Di Archimede, palinsesti ed autenticità

E’ di ieri la notizia che le analisi condotte su un libro di preghiere del XIII secolo a partire dalle osservazioni di tecnici e studiosi del Walters Arts Museum di Baltimora, USA, avrebbero permesso di riportare alla luce il testo di uno dei primi commenti conosciuti alla Logica di Aristotele, vero e proprio pilastro di tutto il pensiero filosofico del mondo occidentale. Il testo del commento sarebbe depositato come strato più antico di un famoso manoscritto noto come Palinsesto di Archimede. Le annotazioni giacevano infatti al di sotto di altre due opere già rilevate in epoca moderna: un testo del filosofo e matematico siracusano vissuto nel III secolo a.C., scoperto nel 1906, e l’unica opera scritta lasciata da Iperide, politico ateniese vissuto nel IV secolo a.C., scoperta sotto la coltre di inchiostri più recenti soltanto nel 2002. Il commento è stato individuato in questi giorni grazie a sofisticate tecniche di imaging multispettrale che utilizzano immagini fotografiche realizzate secondo diversi valori di lunghezza d’onda, e rappresenta secondo gli studiosi della Stanford University uno dei primi interventi, databile al II-III secolo d.C. e attribuibile ad Alessandro di Afrodisia, nel dibattito scaturito dalla teoria della classificazione logica prevista da Aristotele in base alle categorie descritte in una delle sue opere più importanti.
Ma che cosa si nasconde dietro tutto questo?

Il manoscritto più recente non è che — ma avercene! — un libro di preghiere di epoca medioevale attribuito a John Myronas (Johannes Myronensis?). Probabilmente un monaco, dato che all’epoca non doveva essere esattamente facile che un testo scritto, e soprattutto le competenze necessarie per compilarlo e leggerlo, fossero custoditi in un luogo diverso dallo scriptorium di un monastero, o comunque di una comunità religiosa stabile.

Come è noto (si fa per dire), il termine palinsesto riveste un significato che travalica quello più vicino al pubblico multimediale di "attività o documento riguardante la programmazione degli spettacoli trasmessi da una rete televisiva o radiofonica", assumendo una posizione chiave nella disciplina della paleografia, che è lo studio dei manoscritti prodotti fin dagli albori della cultura umana e in particolar modo a partire dall’epoca classica greco-romana e dall’uso di supporti materiali di origine animale (pergamena) e vegetale (diversa dal papiro). Uno studio spesso complicato, oltre che dalla necessità di misurarsi con strutture, forme e modi linguistici lontani da quelli attuali, anche dal ricorso a grafie molto distanti dalla sensibilità moderna/odierna e ad abbreviazioni e simbologie solo parzialmente codificate, conoscibili e ri-conoscibili filologicamente mediante il confronto critico e la ricchezza delle produzioni manoscritte ospitate presso i moderni archivi di stato nazionali, oltre che attraverso la mole delle specifiche bibliografie che le riguardano. Uno studio spesso reso possibile o quantomeno molto più proficuo solo da congrue doti di pazienza e spiccata sensibilità personale, maturata per una materia di osservazione alquanto sfuggente con tempi e modalità di applicazione non sempre tra i più seducenti.

Uno degli aspetti più affascinanti della ricerca paleografica è indubbiamente rappresentato dallo studio dei palinsesti, nome che nell’ambito specifico serve a indicare i codici stratificati anticamente ottenuti riciclando per un nuovo uso, a causa dei costi economici imposti dalle varie difficoltà di approvigionamento, pergamente già utilizzate per la stesura di testi precedenti e spesso molto più antichi, che venivano raschiati via ovviamente con mezzi manuali approfittando della particolare consistenza fisica di un materiale simile al cuoio, allo scopo di ospitare una nuova opera scritta o miniata. Testi dal valore storico e/o letterario spesso inestimabile venivano dunque sacrificati senza troppi complimenti a vantaggio di altri più urgenti, mantenendo tuttavia attraverso i secoli tracce fisiche più o meno chiare degli spesso numerosi strati sottostanti, la cui ricostruzione ha ricevuto ovviamente un incremento notevole se non decisivo, in ambito paleografico o comunque in termini complementari alla disciplina, grazie alle moderne tecniche di indagine fisico-chimica e soprattutto, appunto, a quelle di più raffinata analisi delle immagini consentite dalle recenti tecniche e tecnologie digitali.

Il che ha permesso, tra l’altro, di aprire squarci soltanto virtuali ma non meno preziosi sui contenuti di documenti di rilevanza straordinaria non solo in termini puramente archivistici, ma proprio per la complessità storica che essi recavano fisicamente impressa. Documenti per i quali la fruizione dei contenuti più antichi può quindi avvenire solamente evitando di ricorrere alla rimozione meccanica del substrato di quelli più recenti per la scarsissima consistenza fisica del supporto materiale dell’opera, o meglio degli strati variamente segnati dalla cultura umana di cui tale supporto si compone. Un approccio che dovrebbe sempre caratterizzare anche l’accezione del termine palinsesto propria dell’ambito della conservazione degli altri beni culturali, ovvero prevalentemente quelli di pertinenza pittorica e soprattutto architettonica. Ancora di più che nelle opere dipinte, è infatti pressoché impossibile imbattersi in manufatti architettonici di almeno qualche decennio di età senza rendersi conto di trovarsi al cospetto di qualcosa di molto simile a quanto descritto da un articolo riguardante il Palinsesto di Archimede. Qualcosa che è alla base del concetto di autenticità di un’opera, o più in generale di un manufatto umano, e che rende superfluo tutto il ciarpame retorico relativo all’ambigua categoria concettuale dell’originale, comunque la si voglia declinare in qualsiasi argomento degno di considerazione estetica. Forse che il libro di preghiere sia meno originale, e dunque non altrettanto autentico, del commento aristotelico? Forse che una pavimentazione o un intonaco settecenteschi abbiano minore dignità culturale di una decorazione gotica?

Perché l’architettura del nuovo, di qualsiasi epoca sia espressione, è quasi sempre legata all’intervento su un substrato esistente più o meno "nobile" (ma tale solo per chi è privo di una consapevolezza e cultura conservative che prescindono da pre-giudizi e graduatorie tra "monumenti" e resto dell’edificato) che spesso è a sua volta risultato della manipolazione più o meno consistente o intenzionale di una configurazione e soprattutto di una fisicità preesistenti (l’architettura non è un’arte figurativa), che non possono mai essere del tutto rimosse e finiranno per condizionare sempre in qualche modo lo strato più superficiale del progetto più recente. Per essere individuati, magari a distanza di secoli, da chi coltiva una passione viscerale per la permanenza e la storia dei segni tangibili delle epoche e delle culture passate nella loro autenticità materiale, su cui progettisti senza scrupoli di ogni tempo non hanno mai esitato ad abbattere la propria furia demolitrice.
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[ foto: court. Owner of Archimedes’ Palimpsest ]

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