Se Dandini mi dà Carandini

Ospite della puntata di ieri di "Parla con me", il famoso archelogo classico Andrea Carandini (fondamentali i suoi contributi teorici in materia di cultura materiale, nozione affascinante e di straordinaria rilevanza multidisciplinare), coglie il genius loci della trasmissione per un parallelo politico di una povertà avvilente: siccome tutte le civiltà sono documentate materialmente da frammenti sedimentati in stratificazioni di terreno dello spessore di vari metri… Bush dovrebbe accantonare la sua idea di esportare la democrazia in Iraq. Un trionfo di consequenzialità. Carandini argomenta che da quelle parti mancherebbe la nevrosi occidentale che è il risultato di secoli se non millenni di storia e cultura europee. Inoltre, spiega peratro giustamente, le evoluzioni umane sono lentissime e quindi non imponibili dall’esterno con atti "catastrofici" di discontinuità storica.

Obiezione: quante civiltà umane hanno subìto imposizioni e sconvolgimenti improvvisi e sanguinosi, in epoche storiche in cui veramente mancava una nevrotizzazione diffusa e ormai globalizzata? Praticamente tutte. E anzi, rifiutando la logica mediale e affaristica del tutto-e-subito implicita nell’accusa precotta di voler "esportare la democrazia", chi ci autorizza a pensare che in Iraq i giochi siano fatti? Sostanzialmente nessuno. La logica della storia, che poi non esiste, è lenta e tutt’altro che lineare. Al contrario di quello che pensano Carandini e la Dandini, un po’ di pazienza e cautela archeologiche non guasterebbero.

A ben guardare, il ragionamento risente di un vizio piuttosto comune nella mentalità archeologica moderna (ovvero classica, meno nel metodo contemporaneo e stratigrafico, più sensibile ai risvolti microstorici): un’idea riduttiva della storia perché selettiva, tesa a salvare solo ciò che è funzionale ai propri fini ideologici, nella convinzione che si possa fare piazza pulita di tutto il resto, specie se vicino alla contemporaneità e quindi meno adatto ai fini spettacolari ma distruttivi tipici dei grandi scavi storici, così come dei restauri, ottocenteschi. Cioè di un’epoca segnata dal ritorno trionfale dell’idea di stile come ripristino artificioso di una coerenza formale mai esistita. Quindi aberrazione ideologica e negazione estrema dell’autenticità del dato materiale e del suo valore documentario, la cui difesa tra conservatori dei beni culturali e archeologi meno contraddittori di Carandini (A. Carandini, Archeologia e cultura materiale: dai lavori senza gloria nell’antichità a una politica dei beni culturali - Bari, 1979) è arrivata fortunatamente ad essere oggi di primaria importanza.

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