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	<title>Commenti a: &#8220;Ecomostri&#8221;: la non-cultura della demolizione</title>
	<link>http://www.quidtum.it/blog/2007/01/16/ecomostri-la-non-cultura-della-demolizione/</link>
	<description>Il blog di Slowfinger</description>
	<pubDate>Fri, 18 May 2012 11:16:16 +0000</pubDate>
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	<item>
		<title>Di: Slowfinger</title>
		<link>http://www.quidtum.it/blog/2007/01/16/ecomostri-la-non-cultura-della-demolizione/#comment-23915</link>
		<author>Slowfinger</author>
		<pubDate>Fri, 13 Apr 2007 17:46:29 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.quidtum.it/blog/2007/01/16/ecomostri-la-non-cultura-della-demolizione/#comment-23915</guid>
		<description>Hai scoperto l'acqua calda. Ma &#232; troppo facile demolire. Demolizione equivale a tomba della civilt&#224; contemporanea, sempre meno capace di affidare la propria memoria alla materialit&#224; del patrimonio culturale (ma anche dell'intera realtà) per esaltarsi in un'orgia di bidimensionalit&#224; destinata a durare lo spazio di un batter d'occhi digitale. In cui persino le ragioni dell'architettura cedono il passo a quelle di un design senza radici perch&#233; svilito a pura comunicazione, assimilabile ai capricci modaioli del pi&#249; vuoto dei settimanali di gossip. Questo era il senso del mio post, e se l'unica reazione al mio interrogativo finale si riduce alla denuncia degli scempi speculativi commessi in Italia, la risposta non pu&#242; essere che affermativa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perch&#233; non esiste contraddizione tra la rapacit&#224; speculativa dei megaprogetti urbani fuori scala e indifferenti al contesto (e soprattutto alle &lt;a href="http://www.quidtum.it/blog/2006/12/18/e-lo-chiamano-disassemblaggio/" rel="nofollow"&gt;preesistenze&lt;/a&gt; architettoniche) e l'indifferenza al valore delle espressioni di cultura materiale in tutte le sue forme. A partire ovviamente da quelle storiche. Ma il rischio &#232; quello di limitarsi a difendere le emergenze monumentali e i siti archeologici come avvenuto a Copanello ma non, ad esempio, alla Ticosa di Como, dimenticando il valore testimoniale di tutto ci&#242; che &#232; cultura materiale, e quindi storia e identit&#224;: compresi ad esempio l'archeologia industriale ma anche il patrimonio edilizio diffuso, quello segnato dalle vicende umane ma ignorato dalle guide per il turismo del tutto-compreso. Se anzich&#233; gingillarsi con lo spumante la classe politica avesse un decimo della sensibilit&#224; necessaria per capirlo, capirebbe anche che l'attenzione per l'architettura e il territorio dev'essere di natura conservativa, manutentiva e preventiva, anzich&#233; punitiva e distruttiva. E finch&#233; non lo avremo capito tutti continueremo senz'altro a meritare gli ecomostri e le periferie degradate, ma anche i restauri intesi come ripristini di una configurazione (torna l'ossessione bidimensionale) precedente o addirittura mai esistita realmente: i cosiddetti &#34;ritorni all'antico splendore&#34;, che si traducono invariabilmente in un massacro arbitrario di tutte le stratificazioni materiali considerate poco nobili sulla base di pregiudizi ideologici o storiografici, o più semplicemente (si fa per dire) per autentica ignoranza. Troppo facile abbattere e demolire, operazioni strettamente imparentate nelle finalit&#224; e nei metodi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Persino l'evoluzione delle nostre periferie, anche di quelle oggi pi&#249; sfigurate dal degrado sociale e civile, riflette nel bene e nel male la storia della nostra cultura architettonica contemporanea e del dibattito urbanistico dal dopoguerra all'oggi postmoderno (mai sentito parlare di citt&#224; policentrica?), che non possono essere condannati in blocco ma vanno anzitutto conosciuti nel contesto in cui i manufatti si sono determinati prima di deciderne le sorti in un'ottica di riqualificazione possibilmente conservativa, che non implica affatto una mummificazione dell'esistente ma un suo ripensamento con un uso eventualmente nuovo ma rispettoso della materia quanto dei bisogni dell'uomo (sicurezza, benessere, efficienza tecnologica). Comprendere la logica che ha portato al sorgere di alcuni misfatti architettonici nelle periferie urbane riguarda l'etica del progetto del nuovo, che però dovrebbe sempre presupporne una di salvaguardia e rispetto del costruito gi&#224; esistente. Tutto questo investe una dimensione etica, sociale, civile ed economica a cui n&#233; l'architettura n&#233; l'urbanistica dovrebbero rimanere estranee, a condizione di non lasciarne la pratica agli avventurieri della progettazione del nuovo o dell'esistente e il giudizio a chi ne sottovaluta la complessità di testimonianza storica comunque meritevole di consapevolezza e tutela.