Iran: ripartire da Zahra

[youtube width=”300″ height=”248″]VKOzBxNGpI4&eurl=[/youtube] Nel 2000, la cittadina iraniana Zahra Kamalfar prese parte con il marito a manifestazioni di piazza contro il regime teocratico di Teheran. Quattro anni dopo, l’8 luglio 2004, entrambi furono arrestati e incarcerati. Dopo otto mesi di carcere e durante un permesso di 48 ore ottenuto per vedere i propri figli, Zahra tentò con loro la fuga dall’Iran, entrando in Turchia con passaporti bulgari falsi essendo stati i loro documenti sequestrati dal regime iraniano. Mentre in Iran il marito di Zahra scompariva in circostanze misteriose, i tre riuscirono ad arrivare in Germania attraverso la Russia, ma le autorità tedesche si accorsero della falsificazione dei documenti e li rispedirono in terra russa, dove Zahra chiese asilo politico. Furono trattenuti e Inizialmente sistemati in un albergo interno all’aeroporto come è prassi per chiunque chieda asilo politico ad uno stato straniero, per essere successivamente obbligati a sostare nell’area di transito del terminal di Mosca come vagabondi, sottoposti ad abusi ripetuti e obbligati a rimanere giorno e notte all’interno dell’area dei servizi igienici pubblici, ma senza la possibilità di accedere a qualcosa di simile a una doccia o un bagno.

Da quel momento, i tre vivono l’incubo della prospettiva di un rimpatrio forzato che pare imminente di ora in ora e significherebbe ancora carcere e stupro nel migliore dei casi. Zahra e i suoi due figli sono solo tre nomi appartenenti ad una lunga lista di dissidenti interni e rifugiati iraniani che hanno lasciato il proprio paese clandestinamente in cerca di libertà, per essere dimenticati dagli stati occidentali in un limbo di indifferenza nonostante le richieste di uno status di rifugiati politici, in fuga da un paese in cui vige una tra le dittature teocratiche più opprimenti del mondo. Questo video, girato e diffuso clandestinamente da uno studente afgano di passaggio dall’aeroporto di Mosca, è stato pubblicato in rete dalla redazione di Pajamas Media lo scorso 18 novembre. In quei giorni, Zahra Kamalfar e i suoi due figli Ana e Davood, di 16 e 12 anni, erano intrappolati all’interno dell’aeroporto Sheremetyevo di Mosca già da ben 73 giorni. La testimonianza di Zahra suona drammatica nel riferire l’abbandono cui i tre sono stati sottoposti da parte delle autorità russe:

“Non abbiamo un posto in cui dormire, dove riposarci o dove lavarci. I miei ragazzi non vedono la luce del sole da 16 mesi, non vedono la luce del giorno né il buio della notte. La vita qui è davvero molto dura. I miei figli non hanno dove poter fare una doccia, l’unica acqua è quella proveniente dai bagni, beviamo l’acqua dei bagni. Nei bagni riempiamo secchi d’acqua nel cuore della notte al riparo dagli occhi delle autorità per lavarci. Non ho un posto in cui lavare i nostri vestiti, tutte le porte ci vengono sbarrate. Troviamo tutte le porte chiuse, io, mio figlio e mia figlia. Per favore, lasciate che i miei figli possano sentire la luce del giorno e la bellezza della notte dopo 16 mesi. Lasciate che i miei figli respirino la libertà, mentre qui non hanno rispetto per noi. La polizia ci ha attaccato, hanno gettato le nostre cose in mezzo alla sala dei transiti dell’aeroporto. Una donna poliziotto mi ha spinto contro il muro facendomi sanguinare la bocca, mi ha detto: “Hai troppa roba, non sederti qui, siediti là!”. Alcune notti tornava da noi e mi interrogava, chi sei, da dove vieni, dove vuoi andare. Qui non c’è umanità, non ci sono diritti umani, a nessuno qui importa di noi, nessuno sente il nostro grido. Ogni porta è chiusa, tutte le porte sono chiuse per noi. Ma io e i miei figli siamo qui ormai da 73 giorni, dormiamo sul pavimento. Hanno bisogno di molte cose, hanno bisogno del minimo indispensabile per vivere, che possano vivere liberi, voglio che veniate in nostro aiuto. Questo è mio figlio, ha 12 anni: vuole studiare, giocare, andare a scuola, passare del tempo con i bambini della sua età. Qui manca il minimo standard di vita. Mio figlio è nella fase della pubertà e ha bisogno di vitamine, ha bisogno che qualcuno gli tagli i capelli, sta perdendo i denti. Si è estratto con le sue mani tre denti da quando siamo qui, senza medicine. Io credo, credo in Dio misericordioso, credo nel fatto che sicuramente esistano persone che siano veri esseri umani e aiutino me e i miei bambini. Che i miei figli, ripeto, possano vedere il sole e la pioggia. Stanno sperando di poter fare un bagno caldo. Hanno dimenticato ogni cosa bella. E’ molto difficile. Vi supplico di venire in nostro soccorso e salvarci da questo inferno. Non piango perché devo essere forte, i ragazzi non devono vedere le mie lacrime e rido per dare loro una speranza, per resistere, per tenere duro. Ma adesso le mie lacrime cadono perché spezza il cuore ad una madre il fatto di vedere i suoi figli soffrire. Questa è la fine del mondo. Mia figlia è malata, ha macchie scure su tutto il corpo. Sta perdendo i denti, ha bisogno di un dentista, ha un’infezione a un dito e un fianco dolorante a causa del riscaldamento al minimo, il tutto a causa di una carenza di vitamine e nutrimenti essenziali. La sua vista si sta indebolendo e ha un disperato bisogno di occhiali da vista. Non abbiamo nessun comfort, nessuna protezione, ho paura per la mia sicurezza, per quella di mia figlia, persino per quella di mio figlio. Per favore, mettete fine a tutto questo”.

