Articoli del Febbraio 2007

Perché Sanremo è blasfemo

Dopofestival condotto da Chiambretti. Per festeggiare il bicentennale d’attività di Paolo Zaccagnini del Messaggero (identico fin dai tempi di Ecce Bombo), lo presenta con tanto di aureola luminosa e accordo d’organo da cattedrale.
Piero, rivolto ai Facchinetti: — Chi è il padre?
Qualcuno insinua l’idea che l’irresistibile Antonio Cornacchione abbia fatto uno sketch pro-Berlusconi.

Scambi ferroviari

Raffinata dimostrazione di non violenza sull’Eurostar Roma-Milano tra Fernando Rossi, senatore dell’Unione che ha contribuito alla crisi di governo, e Nino Frosini, segretario regionale toscano dei Comunisti italiani (ed ex pugile).
Le ha prese Rossi, guarda un po’.

L’appeal di Google Apps

Via Wired, segnalo (in inglese) questa interessante disamina di pro e contro delle Google Apps Premium, per le aziende, rispetto alla suite Office di Microsoft.

… a swift kick to the teeth delivered squarely in the direction of Microsoft.

The day after Prodi: Prodi

Dopo una nottata di bagordi e sacrosanti festeggiamenti dovuti alla mai precoce caduta inevitabile di un governo costruito a spese degli Italiani, è doveroso passare ad alcune già scontate riflessioni ed accorati interrogativi sul senso dell’azione di governo farsesca appena spirata. Un fatto assodato ma mai abbastanza ripetibile è ovviamente che la coalizione delle forze politiche nominalmente raccolte sotto l’insegna dell’Ulivo ha rappresentato una tragica forzatura fin dall’inizio. E’ troppo facile proporsi come maggioranza nascondendo peraltro goffamente, ovvero negando platealmente, divisioni interne che sono apparse da sempre incolmabili su quell’intero repertorio di iniziative realizzabili solo in un regime di tipo sovietico che è stato spacciato per programma politico da Prodi e compagni di sventura. Ma è soprattutto disonesto, nei confronti del paese che si aspira a governare, che ciò si sia tradotto in uno stratagemma volto a presidiare tutte le le posizioni di potere istituzionale e civile catalizzando la raccolta dei voti dell’elettorato che non si riconosce(va) nella Casa delle Libertà. Ma anche l’elettorato di sinistra ha, naturalmente, le sue colpe nel disastro in cui la carretta dell’Ulivo ha sprofondato l’Italia in pochi giorni, 280 — un istante in termini di democrazia parlamentare dell’alternanza — di avventurismo politico.

Perché è troppo facile e ipocrita accusare Prodi di "non aver mantenuto le promesse del programma" e aver tradito le aspettative dell’elettorato comunista o paracomunista, ovvero di centrosinistra. Perché erano promesse destinate a cadere nel vuoto, che racchiudevano in sé un destino patetico e servivano soltanto come giustificazione per inseguire un’identità politica inesistente all’insegna della menzogna, innanzitutto davanti a se stessi. D’altra parte, a poco servono l’ilarità e la tenerezza suscitate dagli elettori di entità da Ds e Margherita in giù, ma anche dei più finti radicali, nel tentativo di legittimare scelte che arrivano a stridere anche pesantemente con certe dichiarazioni di principio. La situazione è talmente semplice da non richiedere troppi giri di parole. Mentre l’immagine dell’Italia si risolve anche e soprattutto sullo scenario internazionale in un ennesimo zimbello di cialtroneria politica, culturale e istituzionale che non ha pari nella storia mondiale se non nei più scalcinati regimi dittatoriali del terzo mondo, da ieri sera l’Italia attuale si dibatte in una melma di infantile e verboso rassicurazionismo che sembra cercare nei passaggi costituzionali previsti durante le crisi di governo la ragione d’essere e la cifra di una stagione politica tra le più tristi della Repubblica: quella dell’instabilità del cambiamento perenne ma mai risolutivo. Sinceramente trovo che non ci sia da invidiare Napolitano: penso che il suo sia uno tra i compiti più gravosi dai tempi di D’Azeglio. Elezioni subito si impongono, per evitare di risuscitare un cadavere che già emana esalazioni mefitiche.

[ Update: va be’, è l’Unione. Cambia poco. Anzi, molto: non resta necessario molto fegato per chiamarla così? ]

Fu-fu (a.k.a: “Hai visto, stronzo!”)

