Quel sottile filo rosso tra Abu Omar e Renato Curcio

"Queste cose
per
la verità
le abbiamo già
sentite dire
in passato durante
i processi alle Brigate rosse"
Quando Bob Seldon Lady, capocentro della Cia a Milano, diresse l’operazione di extraordinary rendition ai danni dell’imam Abu Omar nel febbraio 2003, era convinto di agire nell’interesse politico supremo della lotta al terrorismo internazionale, e ne aveva tutti i motivi. Al di là di certi eccessi censurabili nei metodi applicati al trattamento dei prigionieri oggetto di procedure tanto straordinarie quanto gli eventi e la tensione che li avevano resi necessari, nessuno in un paese civile e democratico dovrebbe legittimamente sorprendersi che i servizi segreti dello stesso collaborino con quelli di altri governi nazionali nella gestione di operazioni di polizia internazionale. Continuando a ipotizzare di far parte di una nazione ragionevolmente interessata a seguire un percorso di continua evoluzione delle proprie istituzioni in senso libero e democratico, verrebbe naturale pensare che, se la Costituzione investe i servizi segreti del compito di operare a tutela della sicurezza nazionale garantendo anche la segretezza delle loro operazioni (lo dice la parola stessa) e dovendosi renderne conto esclusivamente agli organi del potere esecutivo, l’operato svolto sulla base di questo mandato andrebbe considerato primario e di esclusiva pertinenza della sfera politica. E come tale totalmente estraneo all’azione inquirente degli organi giudiziari. Ma l’Italia di oggi è ben diversa.

Ben lungi dall’essere un paese civilmente e democraticamente evoluto, è infatti dominata da chi nega presupposti tanto basilari. Perché In Italia è considerato non solo necessario ma anche indispensabile che un magistrato debba e possa decidere di rinviare a giudizio agenti e rappresentanti di istituzioni che dovrebbero agire nel perfetto anonimato a salvaguardia del bene del proprio paese e di quelli con cui esso collabora. Ed è considerato perfettamente normale e anzi motivo di soddisfazione il fatto che altri magistrati pronuncino sentenze indecenti che paiono studiate a tavolino per acuire tensioni sociali già altissime, per esempio lasciando a piede libero individui al centro di campagne di reclutamento di aspiranti kamikaze pronti a sconvolgere le vite di decine di ignari frequentatori di locali pubblici o fermate d’autobus e dei loro cari. Sentenze che sembrano fatte apposta per stimolare il ricorso a operazioni di emergenza quali le extraordinary rendition, magari al solo scopo di poterle condannare, e che comunque finiscono per renderle l’unica mossa a disposizione per fronteggiare concretamente sia le infiltrazioni del terrorismo internazionale nella vita civile e privata, sia le gravi collusioni consumate con esse da magistrati convinti di agire nell’agone politico. E ciononostante indegnamente sostenuti da un’opinione pubblica ormai all’oscuro di qualunque ipotesi di civiltà e rispetto del proprio Stato, oltre che dei valori basilari della pacifica convivenza.

Due fatti di gravità tale da ridurre a goffo pettegolezzo di portineria qualunque pretestuoso argomento addotto nel tentativo piuttosto patetico di paludare i risentimenti ideologici più squallidi con le istanze del rispetto di una astratta sovranità nazionale, la cui nostalgia affiora a corrente rigorosamente alternata, per rimanere evanescente ogniqualvolta si tratti di sminuire o ignorare le peggiori attività di armamento e organizzazione di gruppi paramilitari sul nostro territorio. Ormai in Italia resta quindi ben poco di cui stupirsi. Non stupiscono neanche le parole con cui il pubblico ministero Armando Spataro non ha esitato ad equiparare con il rifiuto opposto dai brigatisti rossi alla sbarra all’autorità che li doveva giudicare la decisione di Bob Lady, comparso ieri innanzi al giudice chiamato a decidere sulla richiesta di un suo rinvio a giudizio per i fatti del 2003. Decisione di disconoscere l’autorità giurisdizionale italiana, rinunciando al diritto di difendersi e appellandosi alla necessità di mantenere il livello della conflittualità, che è fisiologicamente connaturato a qualunque vera operazione di intelligence e per sua natura incompatibile con l’ambito della legalità ordinaria, rigorosamente segreto e all’interno di una sfera politica di accordi o disaccordi tra i governi di due paesi, come dovrebbe succedere in ogni avventura o disavventura che ne vedesse implicati i rispettivi servizi segreti. In cui, appunto, vige da sempre e nel migliore dei casi una legalità sui generis.

Ma il fatto che in epoca di terrorismo globalizzato non si colga l’importanza di una risposta altrettanto coordinata e che certa magistratura e troppe procure sentano il bisogno di offendere ulteriormente vittime e familiari non solo del terrorismo rosso ma anche di quello attuale, è solo un anello della catena di degenerazione civile, morale e culturale in cui il nostro paese si dibatte. E lo farà probabilmente fino a quando saranno condotte battaglie politiche a senso unico che continuano a gettare fango addosso ad una generazione ormai decapitata di militari e professionisti coraggiosi che hanno rischiato e talora rimesso la vita e la reputazione in missioni spesso tragicamente sprecate, a causa del vario profilo dei personaggi coinvolti. Una situazione complessiva che può soltanto trovare ulteriore conferma in episodi simili all’invito rivolto dall’università di Lecce a Renato Curcio, capo storico delle Brigate rosse, per la presentazione dell’ultimo dei dieci libri da lui scritti durante ventotto anni di carcere. Un evento memorabile autorizzato dal magnifico rettore Oronzo Limone, supportato dall’intero corpo docente e sicuramente destinato a rimanere scolpito a lettere di fuoco negli annali della vita culturale del Paese come nella memoria dei fortunati astanti.

Episodio in cui il valore assunto da ipotesi quali la possibilità di un peraltro legittimo riscatto umano e sociale denunciano tutta la propria strumentalità e dabbenaggine una volta soppesate con l’effettiva necessità di svilire pubbliche istituzioni culturali assoggettandole alle necessità di una pronta redenzione non solo personale ed esistenziale ma chiaramente anche pubblica, mediatica e verosimilmente persino economica, per chi ha diffuso ideologie responsabili di aver contribuito a portare il paese sull’orlo di una guerra civile. La si conquisti fuori dalle istituzioni pubbliche, quella redenzione, con l’impegno disinteressato del resto di una vita, magari dedicato al volontariato o ad una vocazione culturale, purché seri e soprattutto silenziosi, cioè al riparo da riflettori che si è già dimostrato fin troppo di non meritare. Aspetti diversi e drammatici di una medesima tragedia nazionale, accomunati dal filo ovviamente rosso dell’ansia di un potere politico che si vuole difendere con arroganza scomposta e incontenibile, denunciando in realtà una scarsa familiarità e il timore maldestro di perderlo. In spregio all’unica legittima sovranità, quella popolare, al cui rispetto, senza troppi riguardi, non si rinuncia facilmente ad attingere ampiamente all’occorrenza, per una comoda e contraddittoria copertura ideologica delle peggiori nefandezze politiche.

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