Quando un rapimento non fa notizia

Alan Johnston, affermato reporter della BBC, è scomparso dalla striscia di Gaza da più di 3 settimane (dallo scorso 12 marzo) e nulla si sa ancora della sua sorte. Si era trasferito in quella zona per fare meglio il proprio lavoro, per poter raccontare meglio le difficili condizioni di vita della popolazione in quel lembo di terra travagliato del Medioriente. Eppure i governi occidentali sembrano tuttora indifferenti alla sua vicenda e la maggior parte dei media preferisce parlare anche in Italia di paranoie da buvette parlamentare, di pruriti da sala d’aspetto di pollaio ridecorato a studio professionale, di risse di portineria a sfondo giudiziario. Nulla sembra poter scalfire la calma sicumera della stampa nazionale dopo il lieto fine della lunga veglia di preghiera culminata nello psicodramma collettivo dell’affaire Mastrogiacomo, nella sua liberazione e soprattutto nell’allegra scarcerazione di una manica di tagliagole e bombaroli dalle galere afghane, per la gioia dei nostri militari che rischiano la pelle nella regione.

Nulla interessa al giornalismo de noantri appassionato di tette e culi ruspanti, delle vicende di un inviato diventato corrispondente per scelta da una delle aree più calde del pianeta. Le organizzazioni mediche, umanitarie e non governative tacciono. Per non parlare delle piazze nostrane, più o meno nobili, desolatamente vuote di manifesti che rechino nomi o volti di sembiante anche vagamente anglosassone. Che abbia a che fare con la nazionalità pericolosamente affine a quella del gruppo di ostaggi in mano al pazzo di Teheran? Che rischi di profilare uno sgradito elemento sovversivo nel consolatorio panorama geopolitico con cui Sinistralia e le sue succursali oltreconfine puntano a rappresentare i devastanti rapporti di forza da sempre e più che mai esistenti tra i governi occidentali e chi non esita a fornire trapunte ideologiche a chiunque veda nella propria esplosione in asilo-nido la massima espressione di un’identità di uomo o donna?

In fiduciosa attesa di segnali di vita cerebrale altrove, giornalisti palestinesi hanno coraggiosamente sfilato imbavagliati fino agli uffici del governo locale e indetto uno sciopero di tre giorni nella copertura della cronaca dei fatti legati ai vertici politici del paese, allo scopo di sollecitarli a impegnarsi a favore di una risoluzione positiva e pacifica di quello che pare essere finora un rapimento non rivendicato. Rivolgendosi al Primo ministro Ismail Haniya e a quel Mahmoud Abbas alias Abu Mazen che, chiaramente all’oscuro della gravità di un disturbo da personalità multipla o delle gioie dell’avanspettacolo, vorrebbe dare a bere al mondo intero di essere espressione democratica delle forze moderate della nazione palestinese. Alle altre manifestazioni all’esterno della sede della BBC di Londra si sono aggiunti intanto appelli online e la lettera aperta pubblicata dal Guardian a tutta pagina nell’edizione di lunedì per attirare l’attenzione di un’Europa anestetizzata dai fumi del socialismo più sfacciatamente antioccidentale e integrazionista quando non dichiaratamente filoislamista, e manifestamente ignara della possibilità di indignarsi o mobilitarsi per cause umanitarie legate anche solo parzialmente a contesti civili, sociali e culturali radicati ad ovest di Cipro. Per eventuali avvistamenti di riflessi sui media nazionali, apply within. [ Technorati Tags: , , , , , ]

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2 commenti a “Quando un rapimento non fa notizia”


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