Il video si conclude informando che lunedì 20 novembre 2006 la polizia russa avrebbe deciso di consentire alla Repubblica islamica iraniana l’arresto di Zahra Kamalfar e dei suoi due figli perché venissero riportati “sotto la custodia del regime iraniano”. Che cosa è successo negli ultimi due mesi a Zahra e ai suoi due figli adolescenti? Altre notizie relative alla famiglia risalgono al successivo 22 novembre, quando Farshad Hoseini, direttore della Federazione internazionale degli esuli iraniani (IFIR), riesce faticosamente a contattare telefonicamente Zahra, tra i continui tentativi di sequestro del suo cellulare da parte delle autorità russe. Lei e i figli sono stati appena avvicinati dai funzionari con l’offerta di spostarsi “in un luogo migliore”, ma appena intuito che la destinazione sarebbe stata il primo volo per la capitale iraniana, il gruppo riesce a non imbarcarsi sull’aereo grazie ad un gesto clamoroso della ragazza, che avendo ingerito una quantità di shampo presenta chiari sintomi di un’intossicazione. Il volo Aeroflot parte senza di loro ma con le coperte e gli effetti personali del gruppo, sempre più faticosamente messi insieme da loro come da qualunque altro rifugiato politico in terra ex-sovietica. Il prossimo aereo per Teheran non è previsto entro meno di 48 ore. Nel frattempo, lo studio legale Orrick, Harrington & Sutcliffe si è offerto di prendere in carico il caso di Zahra e della sua famiglia per motivi umanitari. Nei giorni seguenti si susseguono le trattative tra le organizzazioni umanitarie e il governo di Mosca, e probabilmente tra Mosca e il regime iraniano. Mentre anche quest’ultimo ha inviato i propri agenti per sorvegliare la famiglia di Zahra, si viene a sapere che suo fratello Nader ha ottenuto asilo politico in Canada, stato da cui uno studio legale potrebbe inviare documenti che attestino l’identità dei tre rifugiati. Si combatte sul filo dei minuti con il rischio che i tre possano esser obbligati a ripartire per l’Iran prima dell’arrivo dei documenti. Un altro fratello di Zahra è stato assassinato dal regime. Nel frattempo, le autorità russe tengono sotto controllo il suo cellulare, su cui arriva la telefonata di uno sconosciuto che lei liquida sbrigativamente, per paura. Si scoprirà più tardi che si tratta di un emissario di Hengameh Afshar, conduttrice televisiva di un talk show iraniano trasmesso via satellite da Los Angeles, che si è offerta come testimonial nella campagna a favore della famigliola iraniana. Durante un’intervista organizzata dalla Afshar e in parte trasmessa su Pajamas Media, si sente Zahra rivelare di essere spiata dagli uomini del servizio segreto iraniano. Mentre l’UNHCR, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, rifiuta ufficialmente l’appello della Kamalfar, un rappresentante della Commissione europea per i diritti umani cerca di rimandare l’imbarco dei tre dissidenti iraniani sul prossimo aereo per Teheran. Da allora sono passati due mesi e oggi, per quanto possa apparire inspiegabile, nonostante gli sforzi compiuti da avvocati e attivisti di tutto il mondo oltre che in sede di Nazioni Unite e di Corte europea per i diritti umani, Zahra Kamalfar e i suoi due figli languono ancora abbandonati in una situazione di stenti e privati dei beni di prima necessità, nella stessa area di transito del grande aeroporto moscovita. Nell’intervista rilasciata alla Afshar, Zahra spiega che le autorità russe avrebbero disposto che il personale dell’aeroporto ignorasse espressamente la sua famiglia senza neanche rivolgere loro la parola. Un atteggiamento che si spiegherebbe con i timori nutriti sia dalle autorità russe per i maltrattamenti riservati dal personale dello scalo moscovita al gruppo prima che il caso diventasse di dominio pubblico, sia da quelle iraniane per le violenze e gli abusi inflitti a Zahra durante il periodo di detenzione. Sembra che il Canada avesse inizialmente respinto la richiesta di asilo politico di ciò che resta della famiglia Kamalfar, per riesaminarla in un secondo momento. In caso di rifiuto, la richiesta pare comunque destinata ad essere avanzata al governo statunitense.

E’ possibile sottoscrivere una petizione on line in sostegno di Zahra Kamalfar e dei suoi figli, rivolta sia all’UNHCR, sia alle autorità russe preposte alla gestione dell’immigrazione.

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