Quella mattina a Dallas

Per più di quarant’anni dal giorno dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy durante una visita a Dallas il 22 novembre del 1963, la teoria del single bullet aveva ossessionato gli storici e i giornalisti convinti che un unico proiettile avesse colpito alle spalle sia il Presidente degli Stati Uniti che l’allora governatore del Texas John Connally, seduto davanti a lui nella limousine presidenziale. E che, quindi, i colpi provenissero dalla stessa arma, come ipotizzato dalla Commissione Warren. Ma un nuovo filmato amatoriale girato quel giorno 90 secondi prima degli spari fornisce adesso una conferma grazie ad una osservazione apparentemente banale. Il video è recentemente diventato di pubblico dominio dopo che John Jefferies, fotografo dilettante presente alla sfilata del corteo del Presidente, è stato convinto a donarlo al Sixth Floor Museum di Dallas dal genero, al quale ne aveva parlato in maniera del tutto casuale. Negli ultimi fotogrammi si vede chiaramente la prova mancante per liquidare la principale obiezione mossa in tutti questi anni dai critici della single-bullet theory, secondo la quale il mancato allineamento tra la posizione del foro di ingresso del proiettile sulla schiena di JFK, documentata dalle foto scattate in sede di autopsia, e di quelli riscontrati sulla camicia e la giacca indossate al momento dell’attentato permettesse di escludere la SBT. Malgrado il persistere di forti dubbi sulla teoria, sembra quindi crollare in modo drammaticamente semplice, come solo la realtà sa essere, anche l’ipotesi di una possibile manipolazione complottistica delle foto scattate in obitorio: sedendo nell’ultima delle tre file di posti dell’auto e stando appoggiato allo schienale, Kennedy si era leggermente insaccato negli abiti sollevandoli di quel poco necessario a provocare il disallineamento tra le posizioni dei fori. [ il video ]

Pig parade

Il governo della concertazione e della collegialità. Buon anno del maiale a tutti.

Qualsiasi studente desideri avere uno scambio di idee è graditissimo interlocutore. (T.P.S.)

San Pietroburgo, 77 piani di ignoranza

Il progetto per il nuovo grattacielo previsto a San Pietroburgo come sede della Gazprom prevede un edificio di 77 piani alto poco meno di 400 metri. La discussione tra autorità locali e sostenitori dell’iniziativa ferve: le posizioni appaiono come sempre inconciliabili tra sostenitori politici dell’urgenza di uno sviluppo non chiaramente identificato ed autorità locali, che asseriscono il bisogno di preservare il carattere orizzontale di una tra le più incantevoli città barocche del mondo. Putin, tra i più insigni nativi della città dell’Hermitage, se ne lava le mani già fin troppo indaffarate e imbrattate, ma propende come è ovvio per le prime. E’ interessante quanto avvilente notare che, nonostante le dichiarazioni e le etichette spesso inopportunamente quanto frettolosamente assegnate, persino le ragioni addotte da chi rifiuta un edificio come quello proposto risiedano in motivazioni che hanno ben poco a che fare con le istanze della Conservazione architettonica, giacché appiattite su considerazioni che trascurano del tutto l’unica permanenza del contesto costruito preesistente che si possa chiedere ad un cantiere previsto sul sito, ovvero quella materiale. Considerazioni imperniate, cioè, sull’immagine dell’architettura, sia questa nuova o storica, pretesto in nome del quale si sono da sempre compiute le peggiori devastazioni ai danni del costruito più o meno recente, spesso sacrificando patrimoni inestimabili solo perché non rispondenti al gusto o all’ideologia di pochi o di molti, e declassandoli ad esempi di arte figurativa cui neanche le cautele del restauro pittorico fossero dovute.