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Hai scoperto l&#8217;acqua calda. Ma &egrave; troppo facile demolire. Demolizione equivale a tomba della civilt&agrave; contemporanea, sempre meno capace di affidare la propria memoria alla materialit&agrave; del patrimonio culturale (ma anche dell&#8217;intera realtà) per esaltarsi in un&#8217;orgia di bidimensionalit&agrave; destinata a durare lo spazio di un batter d&#8217;occhi digitale. In cui persino le ragioni dell&#8217;architettura cedono il passo a quelle di un design senza radici perch&eacute; svilito a pura comunicazione, assimilabile ai capricci modaioli del pi&ugrave; vuoto dei settimanali di gossip. Questo era il senso del mio post, e se l&#8217;unica reazione al mio interrogativo finale si riduce alla denuncia degli scempi speculativi commessi in Italia, la risposta non pu&ograve; essere che affermativa.</p>
<p>Perch&eacute; non esiste contraddizione tra la rapacit&agrave; speculativa dei megaprogetti urbani fuori scala e indifferenti al contesto (e soprattutto alle <a href="http://www.quidtum.it/blog/2006/12/18/e-lo-chiamano-disassemblaggio/" >preesistenze</a> architettoniche) e l&#8217;indifferenza al valore delle espressioni di cultura materiale in tutte le sue forme. A partire ovviamente da quelle storiche. Ma il rischio &egrave; quello di limitarsi a difendere le emergenze monumentali e i siti archeologici come avvenuto a Copanello ma non, ad esempio, alla Ticosa di Como, dimenticando il valore testimoniale di tutto ci&ograve; che &egrave; cultura materiale, e quindi storia e identit&agrave;: compresi ad esempio l&#8217;archeologia industriale ma anche il patrimonio edilizio diffuso, quello segnato dalle vicende umane ma ignorato dalle guide per il turismo del tutto-compreso. Se anzich&eacute; gingillarsi con lo spumante la classe politica avesse un decimo della sensibilit&agrave; necessaria per capirlo, capirebbe anche che l&#8217;attenzione per l&#8217;architettura e il territorio dev&#8217;essere di natura conservativa, manutentiva e preventiva, anzich&eacute; punitiva e distruttiva. E finch&eacute; non lo avremo capito tutti continueremo senz&#8217;altro a meritare gli ecomostri e le periferie degradate, ma anche i restauri intesi come ripristini di una configurazione (torna l&#8217;ossessione bidimensionale) precedente o addirittura mai esistita realmente: i cosiddetti &quot;ritorni all&#8217;antico splendore&quot;, che si traducono invariabilmente in un massacro arbitrario di tutte le stratificazioni materiali considerate poco nobili sulla base di pregiudizi ideologici o storiografici, o più semplicemente (si fa per dire) per autentica ignoranza. Troppo facile abbattere e demolire, operazioni strettamente imparentate nelle finalit&agrave; e nei metodi.</p>
<p>Persino l&#8217;evoluzione delle nostre periferie, anche di quelle oggi pi&ugrave; sfigurate dal degrado sociale e civile, riflette nel bene e nel male la storia della nostra cultura architettonica contemporanea e del dibattito urbanistico dal dopoguerra all&#8217;oggi postmoderno (mai sentito parlare di citt&agrave; policentrica?), che non possono essere condannati in blocco ma vanno anzitutto conosciuti nel contesto in cui i manufatti si sono determinati prima di deciderne le sorti in un&#8217;ottica di riqualificazione possibilmente conservativa, che non implica affatto una mummificazione dell&#8217;esistente ma un suo ripensamento con un uso eventualmente nuovo ma rispettoso della materia quanto dei bisogni dell&#8217;uomo (sicurezza, benessere, efficienza tecnologica). Comprendere la logica che ha portato al sorgere di alcuni misfatti architettonici nelle periferie urbane riguarda l&#8217;etica del progetto del nuovo, che però dovrebbe sempre presupporne una di salvaguardia e rispetto del costruito gi&agrave; esistente. Tutto questo investe una dimensione etica, sociale, civile ed economica a cui n&eacute; l&#8217;architettura n&eacute; l&#8217;urbanistica dovrebbero rimanere estranee, a condizione di non lasciarne la pratica agli avventurieri della progettazione del nuovo o dell&#8217;esistente e il giudizio a chi ne sottovaluta la complessità di testimonianza storica comunque meritevole di consapevolezza e tutela.</p>
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		<title>Di: Duffproject</title>
		<link>http://www.quidtum.it/blog/2007/01/16/ecomostri-la-non-cultura-della-demolizione/#comment-23911</link>
		<author>Duffproject</author>
		<pubDate>Fri, 13 Apr 2007 16:22:21 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.quidtum.it/blog/2007/01/16/ecomostri-la-non-cultura-della-demolizione/#comment-23911</guid>
		<description>quante parole...quanto fiato...QUID TUM?
