storico-monumentale (Palazzo Graneri dopo il Ducale di Genova), ma…

L’impressione che personalmente ho tratto dall’evento grazie ai suoi riflessi inseriti in rete anche in tempo reale è stata che si cercasse e concedesse più spazio alla costruzione di concrete occasioni di business anziché allo scambio di idee e al rapporto umano con figure magari mai incontrate, ma note grazie alla scrittura di blog più o meno influenti o popolari. Per carità, niente di male nel cercare un ritorno economico in un barcamp. Coerenza vorrebbe però che poi, allora, non si cogliesse ogni occasione di riferimento alle velleità letterarie più svariate, come mi sembra sia avvenuto, per criticare il peso dell’aspetto affaristico nella selezione e valorizzazione dei talenti letterari da parte dell’editoria intesa come attività imprenditoriale. Più di uno dei blogger presenti si è lanciato con sdegno contro le pratiche infide del capitalismo editoriale. In fin dei conti, a parere degli stessi organizzatori è prevalsa in questo barcamp, rispetto ad altri, una partecipazione di estrazione meno strettamente tecnico-informatica e più basata su competenze attinenti alla sfera del marketing, dell’advertising e della comunicazione.

Insomma, non mi si venga a raccontare che chi si prenota per prendere la parola in un barcamp abbia come finalità principali quella di stringere nuovi e commossi rapporti di amicizia e rafforzarne di preesistenti piuttosto che quella di affermare competenze e professionalità da sfruttare nell’ottica di un vantaggio imprenditoriale, magari non necessariamente immediato. Perché il semplice fatto di avere un blog, spesso, vi è altrettanto e similmente orientato, rappresentando uno straordinario mezzo di promozione personale in condizioni di concorrenza pressoché perfetta legata alla facilità di accesso al mezzo e alla difficoltà di emergere o farsi almeno notare in un oceano di blogosferica concorrenza. Figurarsi apparire in carne ed ossa a sorseggiare un bicchiere di Agliànico del Vulture di San Lorenzo sullo sfondo di un’inquadratura dell’implacabile Robin Good.

Dietro la famosa retorica della produzione di valori, significati e pratiche virtuose dal basso si nasconde insomma un istinto spesso puramente affaristico, magari dei più rapaci. Tanto più sgradevole quanto più servito in salsa prevalentemente demagogica, ossia rivestito delle implicazioni ideologiche della perfetta partecipazione democratica. [ Technorati Tags: , , , , ]
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6 commenti a “LitCamp: le rate dei sogni”


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