Anziché, dunque, sparare facilmente a zero sui promotori di operazioni imprenditoriali comunque deleterie, quale esempio migliore va citato, per questa concezione visibilistica dell’architettura, dello stesso riferimento addotto dai presunti fanatici della permanenza ad una astratta città orizzontale, ridotta ad altrettanto astratta categoria dello spirito priva di una consistenza fisica segnata dall’uomo con cui fare i conti caso per caso con scrupolo da vecchio medico condotto, anziché essere vista come materia stratificata da tutelare nella sua autenticità, problematica perché invano riconducibile ai modelli mentali degeneri del "Restauro" più o meno ufficiale ed istituzionale? Questo è il vero passatismo da cui guardarsi quanto dagli eccessi architettonici, e da evitare perché spesso altrettanto distruttivo che le operazioni speculative, ma spesso ancora più subdolamente ostile ai valori culturali della città ricca dei segni del passato. E ancora: "La nuova torre non sarà visibile dalla piazza Dvortsovaya", dice Sergei Kupriyanov per conto di Gazprom, insistendo che il sito si trova all’esterno del centro storico di San Pietroburgo. Il che equivale a considerarlo un’entità amministrativa imbalsamata, immaginando il rimanente tessuto urbano come terreno di frontiera del tutto sacrificabile alle scelte politiche più ciecamente indifferenti alla complessità storica di una città come San Pietroburgo. E ancora, si spiega: "La città non deve trasformarsi in un museo. La città deve svilupparsi". Non sorprendentemente, l’informazione per cui

"The site is one of the oldest in the city. It was a Swedish fortress before Peter the Great established St. Petersburg."

viene riportata dal Washington Post ma anche dai partecipanti al dibattito quasi di sfuggita, come una postilla riservata a topi di biblioteca ossessionati dal fascino delle anticaglie. Dimenticando che la fortezza svedese sarà semplicemente spazzata via, demolita, distrutta, abbattuta al sorgere del nuovo edificio, comunque esso venga immaginato e a prescindere dal numero dei piani e dalle eventuali citazioni di pezzi del "centro storico" che gli si vorranno dare, pezzi a cui guardare come zavorre nei confronti di un ideale anacronistico di "magnifiche sorti e progressive" di leopardiana e storicistica memoria. Ovvero, nel migliore dei casi, come polverosi vincoli anziché come preziose risorse.

Una gaffe massacrante

Quand’è che molti, troppi giornalisti impareranno la differenza tra lapsus, o svista, e gaffe? Un tempo si classificavano come queste ultime quelle circostanze in cui si compivano gesti o dicevano cose tragicamente imbarazzanti perché ferivano nell’amor proprio o nella dignità il destinatario o la vittima di turno creando situazioni oscillanti tra il grottesco e il patetico, vissute al momento del tutto inconsapevolmente dal protagonista e realizzate con dolore per lo più soltanto a posteriori. Non so, fare per stringere la mano ad un monco oppure scusarsi con una sposa per un regalo poco azzeccato dicendo che "si farà meglio la prossima volta". Ma loro no, imperterriti continuano a considerare gaffe magari esilaranti quello che non è altro che l’esito di azioni semplicemente poco meditate, oppure solamente disapprovate da chi le critica e le evidenzia, magari spacciando il moralismo per nota di costume o sberleffo politico. Suggestivi plurali di termini di origine greca e latina (i loghi, i referenda, i curricula) a parte, l’elenco delle stravaganze linguistiche degli acrobati della notizia con licenza di ignorare è sterminato, ma è impossibile tralasciare l’indifferenza per la distinzione ovvia tra massacrare e picchiare. Così, espressioni del tipo "massacrata di botte: prognosi di 15 giorni" diventano la norma e fanno scuola in un’Italia in cui i fondamentali sono da tempo un’opinione.

Koalapton

Tra un concerto e l’altro in Oz, Eric Clapton medita un rapimento. [ clicca sull’immagine per ingrandirla ]

My friend Sasha, reloaded

Grazie ai potenti mezzi della rete e dopo l’anticipazione della prima parte della lunga intervista-inchiesta "My friend Sasha" di Andrei Nekrasov, trasmessa in anteprima da BBC Two nel gennaio 2007, QT è finalmente in grado di offrire una traduzione integrale dei testi delle interviste ad Alexander Litvinenko e agli altri personaggi coinvolti a vario titolo nella tragica vicenda della sua morte avvenuta nel novembre 2006 per avvelenamento radioattivo con il micidiale Polonio 210.