ci teniamo gli ecomostri? hai una soluzione migliore? se si ben venga.
&#34;...a rimuovere i segni esteriori delle culture, fasi storiche o poteri sgraditi, mescolando le ragioni della cultura con quelle del pregiudizio fazioso e superficiale. Il che segna la fine di una civilt&#224;. Forse l&#8217;Italia di oggi merita tutto questo?&#34;
Ok, i segni della storia nel bene e nel male sono daccordo, teniamoli a testimonianza, affinch&#232; siano d'insegnamento, ma nel caso dell'abusivismo dilagante, quale cultura? quella dell'ecomostro? che cultura &#232; quella dell'abusivismo? 
e quella dell'attuale mecenatismo incolto che specula sui terreni e sul consumo di suolo, che costruisce centri commerciali, cinema&#160;multisala e quant'altro alla periferia delle nostre citt&#224; uccidendone i centri? quella delle politiche urbanistiche sbagliate, quella dell'edilizia economico popolare che in italia ha sempre fatto pena, sfociando spesso in casi clamorosi di disagio sociale e degenerazione sociologica?
ma si...teniamoci tutto per ricordo...invece di risanare, in tutti i sensi, non solo dal punto divista architettonico-urbanistico!
l'italia se lo merita, eccome!! in questo caso demolizione = ripristino
in Italia c'&#232; la brutta abitudine di usare a sproposito la parola cultura.
QUID TUM?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>quante parole&#8230;quanto fiato&#8230;QUID TUM?<br />
ci teniamo gli ecomostri? hai una soluzione migliore? se si ben venga.<br />
&quot;&#8230;a rimuovere i segni esteriori delle culture, fasi storiche o poteri sgraditi, mescolando le ragioni della cultura con quelle del pregiudizio fazioso e superficiale. Il che segna la fine di una civilt&agrave;. Forse l&rsquo;Italia di oggi merita tutto questo?&quot;<br />
Ok, i segni della storia nel bene e nel male sono daccordo, teniamoli a testimonianza, affinch&egrave; siano d&#8217;insegnamento, ma nel caso dell&#8217;abusivismo dilagante, quale cultura? quella dell&#8217;ecomostro? che cultura &egrave; quella dell&#8217;abusivismo?<br />
e quella dell&#8217;attuale mecenatismo incolto che specula sui terreni e sul consumo di suolo, che costruisce centri commerciali, cinema&nbsp;multisala e quant&#8217;altro alla periferia delle nostre citt&agrave; uccidendone i centri? quella delle politiche urbanistiche sbagliate, quella dell&#8217;edilizia economico popolare che in italia ha sempre fatto pena, sfociando spesso in casi clamorosi di disagio sociale e degenerazione sociologica?<br />
ma si&#8230;teniamoci tutto per ricordo&#8230;invece di risanare, in tutti i sensi, non solo dal punto divista architettonico-urbanistico!<br />
l&#8217;italia se lo merita, eccome!! in questo caso demolizione = ripristino<br />
in Italia c&#8217;&egrave; la brutta abitudine di usare a sproposito la parola cultura.<br />
QUID TUM?</p>
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		<title>Di: Ticosa, ultimo atto. Gatti permettendo &#187; Quid Tum?</title>
		<link>http://www.quidtum.it/blog/2007/01/16/ecomostri-la-non-cultura-della-demolizione/#comment-6164</link>
		<author>Ticosa, ultimo atto. Gatti permettendo &#187; Quid Tum?</author>
		<pubDate>Sat, 27 Jan 2007 15:25:59 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.quidtum.it/blog/2007/01/16/ecomostri-la-non-cultura-della-demolizione/#comment-6164</guid>
