Un ConcertOne, per farsi riconoscere

Anche quest’anno, il concertone del 1° maggio in piazza San Giovanni a Roma è passato. Con il suo corredo di figuracce al seguito e nonostante un livello musicale lievemente più alto del solito, il che è tutto dire per chiunque non abbia assistito alle edizioni pecedenti. Con il suo bagaglio di propaganda politica d’accatto ad anticipare l’esibizione degli "artisti" più convinti che la musica debba "lanciare messaggi" connotati politicamente (ovviamente a sinistra, ovvero ossessionati dal Lord Voldemort della politica italiana) anziché essere pura evasione, puro godimento estetico. Quando la musica diventa un dettaglio e come se problemi e diritti dei lavoratori fossero prerogativa di una parte politica, sempre la stessa. Tra gli highlight di quest’anno, a parte la finezza del solito sfogo anticlericale imbecille quanto all’apparenza isolato del Rivera anti-abatino, meritano la menzione d’onore:

  • la totale inconsapevolezza, da parte di autori e conduttrice, di una pur vaga distinzione tra rock e rock ‘n’ roll — quest’anno si intendeva celebrare i cinquant’anni dell rock italiano a partire dalla presunta origine in Mai ti dirò di Adriano Clentano (che si è giustamente  guardato dal partecipare) — mentre si procedeva, in realtà, alla mediocre commemorazione (funebre) degli esordi del massimo epigono nostrano di Elvis.
  • la chicca servita dalla Gerini per riferirisi alla mini-maratona promossa da un’ente not-for-profit come "mini-maratona mica tanto: sono (ben) 5 chilometri!"
  • l’incapacità della stessa di togliersi di dosso lo sguardo trasognato e l’aria da intrattenitrice di sagra paesana per approfittare della presenza del grande e ottantunenne Chuck Berry e scodellargli un paio di domande giuste a fine esibizione, nonostante i legittimi dubbi che avesse gli argomenti e soprattutto i mezzi per farlo. Mostrando, d’altra parte, un approccio che avrebbe ancora una volta segnato l’apoteosi della Sindrome di Pippo Baudo: inutile concordare con la guest-star di turno i contenuti di un’esibizione come previsto dall’abicì dell’event-managing, tanto ci sarà sempre una brava presentatrice disposta a sputtanare cinquantanni di una carriera da inventore di un certo modo di suonare e interpretare il rock ‘n’ roll, facendo da ponte verso il rock. Go Johnnie go. Fa testo al riguardo la magistrale risposta servita dal grande Slowhand ad una cinguettante e retorica Carlucci a caccia di dichiarazioni di circostanza alla fine di un’esibizione magistrale durante l’edizione del ‘96 del "Pavarotti & Friends": - I just play.

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5 commenti a “Un ConcertOne, per farsi riconoscere”


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