“Ecomostri”: la non-cultura della demolizione

Dopo Punta Perotti, sono tornati alla carica i fanatici della demolizione. Vecchia progenie sempre presente sul luogo dei peggiori danni inferti in passato al patrimonio costruito nelle sue stratificazioni storiche sempre pronte a negare l’irriducibilità della cultura a versioni emendate e consolatorie, si sono riproposti attraverso le sembianze inquietanti del ministro Pecorario Scanio e del presidente della regione Calabria Loiero, ritrovatisi ai piedi dello scheletro di un nuovo alveare da demolire a Copanello, sulla costa ionica in provincia di Catanzaro. Per celebrare l’ennesima, squallida messinscena dell’avvio dei "lavori" di abbattimento con tanto di lancio della bottiglia di spumante. Dove non arriva la dinamite arriva il delirio onanistico delle protesi meccaniche chiamate ruspe, perché - garantisce Loiero - "il calcestruzzo sarebbe potuto finire in mare con conseguenze gravi e irrimediabili sull’ inquinamento delle acque".

E sotto le insegne della rassicurante parola chiave buona per qualunque contesto si rade al suolo l’ennesimo ecomostro, alla faccia delle specificità locali troppo impegnative per essere affrontate in anticipo con l’efficienza di un vecchio medico condotto anziché all’ombra della grancassa mediatica, nella loro datata e seccante complessità. Enfatizzare la vicinanza dello scheletro in calcestruzzo con il sito archeologico della presunta tomba di Cassiodoro diventa quindi il pretesto per un provvedimento troppo comodo di presunta attenzione al contesto, ignorando che proprio la presenza di quei resti avrebbe reso necessari ben altri provvedimenti di tutela, prima che lo scempio prendesse forma e consistenza materiale. La retorica dell’"ecomostro" di Pecoraro-Scanio è una patacca politico-mediatica utile soltanto a praticare un lifting all’ingrosso innanzitutto al proprio consenso, un trattamento estetico volgare che abbandona nell’incuria abissi inesplorati e realtà ben più urgenti del nostro paese, oppure ne esalta le emergenze monumentali trascurando vergognosamente il continuum storico e paesaggistico che le circonda.

Un paese che, grazie alla storia incisa sulle proprie pietre, ha inaugurato, sulla scia di un dibattito secolare, la riflessione teorica e le pratiche progettuali più consapevoli in materia di gestione del patrimonio costruito e culturale in senso lato, e in cui dovrebbe essere chiaro che demolire è e sarà sempre l’esito di una sconfitta culturale e quindi un segno penoso di disfatta civile ben prima che politica. Dovrebbe apparire ovvio, ma sostenere l’inaccettabilità della speculazione edilizia in un contesto di interesse storico-naturalistico non significa giustificare automaticamente la cancellazione dei danni che essa vi ha apportato, o per lo meno di un qualsiasi genere di dibattito sociale e pubblico sviincolato dai paraocchi del mercimonio partitocratico. Demolire ciò che è costruito non può equivalere a resettare la griglia dei pixel su uno schermo, perché costruire non è creare o modificare una pura immagine, ma dovrebbe sempre mobilitare in modo irreversibile una memoria niente affatto virtuale, bensì costituita da segni materiali unici e irripetibili. Intervenire su di essi non è quindi così semplice come presuppone Pecoraro, anche se fa spettacolo e coagula consensi fin troppo spicci.

Perché i segni materiali dell’opera dell’uomo sono il documento di una fase comunque degna di cittadinanza nella memoria e la cui rimozione finisce quindi per essere più dannosa del trauma che essa ha provocato. Perché è impossibile e culturalmente (parola grossa) irresponsabile pensare di poter ogni volta raggomitolare magicamente lo scorrere del tempo, come se niente fosse accaduto, assecondando le posizioni ideologicamente forti del momento. Il patrimonio culturale è spesso sfregiato da tracce irresponsabili come quelle di Punta Perotti o Copanello, ma ancora più vergognoso sarebbe continuare a puntare sulla tabula rasa e sul nichilismo sottovuoto di un’esistenza massificata e strappata ai latifondi vivendoli come strumenti sistematici di gestione degli equilibri territoriali, anziché mettere in atto politiche preventive fondate sulla conoscenza, la conservazione e la manutenzione programmata degli stessi. L’alternativa è continuare a riproporre lo scenario squallido e culturalmente desolante che da sempre ha portato l’uomo a rimuovere i segni esteriori delle culture, fasi storiche o poteri sgraditi, mescolando le ragioni della cultura con quelle del pregiudizio fazioso e superficiale. Il che segna la fine di una civiltà. Forse l’Italia di oggi merita tutto questo?

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3 commenti a ““Ecomostri”: la non-cultura della demolizione”


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