Dopo aver ripercorso gli ultimi tre anni della vita di Sasha rievocando gli abusi e le violenze dei servizi segreti russi, alla morte del coraggioso ex-agente dell’F.S.B. (già K.G.B.), Nekrasov si ritrovò tra le mani un documento straordinario che, grazie ad alcune testimonianze-chiave lasciate non solo dal protagonista ma anche da giornalisti coraggiosi come Anna Politkovskaya nonché da collaboratori interni di un autentico regime e altri fuoriusciti in esilio politico all’estero, addita chiaramente in un’intera classe politica i responsabili della crisi di un paese, culminata in uno degli omicidi più inquietanti e controversi della storia recente. Un nuovo ringraziamento particolare va agli autori della segnalazione dell’esistenza di una versione alternativa del video dopo la rimozione dagli archivi di Google Video.
[ La prima parte ] [ Il testo integrale ]

Il mio amico Sasha - un omicidio molto russo
un film di Andrei Nekrasov
[ Traduzione di Slowfinger - 2a parte ]

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Un Google Video molto sovietico

Andrei Nekrasov è un giovane regista russo autore di un significativo film-denuncia girato in lingua inglese sugli ultimi tre anni della vita di Alexander Litvinenko, l’ex agente del K.G.B. sovietico e quindi dell’F.S.B. russo misteriosamente assassinato a Londra alla fine dello scorso anno per avvelenamento a base di polonio. Il video di "My friend Sasha, a very russian murder", dopo essere stato trasmesso dal canale televisivo britannico BBC Two lo scorso 22 gennaio, è rimasto disponibile sui server di Google Video fino a tarda notte per esserne rimosso nelle prime ore del mattino. Posso dirlo con certezza perché impossibilitato a concludere la traduzione in italiano dei suoi testi integrali, giunta esattamente a metà dell’opera. Nel film sono disponibili testimonianze inedite di esponenti della polizia segreta russa e dello stesso Litvinenko, ma anche del miliardario Boris Berezovsky, suo compagno di esilio a Londra, nonché, nella parte rimasta non tradotta, della compianta Anna Politkovskaya tra gli altri personaggi. Nell’intervista, la giornalista assassinata a Mosca additava senza giri di parole le responsabilità del governo Putin in alcuni degli atti "terroristici" più inquietanti che abbiano insanguinato la Russia degli ultimi anni, rilevando con amarezza l’indifferenza dei propri connazionali alla situazione di degrado civile e politico in atto nel paese. Riporto di seguito la traduzione parziale dei testi di "My friend Sasha, a very russian murder" nella speranza di ricevere segnalazioni sull’eventuale disponibilità di una copia del video nella sua integrità eseguita prima della censura nominalmente addebitata, probabilmente, a problemi di violazione dei diritti d’autore. Come se, per un simile documento storico, Nekrasov non avesse avuto e non avesse piacere di assicurarne la permanenza in rete indipendentemente da questi.

Il mio amico Sasha - un omicidio molto russo
un film di Andrei Nekrasov
[ Traduzione di Slowfinger - 1a parte ]

"Vi supplico
di
mostrare questo
video al mondo intero"

(Litvinenko) "Vi supplico, se dovesse succederci qualcosa, vi supplico di mostrare questo video al mondo intero, e di dire che queste persone sono capaci di commettere omicidi sia in questo paese che all’estero".

Nel mio cuore, non pensavo che avrei dovuto soddisfare la preghiera di Sasha e mostrare il video a chiunque. Non credevo che la condizione perché questo avvenisse, ovvero che qualcosa di brutto fosse accaduto a Sasha o alla sua famiglia, si sarebbe avverata. Ma così è stato.

C’era una sensazione di disagio nell’aria. La Russia stava festeggiando l’inizio del nuovo anno come aveva sempre fatto, ma sentivo che il paese stava entrando in una nuova era, nonostante in pochi fossero pronti ad ammetterlo. Una nuova feroce guerra stava dilaniando la Cecenia, ma tutti nella capitale fingevano che non stesse accadendo alcunché di anomalo.

[ Update: grazie ad Alitvi e Sendo per aver segnalato nei commenti la disponibilità del video in rete ]

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Gravatar’s back

Dal Gravatar Blog, aggiornamento del fondatore Tom Werner per tutti i Gravatar-dipendenti (*) :

I’ve kicked off the private Gravatar beta by opening it to the 32 volunteers that helped rate gravatars in the olden days. I’d like to thank them for all the time and effort they put in to help you get your gravatars rated in a timely manner.

In less than a week I will expand the beta to include anyone who has left a comment on this blog’s first post, so if you want in early, make sure to get your comment in. Spread the word!

[ * = Gravatar è un servizio di global avatar hosting per tutti gli utenti di blog con dominio indipendente. Insomma, è la diavoleria che permette di avere un’immagine personalizzata associata al proprio nickname accanto ad ogni commento pubblicato su quella tipologia di blog ]


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