		<description>[...] Ma una campagna di bonifica e risanamento ambientale e tecnologico, seguita da accorta ridestinazione funzionale, sarebbe stata insufficiente ad attivare la grancassa dei media e della politica. I capannoni insistono su un&#8217;area di importanza considerata strategica per il futuro sviluppo cittadino, e come tali resi oggetto puntuale di un vasto intervento progettuale con cui &#34;restituirla&#34; alla citt&#224;. Seguendo uno schema logico curioso, secondo cui il nuovo apparterrebbe alla citt&#224; e alla sua gente pi&#249; del suo tessuto storico. Il progetto previsto per l&#8217;area vedr&#224; cos&#236; trascurate per l&#8217;ennesima volta le ragioni della conservazione e di un riuso compatibile dell&#8217;esistente, cui si nega qualunque dignit&#224; di documento materiale di una fase storica e sociale importante della vita di Como e dei suoi abitanti, ma pi&#249; in generale della storia del capitalismo e del lavoro italiani. Come sempre, la via della demolizione &#232; ritenuta la pi&#249; facile, con buona pace di ragioni ecologistico-animalistiche funzionali alla gestione politica e alla resa mediatica della &#34;celebrazione&#34;. Prima di procedere con le vere e proprie operazioni di bonifica e quindi con la chiusura di tutta l&#8217;area di cantiere, l&#8217;assessorato alla Sanit&#224; e l&#8217;Asl con il responsabile del servizio veterinario hanno attivato un piano di trasferimento della colonia di 23 gatti che, a seguito dell&#8217;abbandono dell&#8217;edificio, si era insediata nell&#8217;area. I 23 gatti saranno catturati con gustose trappole gastronomiche, quindi trasferiti da personale Asl nel compendio comunale di via Stazzi dove dovranno essere tenuti in un locale per 10 giorni per poterli acclimatare evitando cos&#236; di farli tornare al luogo di origine. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Ma una campagna di bonifica e risanamento ambientale e tecnologico, seguita da accorta ridestinazione funzionale, sarebbe stata insufficiente ad attivare la grancassa dei media e della politica. I capannoni insistono su un&#8217;area di importanza considerata strategica per il futuro sviluppo cittadino, e come tali resi oggetto puntuale di un vasto intervento progettuale con cui &quot;restituirla&quot; alla citt&agrave;. Seguendo uno schema logico curioso, secondo cui il nuovo apparterrebbe alla citt&agrave; e alla sua gente pi&ugrave; del suo tessuto storico. Il progetto previsto per l&#8217;area vedr&agrave; cos&igrave; trascurate per l&#8217;ennesima volta le ragioni della conservazione e di un riuso compatibile dell&#8217;esistente, cui si nega qualunque dignit&agrave; di documento materiale di una fase storica e sociale importante della vita di Como e dei suoi abitanti, ma pi&ugrave; in generale della storia del capitalismo e del lavoro italiani. Come sempre, la via della demolizione &egrave; ritenuta la pi&ugrave; facile, con buona pace di ragioni ecologistico-animalistiche funzionali alla gestione politica e alla resa mediatica della &quot;celebrazione&quot;. Prima di procedere con le vere e proprie operazioni di bonifica e quindi con la chiusura di tutta l&rsquo;area di cantiere, l&rsquo;assessorato alla Sanit&agrave; e l&rsquo;Asl con il responsabile del servizio veterinario hanno attivato un piano di trasferimento della colonia di 23 gatti che, a seguito dell&rsquo;abbandono dell&rsquo;edificio, si era insediata nell&rsquo;area. I 23 gatti saranno catturati con gustose trappole gastronomiche, quindi trasferiti da personale Asl nel compendio comunale di via Stazzi dove dovranno essere tenuti in un locale per 10 giorni per poterli acclimatare evitando cos&igrave; di farli tornare al luogo di origine. [&#8230;]</p>
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